Ringrazio Luigi per aver condiviso questo articolo. Non mi convince del tutto e vorrei spiegare perché.
Prima, però, una premessa. Considero Gilberto Corbellini (peraltro allievo del mio mito scientifico Mario Ageno) uno degli epistemologi e filosofi della scienza più importanti del panorama italiano. Alberto Mingardi è una mente brillante, e mi capita quasi sempre di concordare con entrambi. Lo dico per chiarire che non sto liquidando l’articolo: è scritto da persone che sanno perfettamente di cosa parlano.
Allora perché non mi convince del tutto?
La ragione è sottile.
Corbellini e Mingardi sostengono che la scienza non dà risposte morali, ma costruisce modelli plausibili della realtà. Su questo sono completamente d’accordo. La scienza cerca di descrivere il mondo individuandone le regolarità e formulando modelli sempre rivedibili alla luce di nuove evidenze. Lo fa partendo da un presupposto rivoluzionario: che la natura non debba essere interpretata in funzione di uno scopo (“per qualcosa”), ma spiegata attraverso relazioni causali osservabili. Non è un passaggio banale, come ricorda la storia della scienza da Galileo in poi.
Negli ultimi anni, però, si è diffusa una specie di variante “da bar” del popperismo: l’idea che basti un controesempio – o anche solo una minoranza di ricercatori dissenzienti – per mettere automaticamente in crisi una teoria scientifica.
Non funziona così.
Se lancio una moneta cento volte e ottengo novantanove teste e una croce, quel singolo risultato non basta a confutare l’ipotesi che la moneta sia truccata. Un controesempio è prezioso perché costringe a verificare meglio il modello, ma non cancella di colpo un impianto teorico sostenuto da un’enorme quantità di dati.
La scienza è un’impresa collettiva: il confronto continuo tra ricercatori produce quel controllo reciproco che, nel lungo periodo, rende affidabili le nostre conoscenze. Se oggi il 95% della comunità scientifica converge su un modello e il restante 5% propone interpretazioni alternative, il dato interessante non è semplicemente la distribuzione delle opinioni, ma il fatto che, allo stato delle evidenze, il primo è quello meglio corroborato. Domani potrebbe cambiare. Oggi, però, è questo il punto in cui siamo.
Esco un momento dall’aplomb accademico per dire una cosa più terra terra: il mondo scientifico è pieno di c̶a̶c̶a̶c̶a̶z̶z̶i̶ persone intelligentissime che, talvolta, si innamorano più della propria idea che della sua capacità di spiegare i fatti. Succede. Per questo il metodo scientifico è più importante dei singoli scienziati.
Un monaco vissuto quasi mille anni fa, Guglielmo di Occam, ci ha insegnato che, tra due spiegazioni ugualmente compatibili con i dati, è ragionevole preferire la più semplice. È un’intuizione di una profondità enorme, della cui radice filosofica ho scritto altrove (substack in bio, post: E il Sole sorge ancora)
E quindi? Tutto questo per dire che Corbellini e Mingardi sbagliano sul clima?
Nemmeno per idea. Non sono uno scienziato del clima e non entro nel merito della questione. Prendo semplicemente atto che oggi la grande maggioranza degli studiosi attribuisce un ruolo rilevante alle attività umane nel riscaldamento globale. Fine.
Il punto che mi lascia perplesso è un altro. Gli autori utilizzano la provvisorietà della conoscenza scientifica – che, in questo caso, si manifesta nell’esistenza di una minoranza di studiosi che propone modelli alternativi – per criticare l’uso della scienza come fondamento del principio di precauzione.
Io sono d’accordo con la conclusione, ma per una ragione diversa. Anzi, più radicale. Il principio di precauzione non è un principio scientifico.
È un principio politico.
La scienza può dirci quali conseguenze è probabile che produca una determinata scelta. Può stimare rischi, benefici, costi e incertezze. Ma non può stabilire quale combinazione di quei costi e benefici una società debba ritenere accettabile. Quella è una decisione politica, cioè una scelta di valori.
La scienza descrive il mondo. Non decide come vogliamo viverci. Per questo non condivido l’idea che il principio di precauzione dipenda dalla maggiore o minore solidità di un modello scientifico. Non dipende da quello.
Prendiamo il fumo. Scientificamente è una pessima idea. Ma rimane una scelta libera (se individuale).
Dirò una cosa ancora più netta. Anche se un giorno disponessimo di prove praticamente incontrovertibili che attribuiscano al riscaldamento globale una responsabilità antropica enorme, questo, da solo, non autorizzerebbe mai un governo a prendere decisioni semplicemente “in nome della scienza”. Non perché la scienza possa sempre sbagliare. Ma perché una società non è costruita soltanto sull’ottimizzazione di parametri scientifici.
