In questa foto c’è tutta la famiglia di un giocatore che ieri sera ha coronato il secondo sogno più grande della sua vita.
La famiglia, per Ousmane Diop, ha un significato diverso per chi come noi è nato nella parte più fortunata del mondo.
Dal Senegal, uno dei tanti Paesi che l’Occidente ha colonizzato e sfruttato per la tratta degli schiavi, a soli 13 anni è partito da ragazzino, da solo, con l’obiettivo di diventare un giocatore di basket. In Friuli ha dormito per la prima volta in un letto da solo, ed è stato accolto da una famiglia italiana che si è occupata di lui.
“Tornerò in Senegal solo quando avrò i soldi per comprare una casa nuova ai miei genitori.”.
Ci ha messo quasi 10 anni.
Dai 13 ai 23 non ha visto sua mamma, suo papà e i suoi fratelli.
Dopo 10 anni quel bambino è tornato uomo. Un uomo diventato giocatore di Serie A, e che è riuscito a regalare una casa grande ai suoi genitori.
Ieri Ousmane Diop ha vinto lo Scudetto, il suo secondo sogno.
A centrocampo, uniti sotto la bandiera del Senegal, c’erano quasi tutti: la sua famiglia senegalese e quella che Ousmane ha sempre chiamato la sua famiglia italiana.
Una famiglia allargata che racchiude fratellanza, altruismo, inclusione, comunità, sostegno, amore.
Una immagine potete e al tempo stesso meravigliosa.
Ogni mossa americana degli ultimi dodici mesi ha un filo conduttore. Non è caos. Non è improvvisazione. È preparazione del campo di battaglia — economico, infrastrutturale, diplomatico, e infine militare — per il confronto con la Cina.
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Io oggi ero con i miei ragazzi in un campo ridotto così...la mia passione per questo sport non morirà mai ma questo non è più il mio sport ...
...dovete scomparire dalla faccia della terra...ridateci il nostro sport...
I migliori auguri di un sereno, prosperoso, ricco di abbondanza, gioioso e, perché no, divertente 2026 da Roberto Quaglia e da tutta la redazione de La Casa Del Sole TV. Tanti auguri!
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Italia. Quale provincia medioceanica dell’impero americano in crisi, la nostra bussola dovrebbe stabilire come comporre l’interesse nazionale con la strategia del capocordata.
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BRICS SCACCO MATTO | L'ultima scelta vivere o morire • Margherita Furlan
Un’analisi spietata dei destini del mondo. L’America cambia, l’Italia perde l’occasione, l’Europa si riarma. I BRICS sono pronti. Le sfide saranno immense.
Quando Robin Williams riuscì a far ridere di nuovo un gorilla che stava piangendo la morte del suo amico dopo sei mesi.
Per quanto fosse un attore affermato, Williams nel 2001 si prestò tuttavia a un esperimento alquanto particolare.
Alcuni etologi statunitensi avevano insegnato ad un gorilla dal nome Koko a parlare con gli esseri umani, tramite il linguaggio dei segni.
Koko era estremamente intelligente, ma in quel periodo stava passando un periodo molto difficile, tanto che i biologi temevano avesse cominciato a soffrire di una grave forma di malinconia (questo tra l'altro non è l'unico problema che colpisce i gorilla in cattività).
I ricercatori volevano aiutare Koko, trovandogli un nuovo amico, e al contempo volevano studiare come interagisse con gli estranei, in particolare con gli esseri umani.
Avendo infatti studiato il linguaggio dei segni ed essendo in grado di capire meglio la nostra specie, rispetto i suoi consimili, Koko era l'esemplare perfetto per stabilire se esistessero dei veri e propri confini cognitivi tra le nostre specie, relativamente al comportamento sociale.
Chiesero quindi a Robin Williams, noto alla massa principalmente per essere un attore comico, se voleva passare qualche ora in compagnia di Koko, cercando di interagire con lui naturalmente, come se si trattasse di una persona normale bisognosa d'aiuto.
Williams accettò immediatamente, anche se aveva dei dubbi sulle modalità dell'incontro.
Non era infatti esperto di primati e temeva di essere troppo impacciato per relazionarsi serenamente con l'animale.
