Stamattina alle 5 ho svegliato il mio avvocato. Sapevo che sarebbe stata pubblicata su un giornale una porcheria, un’altra, che mi riguardava e ho atteso di leggerla. È il destino di chi finisce nel “registro degli infangati”, di coloro che - per carità! - non sono indagati, non sono in alcun modo coinvolti in un’inchiesta ma vengono ugualmente investiti da colate di fango (chiamiamo le cose con il loro nome anche se con un eufemismo) pur non essendo - ribadisco - oggetto di indagini giudiziarie o sfiorati da alcun sospetto. Nel caso della nuova iscrizione nel “registro degli infangati” c’è, secondo quanto si legge sul Fatto Quotidiano, un’intercettazione risalente al 1 marzo 2021 (cinque anni fa!) in cui un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a Sottosegretario alla Difesa nel governo presieduto da Mario Draghi direbbe a un suo interlocutore di conoscermi e di aver “parlato” con me. Nulla di più, a quanto pare perché ovviamente non ho cognizione degli atti. Il mafioso in questione oggi è un collaboratore di giustizia. Il contenuto di questa intercettazione è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante e non necessitava di alcun approfondimento investigativo: oggi però, cinque anni dopo ripeto, improvvisamente salta fuori. E tanto basta a autorizzare il “Fatto” a mettere in connessione il mio nome con un’inchiesta su “mafia e politica”, a parlare di me come inserito in una “rete” di questo boss, di essere addirittura “amico del mafioso pentito”. Fango allo stato puro, ribadisco. Non sono “amico” di Amico, ma neppure conoscente: non ho proprio assolutamente memoria di averlo incrociato, di avergli parlato, men che mai di aver avuto alcun tipo di relazione con lui. Zero, il nulla. Prima di vederlo sui giornali in un selfie vergognosamente usato contro Giorgia Meloni ignoravo la sua esistenza. Epperò mi trovo nel mezzo di questo pantano putrido e puzzolente nel quale sono certo sciacalletti e quaqquaraqua’ inizieranno a nuotare ricorrendo alla formula vigliacchetta di insinuare perché coperti dalla circostanza che “nelle carte si dice che..” e via infangando. Ci sono passato altre, troppe volte. È da poco diventata definitiva, ad esempio, una sentenza (mica l’unica) che mi ha risarcito dopo cinque anni (cinque!) per una diffamazione simile originata sempre in Sicilia per la quale anche la società editoriale “Il Fatto” ha dovuto pagare i danni mentre altri (tra cui Report e la Rai) hanno riconosciuto di aver sbagliato nei miei confronti ristabilendo la verità.
Affronterò serenamente anche questa porcheria, al pari di quella recentissima che vede la Procura di Roma protagonista per un’altra vicenda.
Voglio però denunciare ancora una volta la barbarie di un sistema che nel mio caso produce solo una notte insonne e pochi altri fastidi, in altri genera mostri capaci di deviare, divorare e rovinare la vita di persone perbene. Nella recente campagna referendaria per riformare l’ordinamento giudiziario mi sono battuto anche e soprattutto per questo. Ribadisco come fossi perfettamente cosciente che, quale fosse stato l’esito, avrei pagato le conseguenze di questo impegno che mi ha visto contrapposto frontalmente a schiere di avversari in toga o armati di penna. Il conto, puntualmente, mi viene presentato. Dopo l’antipasto di Roma ora è la volta di Milano. Sono rassegnato e preparato al fatto che non mancheranno altre “portate”. Saranno tutti bocconi indigesti, con buona pace di sicofanti e imbroglioni. Di una cosa siano fermamente certi.
Mi troveranno sempre lì dove sanno e cioè a difendere princìpi e valori a cui ho uniformato tutta la mia vita: io non mi muoverò di un millimetro e li farò annegare in quel pantano dove, ancora una volta, provano a stare a galla.
Giorgio Mule’ non è indagato.
Negli atti c’è solo una persona che lo nomina (“si diceva che qualcuno diceva che si era interessato, ma non so”).