L’esistenza umana è un equilibrio tra salute, libertà, benessere economico, rapporti sociali, responsabilità verso il futuro e anche un legittimo desiderio di vivere il presente. Nessuna equazione può dirci quale sia il compromesso giusto tra questi valori.
Questo spetta alla politica.
Sta al legislatore, democraticamente eletto e dunque inevitabilmente fallibile, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Quindi, Bizzarri, sei un no-vax? No.
Credo nella responsabilità fondata sulla conoscenza. Se un governo, insieme al parlamento, conclude – sulla base delle migliori evidenze disponibili – che una vaccinazione obbligatoria sia necessaria per tutelare la salute pubblica, compie una scelta politica. Una scelta discutibile, criticabile, eventualmente sbagliata, ma pur sempre una scelta politica, assunta utilizzando le conoscenze scientifiche disponibili.
Ed è qui, secondo me, il punto fondamentale. La scienza deve informare i cittadini in modo il più possibile oggettivo, non sostituirsi alle loro aspirazioni morali e al loro voto.
So benissimo che una cattiva politica può produrre danni enormi. Ma considero questo un rischio inevitabile di una società democratica e libera. Libera anche di sbagliare.
Per questo non dovremmo usare la scienza né come fotografia perfetta della realtà per giustificare automaticamente una decisione politica, né come fotografia di un dibattito ancora aperto per sostenere che non si possa decidere.
Politici e commentatori non cerchino negli scienziati la foglia di fico delle proprie decisioni. Quelle spettano a loro, e del loro operato devono rispondere agli elettori.
Io non penso che cittadini e politici siano dei subumani chiamati semplicemente ad ascoltare “i professori”. È forse per questo, e perché nell’articolo mi sembra di intravedere una scorciatoia logica del tipo “la scienza è controversa, dunque non si può deliberare”, che, pur apprezzandolo molto, non sono riuscito a condividerlo fino in fondo. Ma magari ho letto male.
Non esiste una medicina “naturale”. E finché perderemo tempo e soldi con cazzate pseudoscientifiche andremo sempre peggio. Serve più educazione scientifica nelle scuole.
#evoluzione A 50 anni dalla pubblicazione de Il Gene Egoista, il capolavoro di Richard Dawkins che ha introdotto la visione dell'evoluzione incentrata sul gene, cosa è cambiato e cosa ne rimane?
Ne ho scritto su Prometeo (rivista stupenda: grazie per l'ospitalità) e lo trovate 👇
Pensieri sparsi su patrimoniale e dintorni:
1. Il sistema fiscale italiano è iniquo e va riformato: meno tasse sul lavoro, soprattutto sui redditi medi, e più tassazione su rendite, immobili e successioni.
2. Ma una patrimoniale aggiunta alla tassazione attuale, senza compensazioni, non va da nessuna parte. Più in generale, una proposta politica che si basi su “più tasse” è, nella situazione attuale, morta in partenza.
3. C’è anche una percezione diffusissima, e non infondata, che la spesa pubblica sia spesso usata male. Per questo credo sia preferibile parlare di riforma complessiva, spending review (incredibile come non ne parli più nessuno) ed efficienza della spesa, non solo di nuove tasse.
4. C’è un’emergenza credibilità. Formazioni politiche corresponsabili di enormi spese a debito, a partire dai bonus edilizi, oggi si svegliano dicendo che bisogna aumentare le tasse per salvare il SSN. Così non funziona. Servono leadership credibili.
5. Più in generale, una formazione o coalizione politica che non sa proporre altro che nuove tasse, senza un’idea di Paese e senza una visione complessiva su come far ripartire un’economia che non cresce da troppo tempo, ripropone la solita minestra riscaldata. Forse può trovare riscontro in una parte dell’elettorato, ma non mi pare che così si renda un grande servizio al Paese.
Al momento le proposte del PD per il rilancio (sigh) del Paese sono:
- Imposta patrimoniale; di cui non si sa l'aliquota, la base imponibile e, ovviamente, il gettito atteso;
- Il salario minimo; l'impostazione è 9 euro l'ora senza alcuno studio come invece era previsto nella proposta Nannicini del 2018;
- "Diritto a restare"; 200 euro al mese per 3 anni per gli under 35 con reddito inferiore ai 45k; agevolazione acquisto prima casa; 250 euro annui per le spese di rientro nel comune di residenza; 250 euro per abbonamenti al trasporto pubblico locale.
Le coperture verrebbero dal Fondo Fispe le cui disponibilità al momento sono di 856 milioni.
La sola misura dei 200 euro al mese per evitare la fuga all'estero costerebbe 8 miliardi l'anno ; altri 2 miliardi servirebbero per far rientrare gli oltre 600.000 giovani che, secondo i calcoli del PD, se ne sono andati.
