Vieri alla Gazzetta: "Inter senza Calhanoglu e con Thuram in dubbio? Chivu non si è mai lamentato delle assenze e non lo farà adesso, anche se deve rinunciare a Calha, che è uno dei migliori del mondo. Semmai, mi stupisce sempre una cosa: quando manca qualcuno alle altre sembra un dramma, quando capita all’Inter tutto normale"
#LazioInter
Rispetto e gratitudine eterni per questo signore qua...che fino all'ultimo...se c' è da fare il suo lo fa!
Con umiltà, dedizione e ZERO POLEMICHE.
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Quando a San Siro c'era il genio della lampada: ricordo di Beccalossi, talento di classe immensa, la sfrontatezza fatta giocatore, un numero 10 che il calcio non lo giocava, lo pennellava
Grande protagonista della cavalcata scudetto dell'Inter di Bersellini 1979-80 e autore di infinite prodezze, Evaristo è stato uno dei nerazzurri in assoluto più amati e non solo dai tifosi dell'Inter. La doppietta nel fango del derby scudetto, i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava, il cruccio di non avere mai avuto la gioia di vestire la maglia azzurra
Per dire quant’è cambiato il calcio italiano da quando il 27 aprile 1980, alla terzultima di campionato, l’Inter allenata da Eugenio Bersellini pareggiò a San Siro 2-2 contro la Roma di Liedholm conquistando il punto che le dava la certezza matematica del suo 12° scudetto, è sufficiente dare una scorsa ai nomi dei giocatori scesi in campo. INTER: Bordon, Pancheri, Baresi; Pasinato, Mozzini, Marini; Caso, Oriali, Altobelli, Beccalossi, Ambu (del 46’ Muraro). Allenatore Bersellini. ROMA: Tancredi, Peccenini, Turone; Ancelotti, Santarini, Maggiora; Conti, Benetti, Pruzzo, Giovannelli, Amenta. Allenatore Liedholm.
Immagino non vi sarà sfuggito: sono tutti giocatori italiani come usava ai tempi, tempi che cominciarono a cambiare dalla stagione successiva quando le frontiere vennero riaperte e ai club di Serie A venne dato il permesso di acquistare all’estero un calciatore straniero. Per restare a Inter e Roma, i nerazzurri pescarono bene ingaggiando l’austriaco Prohaska dall’Austria Vienna, la Roma benissimo andando prendere Falcao all’Internacional di Porto Alegre.
Solo giocatori italiani, dunque, nel campionato del 12° scudetto della storia dell’Inter, e rose ridotte all’osso visto che gli impegni erano pochi: la Serie A era a 16 squadre e si svolgeva su 30 giornate invece che sulle 38 di oggi; in Coppa dei Campioni giocava un solo club - quello che aveva vinto il titolo - e il format delle coppe europee era ad eliminazione diretta: se perdevi uscivi subito. Per affrontare una stagione bastavano insomma 15-16 titolari. L’Inter di Bersellini, che vinse lo scudetto con 3 punti di vantaggio sulla Juventus e 6 sul Torino (erano i tempi in cui la vittoria valeva 2 punti), disputò l’intera stagione con 16 giocatori in tutto più due ragazzi, Pancheri e Occhipinti.
Tra quei 16 giocatori, ma sarebbe meglio dire tra quegli 11 titolari (allora le formazioni erano battezzate ed erano conosciute a memoria da tutti, non solo dai propri tifosi), il cavallo di razza, con la sfrontatezza dei sui 23 anni, era Evaristo Beccalossi. Arrivato dal Brescia un anno dopo Spillo Altobelli, Beccalossi era la classe allo stato puro.
Non fuoriclasse com’era Antognoni, dotato di una fisicità, di una maestosità e di una completezza che ne facevano uno dei migliori numeri 10 d’Europa, Beccalossi era però il genio della lampada fatto calciatore: quello che ti faceva saltare in piedi sui gradoni dello stadio, veloce di gambe e di pensiero, uno dei pochi che il calcio non lo giocavano, lo dipingevano. Ma con pennellate vere: e pesanti. Come i due gol che il Becca firmò nel derby Inter-Milan 2-0 del 28 ottobre 1979, l���anno dello scudetto per l’appunto, una partita giocata nel fango che incredibilmente finì per esaltare proprio le sue magie a cominciare dal fatato destro al volo con cui al minuto 15 indirizzò i destini non solo della stracittadina ma di tutto il campionato.