Giunto di fronte al gorilla, come è possibile vedere nelle riprese che sono state rese disponibili dallo stesso attore, Williams ebbe però una vera e propria illuminazione.
Lasciando la possibilità all'animale di conoscerlo autonomamente, Williams si accorse che interagire con Koko era come se stesse interagendo con un bambino molto curioso.
A poco a poco, il gorilla infatti si interessò sempre di più al visitatore, tanto che rimase affascinato dal suo paio di occhiali e volle vederlo con "i suoi strani occhi fatti di vetro".
Koko presto cominciò a parlare con Williams, usando il linguaggio dei segni, proponendogli di giocare o facendogli domande sorprendentemente intelligenti, che sconvolsero l'attore.
I due, in pochi minuti, iniziarono persino a scherzare, a farsi il solletico, a giocare e a raccontare qualche loro esperienza di vita.
La cosa stupì profondamente i ricercatori, che chiesero a Koko di definire l'attore tramite una parola scelta. Il termine che il gorilla utilizzò fu "amico".
Lo stesso Williams rimase positivamente turbato da quell'incontro, soprattutto quando venne a conoscenza che era riuscito a far ridere un gorilla che rischiava di cadere in depressione per la solitudine.
A seguito di ciò, decise quindi di visitare Koko quando gli era possibile e di girare insieme a lui degli spot, a favore delle conservazione delle specie protette e contro la sperimentazione animale.
Il legame che si andò a creare fra Koko e l'attore statunitense fu così profondo che sopravvisse alla morte di Williams, avvenuta nel 2014. Quando infatti il vecchio gorilla seppe della morte dell'amico, fece segno ai suoi istruttori se poteva piangere e per alcuni giorni rimase pensieroso, con le labbra tremanti per il lutto.
Dopo molti anni ricordava infatti quanto l'attore lo avesse aiutato nel momento del bisogno e non si dava pace nel sapere che non lo avrebbe rivisto più.
Koko morì 4 anni dopo, nel 2018, all'età di 46 anni.
Oggi è ricordato come uno dei primati più importanti della storia della ricerca scientifica.
Testo e foto tratti dal web
IL PONTE
Era una mattina tersa e luminosa. Un venticello leggero rendeva piacevole la giornata estiva. Lungo il ponte camminava una donna. Teneva per mano la sua bambina, che saltellava allegra al suo fianco. La bambina chiese: “Mamma, me lo compri il cappellino?” “Certo che te lo compro. Ma non oggi, lo prendiamo per il tuo compleanno”. “E quand’è il mio compleanno?” chiese la bambina. “E’ fra dieci giorni”. La bambina tacque per un attimo, poi disse: “E quanti sono dieci giorni, mamma?” La mamma paziente rispose “Dieci giorni sono domani, poi domani, poi ancora domani, così per dieci volte”. La bambina sorrise soddisfatta. Poco più avanti camminava un uomo ricurvo. Era già avanti negli anni. Stava andando al mercato rionale. Nelle sua testa, ripassava la lista delle cose da comperare: pane, mele, un pò di carote, forse un bel pesce da cucinare in famiglia. In quel momento passò una signora in bicicletta, che salutò l’anziano signore. L’uomo rispose con un sorriso gentile e con un gesto della mano. Chiaramente si conoscevano.
Dieci secondi dopo, nessuno di loro esisteva più. Non esisteva più la signora in bicicletta, non esisteva l’uomo anziano, non esistevano più la madre con la sua bambina. I loro corpi non c’erano più, fisicamente. Si erano letteralmente volatilizzati, scomparsi nel nulla. Il ponte era ancora lì, intatto, ma le persone che lo stavano attraversando non c’erano più.
L’ora era le 8.15 del mattino. Il giorno era il 6 di agosto del 1945. Il luogo era Hiroshima.
Massimo Mazzucco
📯Lunedì 16 giugno alle ore 18:30, la Casa Russa a Roma con il sostegno dell’ Ambasciata della Federazione Russa in Italia / Посольство России в Италии, ospita la presentazione del nuovo saggio di Margherita Furlan, intitolato "BRICS: Scacco Matto".
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