Si chiamava Tania Terrin. Aveva 39 anni. La sera di Ferragosto aveva scelto un abito rosso per uscire con gli amici.
Non è mai uscita.
Quella sera, nel suo appartamento di Camponogara, l’ex compagno Dino Keber, 43 anni, l’ha soffocata.
Poi è tornato a casa sua, a Dolo, e si è impiccato.
Tania è rimasta lì, sul divano. Il suo corpo è stato trovato dopo che la madre aveva bussato a lungo alla porta e provato a chiamarla al telefono, senza risposta.
Non è successo all’improvviso. Non è successo “senza segnali”. È successo dopo che ogni segnale era stato dato, raccolto, messo agli atti e poi lasciato cadere.
Ad aprile Keber l’aveva già strangolata fino a farle perdere i sensi. È stato lui stesso ad accompagnarla in ospedale.
Tania lo ha denunciato. È scattato il codice rosso. A giugno il questore di Venezia ha emesso un ammonimento, in cui si dava atto della sua «propensione alla violenza». Ma nessun braccialetto elettronico. Nessun divieto di avvicinamento con un vero controllo. Nessuna barriera tra quell’uomo e la donna che era già quasi morta con le sue mani intorno al collo.
Non era la prima. Keber era stato querelato altre tre volte, tra il 2002 e il 2021, da tre precedenti compagne, sempre per lesioni. Tutte le querele erano state ritirate: così non risultavano precedenti penali, ma il suo nome era ben noto alle forze dell’ordine.
La madre di Tania, Marinella Forner, racconta di essere andata dai carabinieri con la figlia sette, otto volte.
Racconta di un uomo che si era costruito un cappio e lo mostrava a Tania minacciando di uccidersi ogni volta che lei cercava di lasciarlo.
Tania aveva fatto tutto ciò che continuiamo a chiedere alle donne di fare: ha denunciato, ha chiesto aiuto, ha segnalato a tutti il pericolo.
Aveva anche scritto ai vicini nel gruppo WhatsApp, allegando la foto di Keber: se si presenta, non apritegli.
Ora pretendiamo delle risposte.
Perché un tentativo di strangolamento, che in ogni valutazione del rischio serio è tra i più forti predittori di un femminicidio successivo, si è tradotto in un ammonimento, cioè in una misura amministrativa di prevenzione, e non in una misura cautelare capace di tenere davvero quell’uomo lontano? Come ha ricordato anche la presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, l’ammonimento del questore, pur utile, non può sostituire le misure cautelari custodiali e la legge sul femminicidio ha reso più facile applicare la custodia cautelare proprio in presenza di reati spia come stalking e maltrattamenti.
Perché qui non è stata applicata?
Perché nessun braccialetto elettronico, nonostante il codice rosso, l’aggressione documentata, i pedinamenti, le minacce, i precedenti con altre tre donne?
Chi ha valutato quel rischio? E con quali criteri lo ha giudicato non abbastanza grave da giustificare una protezione reale? Sappiamo che la sola Procura di Venezia gestisce tra le 50 e le 70 denunce da codice rosso ogni settimana: se il sistema è sommerso, ditelo. Ma allora è un problema di uomini, di mezzi, di formazione e di priorità politiche, non un destino.
Lo ha detto persino il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia: quello di Camponogara è un fallimento, e bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza. Bene. Allora il fallimento va nominato, ricostruito e sanato, non commemorato.
Chiediamo giustizia per Tania Terrin. Chiediamo verità su ogni passaggio in cui questo Stato aveva le carte in mano per proteggerla e non lo ha fatto. E chiediamo che chi doveva decidere risponda di quelle decisioni.
Perché se davanti a tutto questo la nostra unica risposta sarà un altro minuto di silenzio, quel silenzio sarà soltanto l’ultima cosa che avremo aggiunto a tutti gli allarmi che non sono bastati a salvarla.
“Michela Murgia ribadirà che la cucina è politica, i BTS sono politica, le donne sono politica, i sanpietrini sono politica, ridere è politica, vestirsi è politica, scrivere è politica, parlare è politica, ascoltare è politica, dissentire è politica.
Dirà che è politico usare la propria libertà per liberare gli altri. Io le dirò che è una frase di Toni Morrison. Lei dirà che è anche una frase di Toni Morrison”.
Il meraviglioso ricordo al futuro di #MichelaMurgia da parte di Chiara Valerio.
“Refugees are mothers, fathers, sisters, brothers, children, with the same hopes and ambitions as us—except that a twist of fate has bound their lives to a global refugee crisis on an unprecedented scale.” - Khaled Hosseini
Afghanistan, 1992.
"Benaras/Varanasi is older than history, older than tradition, older even than legend and looks twice as old as all of them put together."
– Mark Twain
Ieri marea a #Varsavia e in altre 80 città della #Polonia. La lotta per l'aborto è lotta per i diritti di tutt, si è estesa alla società per cambiamento radicale. Prendiamo questa energia e rovesciamola nelle piazze, ovunque noi siamo. #nonunadimeno#StrajkKobiet#Wypieradalać