Atti che, comunque, non avrebbero potuto per legge entrare in possesso dei giornalisti.
Tuttavia ecco l’articolo che un quotidiano ne tira fuori.
Con tanto di sottotitolo “Mule’: non ricordo”, che nelle scuole di merda nel ventilatore si insegna essere perfetto per instillare il dubbio nel lettore.
@giorgiomule ovviamente, paga soltanto l’aver sostenuto con l’efficacia maggiore, tra tutti noi, le ragioni del SÌ al referendum.
E per questo, deve essere punito da quello stesso “complesso giudiziario-giornalistico” (semi-cit) di cui spesso abbiamo parlato.
Questa è l’Italia del 2026, signore e signori.
Se voi dite che va tutto bene così, che questo è il massimo della liberal-democrazia a cui possiamo aspirare, beh allora anche questo weekend - come lo scorso - ci inchiniamo alla volontà popolare.
Roberto Riccardi
Daniela Santanchè non è simpatica. Non lo è mai stata. Non lo sarà. Arrogante, divisiva, sfrontata nei tacchi a spillo e negli abiti griffati. La donna che la sinistra ama odiare e che una parte della destra fatica a difendere. Concesso. Tutto concesso.
Ora i fatti. Il 25 marzo 2026 Santanchè si è dimessa da ministro del Turismo, su richiesta pubblica della presidente del Consiglio. A processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia. Per la vicenda della cassa integrazione covid, nemmeno un rinvio a giudizio. Certificato penale immacolato. Nessuna condanna.
Ha resistito ventiquattr'ore, poi ha scritto "obbedisco" e ha lasciato il ministero. Terza testa caduta nel centrodestra in quarantotto ore, dopo Delmastro e Bartolozzi. Nessuna delle tre con una sentenza definitiva alle spalle.
Bene. Se il metro è questo – il passo indietro per chi ha guai giudiziari – allora applichiamolo. A tutti. E qui il discorso si fa istruttivo.
Chiara Appendino siede alla Camera dei deputati. Fino a ottobre 2025 era vicepresidente nazionale del Movimento 5 Stelle: si è dimessa da quel ruolo per divergenze politiche con Giuseppe Conte sulla linea delle alleanze. La condanna non c'entrava nulla.
Eppure la condanna c'è. Definitiva.
Il 20 gennaio 2026 la Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'assise d'appello di Torino: un anno, cinque mesi e ventitré giorni per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose plurime.
Due donne morte. Oltre milleseicento feriti. Piazza San Carlo, Torino, 3 giugno 2017. Una tragedia che il tribunale ha ricondotto a carenze organizzative nella gestione dell'evento.
Non un'opinione: tre gradi di giudizio.
La deputata Appendino non si è dimessa dalla Camera. Non ci pensa. Nessuno glielo chiede. Nessun leader dell'opposizione invoca il suo passo indietro. Nessun editorialista progressista ne fa un caso di "sensibilità istituzionale". Due donne morte pesano meno di un fascicolo aperto per falso in bilancio, a quanto pare.
Nel frattempo Appendino è anche vicepresidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, rieletta nel settembre 2024, quando la Cassazione aveva già dichiarato irrevocabile la sua responsabilità penale per i fatti di Piazza San Carlo. Il tennis italiano conquista il mondo con Sinner. Chi siede nel consiglio federale ha sulla coscienza – lo dice una sentenza irrevocabile – una piazza trasformata in mattatoio. Nessuno fiata.
Proseguiamo.
Mimmo Lucano, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra. Condanna definitiva in Cassazione a diciotto mesi per falso in atto pubblico, febbraio 2025. A luglio il Tribunale di Locri lo ha dichiarato decaduto da sindaco di Riace in applicazione della legge Severino.
Il Consiglio comunale aveva votato contro la presa d'atto della decadenza. Lucano ha fatto appello e resta al suo posto nelle more del giudizio. A Strasburgo non si è mai posto il problema. Per la sinistra italiana Lucano non è un condannato: è un'icona. Le icone non decadono.
