Il prezzo del consenso
Adesso che i missili e i droni ucraini arrivano davvero sulle loro città, i russi strillano in ogni video. Filmano i palazzi in fiamme, i vetri a terra, e chiedono al mondo di guardare, di avere pietà. Vale la pena fermarsi su quel grido, perché dice molto più di quanto vorrebbe.
Di questa guerra si tende a separare due cose. Da una parte Putin, il regime, il KGB, la propaganda. Dall'altra un popolo di centoquaranta milioni di persone, descritto come ostaggio, ingannato, costretto. La separazione è comoda, e regge meno di quanto sembri.
Conviene distinguere subito, perché è il punto su cui si gioca tutto. Una cosa è la colpa penale, di chi ha premuto il grilletto. Altra è la responsabilità politica di una collettività che ha sostenuto un regime per vent'anni. Altra ancora è la responsabilità morale di ciascuno, per quello che ha scelto di applaudire. Non parlo di colpa del sangue o della natura, sarebbe la stessa logica con cui i russi hanno guardato gli ucraini, gente inferiore per nascita, e quella logica non la voglio. Parlo di scelte, di consenso, di ciò che una società decide di celebrare. È una domanda che riguarda la Russia di oggi, ma che ogni democrazia dovrebbe porsi davanti alle proprie guerre.
Il consenso, in Russia, non è un'ipotesi. Anche concedendo che in un regime la paura gonfi questi numeri, perché chi dissente spesso tace o rifiuta di rispondere, il quadro resta quello di una società in larga parte allineata. Nelle rilevazioni di inizio 2026 oltre il settanta per cento dei russi continua a sostenere le azioni delle forze armate in Ucraina. Quando nel gennaio 2026 è stato chiesto cosa fare se la pace non arriva, una netta maggioranza, il 59 per cento, ha scelto di intensificare gli attacchi, contro il 21 per cento favorevole a qualche concessione. Sui bombardamenti delle infrastrutture energetiche ucraine, quelle che lasciano le città al buio e al gelo, circa il 57 per cento li ritiene giustificati. Non sono numeri da popolo ostaggio.
Per anni la propaganda del Cremlino non è stata solo subita. Una parte consistente della società l'ha consumata con gusto. Stava nei telegiornali, nei film, nelle serie, perfino nei cartoni per bambini, e trovava il suo pubblico. Lo slogan del regime, "possiamo rifarlo", lo ripetevano in tanti, senza che nessuno lo imponesse loro sul divano. Vestivano i propri figli da soldati, li infilavano dentro carri giocattolo e missili di cartone, in piazza, sorridendo all'obiettivo.
All'inizio dell'operazione l'euforia era autentica, "prendiamo Kyiv in tre giorni". Poi centinaia di migliaia di russi hanno scelto volontariamente di combattere, mentre milioni hanno continuato a sostenere, direttamente o indirettamente, l'economia di guerra che trasformava le rovine ucraine in stipendi e commesse. Nessuno li ha sorteggiati uno per uno.
La parte che pesa di più non è nemmeno questa. È il modo in cui quel consenso si è manifestato. Ogni massacro aveva i suoi commenti allegri sui social, le fantasie su come lasciare l'Europa senza gas e far morire di freddo i khokhol al buio. A Rostov sul Don, tre anni fa, una folla applaudiva e gridava "grazie" ai mercenari della Wagner. Una parte visibile del Paese guardava le torture, le città rase al suolo, i palazzi che crollavano di notte con dentro la gente, e tornava a dormire tranquilla.
A questo punto arriva l'obiezione. È una dittatura, dissentire costa caro, la gente non ha scelta. Vale a metà. Tra il terrore imposto dall'alto e l'adesione gioiosa dal basso c'è una distanza enorme, ed è in quella distanza che si misura la qualità morale di una società. In nessun regime si è obbligati a essere entusiasti. Si può tacere invece di esultare, si può non presentarsi volontari al fronte, si può non scrivere battute felici sotto la foto di una città distrutta. La paura spiega il silenzio. Non spiega la festa. Il consenso vive lì, nello spazio che resta quando il terrore ha già preso la sua parte.
La profondità di quel consenso resterà uno dei fenomeni più inquietanti dell'Europa contemporanea. Una società intera che assiste a una guerra di conquista, ne conosce i crimini, e in larga parte la approva, la finanzia, la tifa. Si possono avere dittature, propaganda, paura, e conservare comunque una soglia di vergogna. Quella soglia, in Russia, l'hanno superata in troppi, con troppo poco disagio.
È qui che il confronto con l'Ucraina diventa impietoso. Gli ucraini, quelli guardati dall'alto come gente di seconda categoria, hanno tenuto. Hanno difeso le loro città, hanno ottenuto il sostegno delle principali democrazie occidentali, hanno trasformato la guerra lampo in una guerra di logoramento che adesso spezza, pezzo dopo pezzo, la spina dorsale della macchina militare russa.
Per questo il grido di oggi suona come suona. Non piace più la guerra sacra, ora che tocca pagare il conto di quell'orgia di odio, militarismo, culto della morte, memoria della guerra mondiale piegata a giustificarne un'altra. La guerra cambia faccia quando bussa alla porta di casa. La responsabilità di chi l'ha voluta, applaudita e finanziata resta dov'era.
Jannik was asked who he would partner with for doubles between Nick Kyrgios and Kim Jong-un 😭
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l’inchiesta di @fanpage su esami e certificazioni facili (a pagamento) é drammatica.
Ne emerge una piaga sul reclutamento nella scuola, la sanità, le forze dell’ordine, etc.
Con i soldi si fanno diventare i bravi somari e i somari posti fissi in carriera.