Non ho sentito una parola, una, da nessun partito, dalla politica italiana, mitridatizzata all’orrore russo verso l’Ucraina. Neanche il cordoglio, non dico la solidarietà o lo scatto di coscienza. Niente. Zero assoluto. Così muore l’Europa, cosi
@WHOOP è riuscita nell’assurdo: il 10/8 mi conferma per email “Il tuo reso è stato completato”. Il 15/8 mi addebita 135€ perché NON avrei restituito il dispositivo. Mostro la loro stessa email e continuano a chiedermi “la prova del reso”. Assistenza kafkiana. #WHOOP
Assurda la gestione del mio abbonamento @WHOOP acquistato su Amazon. Supporto totalmente inadeguato: giorni di istruzioni contraddittorie, confusione tra trial e acquisto, e totale incapacità di risolvere un problema tecnico elementare. Un incubo burocratico. Evitate. 😡 #Whoop
Robert De Niro: "[Trump] is a monster. It’s beyond wrong. It’s almost like he wants to do the most horrible things that he can think of. It’s fucking scary."
Quattro anni fa Putin aveva giurato che in pochi giorni i suoi generali avrebbero sfilato con l’esercito lungo le strade di Kyiv 🇺🇦
Oggi annuncia che alla Festa del 9 maggio non ci saranno mezzi militari per paura di #Zelenskyy 🇺🇦.
Signori e Signore, ecco il patetico perdente.
Questi sono i numeri disastrosi dell’editore de @fattoquotidiano. Ci sono molte anomalie. Debiti con i fornitori, il fisco e le banche che esplodono e redditività che crolla. Ci sono enormi anomalie, un’azienda “normale” sarebbe senza cassa e le banche non avrebbero dato linee di credito. Fare cassa a questo livello sui fornitori vuol dire non pagarli o avere fornitori molto compiacenti. Credo sia opportuno che il paladino della trasparenza (e della Russia) @marcotravaglio ci dia qualche spiegazione.
Maduro's not a good guy, agreed. But neither is Putin, and Trump rolled out the red fucking carpet for him. It's not about dope, it's about oil (which kinda IS dope).
Just when you think Trump has hit the gutter, he bounces lower.
🚨🪖🇺🇦🇷🇺🇻🇪🇺🇸 Zelensky: “Beh, cosa posso dire? Se è possibile trattare con i dittatori in questo modo, proprio così, allora gli Stati Uniti d’America sanno cosa fare dopo…”.
Semplicemente un fuoriclasse.
Caracciolo al Fatto Quotidiano: “Siamo in una fase di guerra in cui la propaganda gira a mille, ma abbiamo il dovere di informare con tutte le opinioni”.
Dice una verità sulla guerra dell’informazione, poi la piega apposta: il pluralismo alibi per la propaganda (di “Limes”).
No mi spiace ma @limesonline ha perso credibilità su questo conflitto non perché “ha idee diverse”, ma perché una parte crescente del pubblico (e perfino figure interne/contigue alla rivista) ha visto una somma di segnali reputazionali: fratture pubbliche, scelte grafiche e framing percepiti come normalizzanti rispetto a un’aggressione, e soprattutto scarsa “accountability” quando alcune previsioni/letture si sono rivelate errate. In un tema dove fatti verificabili, diritto internazionale e rappresentazione dei territori sono parte integrante della guerra, questi dettagli diventano sostanza.
I piagnistei di oggi non bastano.
Ma vediamo come ha perso credibilità 🧵
Crisi interna pubblica: dimissioni/uscite “dal cuore” del progetto
Quando lasciano in blocco o in sequenza persone autorevoli collegate alla rivista, e motivano l’addio con divergenze sulla linea dell’Ucraina e sul rapporto con i principi del diritto internazionale, la credibilità non la erode un “attacco esterno”: la erode un segnale interno che il lettore interpreta come incompatibilità tra analisi e impostazione editoriale.
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La “questione mappe”: rappresentare la Crimea come Russia è un atto editoriale, non neutro
Le mappe non sono un dettaglio grafico: nel caso ucraino sono un pezzo di contesa politica e legale. Se una carta presenta la Crimea dentro “FED. RUSSA”, una parte del pubblico lo legge come presa d’atto dell’annessione/occupazione e quindi come slittamento dall’analisi alla normalizzazione. Non serve “indovinare intenzioni”: basta guardare la legenda.
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Errore previsivo “macro” e accountability insufficiente
Un grande errore può capitare; ciò che pesa è la percezione che non ci sia una revisione proporzionata. Nel febbraio 2022 circolano ricostruzioni (anche da ex collaboratori) secondo cui Caracciolo minimizzava/negava l’invasione imminente; e resta un testo che argomenta perché “Putin non attaccherà” in forma classica, pubblicato a ridosso dell’invasione reale. Questo tipo di scarto, se non viene “contabilizzato” con chiarezza, diventa un moltiplicatore di sfiducia.
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Framing ricorrente: “propaganda” e “clima di guerra” come risposta standard alle critiche
Nel pezzo del Fatto Caracciolo respinge l’accusa di filorussismo e parla di “tempo di propaganda” e di un contesto in cui “bisogna sposare una causa”, ridimensionando anche la portata delle uscite. Questo framing, ripetuto, viene letto da molti come modo per liquidare critiche sostanziali (mappe, selezione degli argomenti, scelte lessicali) invece di affrontarle sul merito.
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Scelte di “voci” ospitate: dare spazio a hardliner russi senza un controbilanciamento percepito
Ospitare anche posizioni sgradite è legittimo, ma nel contesto attuale la platea giudica l’insieme: se a ciò si sommano mappe controverse e framing “realista” che riduce centralità a legalità/agenzia ucraina, l’effetto percepito è che la rivista finisca per offrire una piattaforma “comoda” a narrative funzionali al Cremlino, anche quando formalmente condanna l’invasione.
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Il punto chiave: credibilità non è pluralismo astratto, è rigore verificabile
Il pluralismo, per reggere in guerra, deve accompagnarsi a segnali netti: mappe coerenti con lo status legale (o chiaramente marcate come “occupato/annesso”), correzione trasparente degli errori previsivi, distinzione ferrea tra spiegare le motivazioni del Cremlino e normalizzarle. Quando questi elementi non sono percepiti come solidi, la reputazione si consuma rapidamente.
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Sotto , nel primo commento, alcune ospitate di Caracciolo dove non fa previsioni equilibrate, ma ripete una propaganda univoca e sbilanciata