Sette gol nel campionato dello scudetto 1979-80; sette gol l’anno dopo e nove in quello successivo. Numeri da attaccante: ed erano solo le ciliegine sulla torta dei suoi assolo. Non ammirarlo non era possibile, che si tifasse Inter oppure no. Trovare un giocatore che abbinasse classe e sfrontatezza, tecnica e audacia, genialità e irriverenza come faceva il Becca era impossibile. E se Roberto Baggio - e ho detto Roberto Baggio, forse il più grande tra i numeri 10 - ancora oggi confessa di non dormire la notte ripensando al rigore fallito nella finale mondiale Brasile-Italia del 1994, Evaristo Beccalossi è stato più fortunato: lui una finale mondiale non l’ha mai giocata, è vero, ma gli voleva così bene la gente, e non solo quella interista, che quando gli capitò - poteva capitare solo a lui - di andare due volte sul dischetto in una partita di coppa contro lo Slovan di Bratislava e di sbagliare uno dopo l’altro in pochi minuti due rigori su due, roba da ricovero in una clinica del sonno per un paio di mesi, per tutti divenne un eroe.
E lo sapete tutti, la sua impresa all’incontrario divenne addirittura una pièce teatrale del comico Paolo Rossi. Perchè di Beccalossi la gente ammirava il coraggio; se sconfinava nella temerarietà, meglio ancora. Il Becca l’ha dimostrato: si può diventare leggenda anche sbagliando
Per rendere l’idea di cosa fosse il calcio italiano quando nel 1979-80 l’Inter di Bersellini, quella di cui tutti, non solo i tifosi interisti, conoscevano la formazione a memoria (Bordon, Baresi, Oriali; Pasinato, Mozzini, Bini; Caso, Marini, Altobelli, Beccalossi, Muraro), per capire cosa fosse il calcio italiano allora e cos’è diventato oggi è sufficiente dire questo (con tutto il dolore che questa riflessione comporta): a dispetto della straordinaria classe di cui madre natura lo aveva dotato Evaristo Beccalossi non ebbe mai la gioia di giocare una sola partita, anzi un solo minuto con la maglia della nazionale. La fioritura di campioni del calcio italiano di allora, che già era rifulsa al Mondiale in Argentina del 1978 e avrebbe trovato la sua apoteosi al Mondiale in Spagna del 1982, era tale per cui a un talento puro come Beccalossi - che oggi in azzurro sarebbe portato in portantina - le porte della nazionale non vennero mai aperte.
Era, il Becca, in buona compagnia: basti pensare a Roberto Pruzzo, il centravanti della Roma che il 27 aprile 1980, giorno del 12° scudetto nerazzurro, era per l’appunto in campo in quell’Inter-Roma 2-2, che in maglia azzurra collezionò in tutto la miseria di 6 presenze. Li avessimo avuti con noi in questi ultimi disgraziati dieci anni Beccalossi e Pruzzo, una cosa è certa: ci saremmo divertiti di più e al Mondiale in Russia del 2018 saremmo andati, a quello in Qatar del 2022 anche e a quello in USA del giugno prossimo pure.
E chissà, col Becca in campo magari sarebbe andata meglio anche all’Inter di Chivu in Champions League. Che c’entra?, vi starete chiedendo. Beh, pochi lo ricordano. Ma correva l’anno 1978, era mercoledì 18 ottobre, a San Siro si giocava la partita di Coppa Uefa fra Inter e Bodo Glimt (avete letto bene: Bodo Glimt) e Beccalossi fresco di acquisto dal Brescia era al suo debutto sul palcoscenico internazionale. Risultato? Pronti-via, Beccalossi appone subito il suo sigillo al match: 1-0, partita in discesa e alla fine il risultato dirà Inter 5, Bodo Glimt 0.
Grazie Evaristo. Ci hai regalato bellezza. Ti abbiamo voluto e ti vorremo sempre un’infinità di bene.
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"Diamo valore alla memoria di una persona che è stata fonte d'ispirazione per tanti calciatori e non solo. Un calciatore artefice di giocate sublimi che hanno emozionato tutti, tifosi propri e avversari.
Esempio da seguire, giocatore bello da vedere e talento che entusiasmava gli stadi col suo stile di gioco, Beccalossi danzava in campo: una qualità che si vede sempre meno nel calcio di oggi."
Il ricordo del Presidente e CEO Giuseppe Marotta
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Del Campione si parlerà per sempre, l’uomo sarà luce per chi ti ha conosciuto.
È stato un onore avere avuto un amico come te.
L’abbraccio di ieri sera è stato uno dei momenti più strazianti della mia vita.
Arrivederci Fantasista.
#EvaristoBeccalossi
Eri un genio in campo. Seguivi il tuo istinto che era pura fantasia. Il destro e il sinistro per te erano la stessa cosa. I tuoi dribbling erano ricami estetici più che una sfida con l’avversario. Protagonista di un calcio alla ricerca di emozioni. R.I.P. #EvaristoBeccalossi