Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce
(Giuseppe Ungaretti, Per i morti della Resistenza)
Una storia sciocca che forse non lo è.
Negozio di abbigliamento sportivo.
Entro e percorro i corridoi con passo fiero, guardando con malcelata superiorità morale il reparto fitness. All’altezza del running invece sento l’autostima scricchiolare. Arrivo al tennis. A 40 anni cerco qualcosa di carino, comodo, che in campo non mi faccia sentire mia zia ma nemmeno mia nipote.
Facile, direte voi.
Ma certo. Come uno smash per Djokovic.
Cominciamo dalle taglie.
La S va bene per chi ha abbracciato un regime alimentare respirariano.
La M in realtà è una S demotivata.
La L è finita. Nel senso che non la producono dal 2003.
La XL fa parte delle leggende metropolitane, come quella storia del signore che liberava cuccioli di coccodrillo nelle fogne di New York per spaventare i cittadini.
I pantaloncini sono tutti cortissimi. Dopo un certo livello di ritenzione idrica sono come l’omeopatia: funzionano solo se ci credi.
I top strizzati hanno gli intrecci di un ponte tibetano. Bellissimi. Ma quando col sudore si appiccicano, riesci a toglierli solo se hai un passato da contorsionista al Cirque du Soleil.
Le magliette sono poche e giusto qualche polo con la grammatura del truciolato: si percepisce una generale diffidenza per il concetto tradizionale di manica. I vestitini hanno quei tessuti dai nomi esotici tipo performance ultra glow, ma su una clientela media che gioca il doppio misto il giovedì diventano una parannanza tecnica.
Trovi una cosa che ti piace e chiedi alla commessa in quali colori esiste. Beh questa ci sta in magenta sunrise, sparkling papaya e devo controllare se m’è rimasta laser lemon.
Blu. Tu pensavi al blu. Il blu non ci sta. Mai.
E vabè anche stavolta è andata così. Niente colori facili. Tessuti che collaborano. Pantaloncini che perdonano.
Non fa niente, alla fine voglio bene alle tute Fruit of the loom e alle giacchette acetate di ignota provenienza. Il genere di cose che se le abbini sono brutte ma se le mischi a casaccio sono vintage.
Sorrido con invidia pensando ai kit maschili che possono essere indossati a tutte le età. Se vuoi, puoi sentirti Sinner o Alcaraz dai 10 ai 99 anni.
Lo sport dovrebbe spingere chiunque a stare bene con sè stesso, ma non c’è ancora abbastanza delicatezza verso la varietà dei corpi femminili.
Cari designer, parlo con voi: il laser lemon era carino, ma occhio ai coccodrilli.
#tennis
Caro Babbo Natale,
quest’anno come regalo vorremmo la forza interiore di non dire “eccoqua” quando l’avversario sale 15-0 al primo game.
Vorremmo che gli orari dei match non fossero imperscrutabili a causa della curvatura nella cronosfera, generata da uragani o maratone fra adolescenti lucky loser asiatici Vs quarantenni qualificati sudamericani che giocano prima. Organizzati tu.
Vorremmo draw senza tennisti di casa incarogniti. Se t’avanza tempo, potresti far durare l’erba un po’ di più.
Visto che ci alzeremo zombificati alle tre di notte, per favore evitaci il tie al quinto.
Vorremmo che sistemassi quella cosa degli head to head impietosi fra Jannik e tu sai chi. No, non dico De Minaur, quell’altro. Non è per sfiducia ma se ti sbagli è un casino.
Vorremmo un coach per Nardi, un 1000 per Musetti, Berrettini friccicarello come il suo feed di instagram e telecronisti muti sulle palle break. So che queste cose sono impossibili, ma crediamo nella magia del Natale.
Più di tutto, vorremmo che ci facessi commuovere una domenica pomeriggio a Parigi.
Scegli tu Babbo. Poi vediamo come va.
#sinner #janniksinner #tennis