Oggi Giorgia Meloni ha rivendicato il diritto, per chi non è di sinistra, di avere gli stessi diritti di tutti gli altri. Ha aggiunto che è una battaglia che conduce da tutta la vita.
Quella sua vita politica si è svolta all’ombra di Giorgio Almirante, dentro i partiti della tradizione neofascista, sotto la fiamma tricolore che ancora campeggia nel simbolo di Fratelli d’Italia. Le sue parole, allora, si leggono senza ombra di smentita come una rivendicazione di legittimità per chi si sente fascista.
Ebbene no, Giorgia Meloni.
Il fascismo non è un’opinione. Non è una sensibilità. Non è una parte politica come le altre.
In una Repubblica fondata su una Costituzione nata dalla Resistenza, il fascismo è un’ideologia incompatibile con i principi costituzionali.
Le leggi della Repubblica ne sanzionano l’apologia e la ricostituzione. Non per accanimento. Perché quella ideologia ha già mostrato dove porta, e la Repubblica è nata proprio per impedire che ci tornasse.
Non esiste alcun diritto al fascismo da rivendicare.
Anche se è tutta la vita che combatti per questo.
Questa è clamorosa.
Maradona nel 2018 nel giorno in cui i Mondiali 2026 sono assegnati a USA, Messico e Canada, dice:
“Non mi piace, faranno quattro tempi per mettere la pubblicità, lo rifaranno”
The war in Ukraine has changed in ways that would have been hard to imagine only a short time ago.
Crimea, Putin’s imperial trophy, has become a burden: under logistical siege, under a state of emergency, and increasingly hard for Russia to supply or defend.
Russian refineries are burning hundreds, and in some cases thousands, of kilometers from the front. Ukraine’s deep strikes are hitting one of the main sources of funding for Russia’s war effort.
On the diplomatic and communication fronts, Kyiv has seized the initiative and is forcing Putin onto the defensive.
Meanwhile, Russia’s advance is moving towards net zero despite increasingly unsustainable losses; Ukraine’s drone industry is expanding at remarkable speed; and even the Trump administration is beginning to acknowledge that Zelensky still has plenty of cards to play.
In my new post, I look at these shifts using new data and original, unpublished maps of the conflict.
Russia, and Putin himself, are failing to achieve the political, military, and economic objectives of the war.
That is why the post is titled “Putin’s Many Defeats.”
Link in the first comment.
Lo zaino pronto per scappare. I colpi della contraerea alla finestra. I poster della squadra del cuore. La cameretta di Artem, uno dei 20mila bambini rapiti dai russi. Una mostra a Roma, allo Spazio Europa del Parlamento Europeo a Piazza Venezia. Per vivere. Per capire. Andateci
The Ukrainian girl who lost her life in Kharkiv had traveled to the city for her graduation ceremony. 😢😢😢
Russian murderers turn life's milestones into death.
“Grandpa, what did America do when Ukraine beat Russia?”
He takes a while to answer.
“The boys at school say America didn’t do anything. That isn’t true, is it, Grandpa?”
And he doesn’t know how to say it. That there was a day, in a gold-trimmed room, when president Trump sat across from a leader who had not slept properly in three years, a man whose cities were being bombed while he spoke, and instead of standing beside him, he lectured him. About gratitude. On camera. With his deputy joining in, the two of them talking down to a wartime president as if he had come to beg for a favour rather than to keep his country alive.
“It’s complicated,” is all he manages.
But the boys at school are closer to the truth than he wants to admit.
Ukraine won the way a man wins a fight after his cornerman walks out halfway through. It won despite that room, not because of it. It won because Europe helped, Canada helped, Australia helped, Japan helped, South Korea helped, and most of all because of the fighting spirit in Ukraine, and because the Ukrainians refused to die quietly, and because history has a long memory for the people who showed up and an even longer one for the people who didn’t.
One day the textbooks will have a photo of that meeting. And the caption will not be kind.
“No,” he says finally. “They didn’t do nothing. They did something worse.”
На фото- Маккензи Скотт, экс-жена основателя Amazon. Она отдала на благотворительность уже >$26 млрд.
В 2025 г Маккензи пожертвовала больше, чем Маск, Пейдж, Эллисон и Безос вместе взятые за всю их жизнь!
Ею были профинансированы семь крупных фондов для помощи украинцам💛💙
🇷🇺🇺🇦 Un soldato russo chiede a un soldato ucraino: "Ci prenderete prigionieri o ci ucciderete?"
Ucraino: "Prigionieri"
Secondo soldato russo: "Prigionieri? "
Ucraino: "noi non siamo come voi"
Si aspettavano la morte. Hanno avuto qualcos'altro.
La guerra in Ucraina ha subito un’evoluzione che fino a poco tempo fa sarebbe stato difficile immaginare. La Crimea, il trofeo imperiale di Putin, è diventata un fardello: sotto assedio logistico e in stato di emergenza, sempre più difficile da rifornire e difendere.
Le raffinerie russe bruciano a centinaia, e in alcuni casi migliaia, di chilometri dal fronte. I deep strikes ucraini stanno colpendo una delle principali fonti di finanziamento dello sforzo bellico russo.
Sul piano diplomatico e della comunicazione, Kyiv ha preso l’iniziativa e costringe Putin sulla difensiva.
Intanto l’avanzata russa si avvicina allo zero netto, a fronte di perdite sempre meno sostenibili, l’industria ucraina dei droni cresce a un ritmo rapidissimo, e perfino l’amministrazione Trump comincia a riconoscere che Zelensky ha molte carte da giocare.