Possiamo tranquillamente ipotizzare una spesa annua di 12 miliardi (per 3 anni); insomma un bonus facciate 2.0 con gli stessi risultati.
Sembra uno scherzo e invece sono seri
Negli ultimi giorni la Twittersfera italiana si è infuocata per le polemiche sull’impossibilità di una “crescita finita” in un mondo di “risorse finite”. Altri hanno provato a spiegare perché questa è una versione caricaturale dell’economia. In questo 🧶 parliamo di #Malthus 1/n
Ieri sera ho fatto la sciagurata scelta di guardare una parte del talk show più irritante della storia televisiva recente.
Nello slot in cui erano ospiti Matteo Renzi e Rocco Casalino l'ex portavoce di Conte ha fatto nel giro di un minuto due affermazioni in contraddizione logica.
Nella prima ha affermato che grazie al superbonus il PIL sotto il governo Conte è cresciuto del 14%; nella seconda che il superbonus è stato gestito soprattutto da Draghi.
Ristabiliamo fatti e numeri
1/
Industria 4.0: politica industriale o grande sussidio?
La misura nasce nel 2016 in un contesto di crescita debole e investimenti privati stagnanti. L’idea è semplice: incentivare gli investimenti tecnologici per rilanciare produttività e competitività dell’economia italiana.
Non ho mai partecipato né mai parteciperò ad una manifestazione per il 25 aprile.
Non lo farò perché la festa della Liberazione non è (e non so se è mai stata) una vera festa antifascista.
Al contrario, è la celebrazione di altri fascismi, di altri squadrismi le cui differenze rispetto all'originale stanno nei colori.
A 80 anni dalla cacciata dei nazifascisti dall'Italia settentrionale buona parte del Paese non ha mai fatto i conti con le proprie colpe, non si mai guardato dentro; in alcuni casi ha trasformato questo giorno in rammarico per non essere riuscito a sostituire una orrenda dittatura con un'altra.
E allora festeggio il 25 aprile da solo, in silenzio; gridando dentro di me Viva la Libertà, cantando Bella Ciao e ringraziando quegli uomini e quelle donne coraggiose che 80 anni fa, uniti sotto una bandiera e non divisi dai colori, donarono la loro vita per permetterci di farlo
P.S ho sentito @matteohallissey , sta bene
Consiglio la lettura.
Peraltro non si avvicina neanche un po’ ad una bella foto a piedi nudi e una bella mezza maratona sorridente. Queste ultime sono le qualità e la strategia che amiamo!
Il calcio è una perfetta metafora dell’Italia.
Non teniamo il passo con gli altri, non innoviamo, non facciamo nulla per progredire. Non prendiamo nemmeno atto dei problemi e quindi non li affrontiamo: restiamo fermi, aggrappati ai ricordi trionfali, come se fossimo ancora grandi
La più cruda, lucida e terrificante rappresentazione della “Repubblica Tecnologica” teorizzata da Palantir.
Leggetela, se avete lo stomaco forte.
Temetela, se avete l’animo debole.
Sfidatela, se avete lo spirito necessario.
Il sorpasso, che un paio d’anni fa si pensava dovesse arrivare nel 2028, ci sarà già quest’anno: nel 2026, l’Italia🇮🇹 toglierà alla Grecia🇬🇷 il primato del paese con il debito pubblico più alto d’Europa. Secondo le previsioni del Fmi, quest’anno il debito dell’Italia salirà al 138,4% del pil mentre quello della Grecia scenderà al 136,9%.
È il prodotto di scelte politiche dagli ultimi tre governi, che tra Pnrr e Superbonus hanno speso 450 miliardi di euro per investimenti che avrebbero dovuto trasformare il paese aumentando produttività e tasso di crescita: il risultato è che l’Italia cresce allo 0,5%, molto meno degli altri ex Pigs (Portogallo, Grecia e Spagna) che crescono al 2%.
L’Italia è l’unico degli ex Pigs che, dieci anni dopo il Covid, avrà un debito pubblico più alto del 2019 e un tasso di crescita del pil uguale al 2019 (<1%).
Le politiche fiscali espansive non hanno funzionato, eppure al centro dei programmi del centrosinistra e del centrodestra ci sono sempre gli “eurobond” (per finanziare un nuovo Pnrr) e la sospensione del Patto di stabilità (per finanziare un nuovo Superbonus).👇
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Perché? In sintesi: per la tassazione elevata, per la carenza di competenze, per il carico burocratico, per i tempi della giustizia civile, per i gap di produttività.
Servono interventi dirompenti e coraggiosi per risvegliare un Paese in declino.
@ora_italia@micheleboldrin