«Ho cercato in rete l’intervista di Leonardo Maria Del Vecchio da Lilli Gruber con una curiosità alimentata dal rumore di fondo della mia bolla social.
A leggere i commenti sembrava che in TV fosse apparso un incrocio tra un oligarca distratto e un militante d’altri tempi, un ragazzo baciato dalla fortuna ma privo di neuroni. Un esercizio di bullismo social che dovrebbe preoccuparmi ma che in realtà non mi sorprende.
Faccio il giornalista da trent’anni e forse sono io che non ho imparato il mestiere, ma dopo averlo ascoltato lo sconforto che ho provato non era per lui, ma per noi.
Le colpe di questo trentunenne, agli occhi del tribunale permanente dei social e dei salotti "giusti", sono in realtà le verità più banali che nessuno ha più il coraggio di dire.
Del Vecchio ha ammesso di aver votato per Renzi quando sembrava il futuro e per Giorgia Meloni oggi.
In pratica, ha fatto esattamente quello che fa la stragrande maggioranza degli italiani che ancora si disturba ad andare alle urne: cerca qualcuno che governi, senza legarsi a vita a una bandiera.
Eppure, in questo tempo malato, la fluidità elettorale di un imprenditore viene letta come un tradimento o, peggio, come una prova di fascismo latente.
C’è stata poi l’indignazione perché ha riconosciuto alla Meloni un merito oggettivo, che persino gli osservatori internazionali più critici ammettono: la stabilità.
Dire che un governo di legislatura è un bene per il sistema-Paese non è un endorsement ideologico, è una constatazione pragmatica di chi deve pianificare investimenti.
Ma nel manicheismo fighetto di oggi, se non sputi sul nemico di turno, allora sei suo complice.
Lo stesso vale per Trump. Del Vecchio non ha fatto il tifo, ha fatto un’analisi: se l’Europa viene presa a schiaffi a suon di dazi e sberleffi, la colpa è anzitutto di un’Unione che rimane un’accozzaglia di piccoli Stati irrilevanti e rissosi.
È una lettura saggia, quasi scontata per chi guarda al mercato globale, eppure è stata accolta come un’eresia.
Persino sulla sua idea di media company, l’accusa è stata quella di voler mercificare il pluralismo. Come se fosse meglio il modello attuale, dove i giornali spesso sopravvivono grazie a equilibri di potere opachi invece di provare a stare in piedi come aziende vere, capaci di parlare a tutti per scelta di mercato e non solo per dovere etico.
In tutta questa vicenda vedo il solito mix di invidia sociale e ipocrisia. Mi ha stupito il coraggio di questo ragazzo che, unico tra sei eredi, ha scelto di non nascondersi su uno yacht o in un ufficio schermato a Londra.
Si è esposto, pur non avendo la dialettica velenosa o la malizia necessaria per maneggiare le domande-trappola dell’informazione mainstream.
È rimasto nudo davanti alle telecamere, con i suoi trent'anni e la sua voglia di costruirsi un ruolo in un Paese scombinato che sembra odiare chiunque provi a fare qualcosa invece di limitarsi a ereditare in silenzio.
Le cose che mi indignano quotidianamente sono altre, non certo un giovane uomo che prova a parlare di futuro senza usare il filtro del politicamente corretto.»
(Anthony Muroni)
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@elonmusk Isn't it too difficult to get access to tweets with #TwitterAPI? 4 emails of explanations and more than a week just to play with tweets in R and still waiting #FreeSpeech#opendata
The human ability to perform extreme generalization is backed in part by a drive to experiment. When my 1 year old is presented with two similar new objects A & B, and he accidentally finds out A has property P, he will immediately test whether B also has property P. Every time.