Nel nuovo post descrivo queste svolte usando nuovi dati e mappe originali e inedite del conflitto. La Russia e Putin stanno fallendo tutti gli obiettivi politici, militari ed economici della guerra. Per questo il post si intitola “Le sconfitte di Putin”.
Il link è nel primo commento.
Il prezzo del consenso
Adesso che i missili e i droni ucraini arrivano davvero sulle loro città, i russi strillano in ogni video. Filmano i palazzi in fiamme, i vetri a terra, e chiedono al mondo di guardare, di avere pietà. Vale la pena fermarsi su quel grido, perché dice molto più di quanto vorrebbe.
Di questa guerra si tende a separare due cose. Da una parte Putin, il regime, il KGB, la propaganda. Dall'altra un popolo di centoquaranta milioni di persone, descritto come ostaggio, ingannato, costretto. La separazione è comoda, e regge meno di quanto sembri.
Conviene distinguere subito, perché è il punto su cui si gioca tutto. Una cosa è la colpa penale, di chi ha premuto il grilletto. Altra è la responsabilità politica di una collettività che ha sostenuto un regime per vent'anni. Altra ancora è la responsabilità morale di ciascuno, per quello che ha scelto di applaudire. Non parlo di colpa del sangue o della natura, sarebbe la stessa logica con cui i russi hanno guardato gli ucraini, gente inferiore per nascita, e quella logica non la voglio. Parlo di scelte, di consenso, di ciò che una società decide di celebrare. È una domanda che riguarda la Russia di oggi, ma che ogni democrazia dovrebbe porsi davanti alle proprie guerre.
Il consenso, in Russia, non è un'ipotesi. Anche concedendo che in un regime la paura gonfi questi numeri, perché chi dissente spesso tace o rifiuta di rispondere, il quadro resta quello di una società in larga parte allineata. Nelle rilevazioni di inizio 2026 oltre il settanta per cento dei russi continua a sostenere le azioni delle forze armate in Ucraina. Quando nel gennaio 2026 è stato chiesto cosa fare se la pace non arriva, una netta maggioranza, il 59 per cento, ha scelto di intensificare gli attacchi, contro il 21 per cento favorevole a qualche concessione. Sui bombardamenti delle infrastrutture energetiche ucraine, quelle che lasciano le città al buio e al gelo, circa il 57 per cento li ritiene giustificati. Non sono numeri da popolo ostaggio.
Per anni la propaganda del Cremlino non è stata solo subita. Una parte consistente della società l'ha consumata con gusto. Stava nei telegiornali, nei film, nelle serie, perfino nei cartoni per bambini, e trovava il suo pubblico. Lo slogan del regime, "possiamo rifarlo", lo ripetevano in tanti, senza che nessuno lo imponesse loro sul divano. Vestivano i propri figli da soldati, li infilavano dentro carri giocattolo e missili di cartone, in piazza, sorridendo all'obiettivo.
All'inizio dell'operazione l'euforia era autentica, "prendiamo Kyiv in tre giorni". Poi centinaia di migliaia di russi hanno scelto volontariamente di combattere, mentre milioni hanno continuato a sostenere, direttamente o indirettamente, l'economia di guerra che trasformava le rovine ucraine in stipendi e commesse. Nessuno li ha sorteggiati uno per uno.
La parte che pesa di più non è nemmeno questa. È il modo in cui quel consenso si è manifestato. Ogni massacro aveva i suoi commenti allegri sui social, le fantasie su come lasciare l'Europa senza gas e far morire di freddo i khokhol al buio. A Rostov sul Don, tre anni fa, una folla applaudiva e gridava "grazie" ai mercenari della Wagner. Una parte visibile del Paese guardava le torture, le città rase al suolo, i palazzi che crollavano di notte con dentro la gente, e tornava a dormire tranquilla.
A questo punto arriva l'obiezione. È una dittatura, dissentire costa caro, la gente non ha scelta. Vale a metà. Tra il terrore imposto dall'alto e l'adesione gioiosa dal basso c'è una distanza enorme, ed è in quella distanza che si misura la qualità morale di una società. In nessun regime si è obbligati a essere entusiasti. Si può tacere invece di esultare, si può non presentarsi volontari al fronte, si può non scrivere battute felici sotto la foto di una città distrutta. La paura spiega il silenzio. Non spiega la festa. Il consenso vive lì, nello spazio che resta quando il terrore ha già preso la sua parte.
La profondità di quel consenso resterà uno dei fenomeni più inquietanti dell'Europa contemporanea. Una società intera che assiste a una guerra di conquista, ne conosce i crimini, e in larga parte la approva, la finanzia, la tifa. Si possono avere dittature, propaganda, paura, e conservare comunque una soglia di vergogna. Quella soglia, in Russia, l'hanno superata in troppi, con troppo poco disagio.
È qui che il confronto con l'Ucraina diventa impietoso. Gli ucraini, quelli guardati dall'alto come gente di seconda categoria, hanno tenuto. Hanno difeso le loro città, hanno ottenuto il sostegno delle principali democrazie occidentali, hanno trasformato la guerra lampo in una guerra di logoramento che adesso spezza, pezzo dopo pezzo, la spina dorsale della macchina militare russa.
Per questo il grido di oggi suona come suona. Non piace più la guerra sacra, ora che tocca pagare il conto di quell'orgia di odio, militarismo, culto della morte, memoria della guerra mondiale piegata a giustificarne un'altra. La guerra cambia faccia quando bussa alla porta di casa. La responsabilità di chi l'ha voluta, applaudita e finanziata resta dov'era.