Poi c'è il capolavoro giuridico. Ilaria Salis, arrestata a Budapest nel febbraio 2023 con l'accusa di aver aggredito tre persone. Detenuta per oltre un anno. Alleanza Verdi e Sinistra la candida alle europee del 2024. L'elezione le conferisce l'immunità parlamentare. Il processo si congela. L'Ungheria chiede la revoca dell'immunità. L'Europarlamento la respinge: 306 voti contro 305. Scrutinio segreto. Un voto di scarto.
I reati contestati sono precedenti all'elezione e non hanno alcun nesso con il mandato. Il seggio europeo funziona come una cella rovesciata: protegge chi dovrebbe comparire davanti a un giudice.
C'è infine un ultimo capitolo, che non riguarda le dimissioni, ma l'impudenza. Aboubakar Soumahoro, il deputato che entrò a Montecitorio con gli stivali sporchi di fango per solidarizzare con i braccianti. Sua moglie Liliane Murekatete e sua suocera finiscono ai domiciliari: frode nelle pubbliche forniture, bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio.
I soldi delle cooperative per l'accoglienza dei migranti – proprio quei migranti di cui Soumahoro si ergeva a difensore – finivano in ristoranti, gioiellerie, centri estetici, abbigliamento di lusso. Un "programma delinquenziale a gestione familiare", scrisse il gip.
Il deputato con gli stivali non sapeva nulla. Non vedeva nulla. Non si faceva domande. Nemmeno quando la moglie pubblicava sui social le foto con le borse di Louis Vuitton. La sua difesa a Piazzapulita resta un monumento all'impudenza: "Esiste un diritto all'eleganza. La moda non è né bianca né nera. È semplicemente umana."
I braccianti senza stipendio, i migranti stipati in strutture che la Procura definì "offensive della dignità umana"; tutto questo svanisce dentro una borsa griffata e un diritto costituzionale finora sconosciuto.
Il punto non è Daniela Santanchè. Non è la sua antipatia e non sono i suoi tacchi. Il punto è un sistema in cui le dimissioni funzionano a senso unico. Si pretendono a destra anche senza condanne. Si ignorano a sinistra anche con sentenze definitive. Si invocano per chi ha il certificato penale pulito. Si dimenticano per chi è condannata per la morte di due persone. Si grida allo scandalo per un'indagine. Si tace su un seggio europeo usato come salvacondotto.
Lo stesso doppio standard morale riappare nella corporazione che più di ogni altra pretende neutralità. Dopo la vittoria del No al referendum, magistrati hanno brindato cantando Bella Ciao. Giudici e parte in causa. Arbitri e tifosi. Chi dovrebbe garantire imparzialità festeggia con un inno di parte la sconfitta di una riforma che lo riguardava direttamente. E poi chiede di essere considerato terzo e imparziale. Il cortocircuito è completo.
Le dimissioni a senso unico non sono un incidente. Sono un metodo. La destra paga anche quando non deve. La sinistra incassa anche quando non può. In una Repubblica dove il doppio standard è diventato regola, resta un solo garante della Costituzione. Vive al Quirinale.
Basterebbe la sua voce a ricordare che chi ha condanne definitive non può restare aggrappato alle istituzioni, mentre chi non ha nemmeno un rinvio a giudizio viene accompagnato alla porta.
Non servirebbe un decreto. Basterebbe una parola. Quella parola che renderebbe certe posizioni semplicemente insostenibili. Perché le sentenze valgono per tutti o non valgono per nessuno. E la Costituzione, all'articolo 3, non prevede eccezioni di colore politico.
Sulla credibilità della magistratura e sulla fiducia di tutti i cittadini nella sua imparzialità
La lettera del Presidente Petrelli all’ANM e al Primo Presidente della Corte di Cassazione
La nostra solidarietà al magistrato Imparato, che ha avuto il coraggio di schierarsi a favore della riforma.
I cori dei suoi colleghi contro di lei fanno rabbrividire: non solo rappresentano una grave caduta di stile istituzionale, ma suscitano anche una forte preoccupazione.