UN CAMPO CHIAMATO GIUSEPPI
Fatti. 1) le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; 2) la Premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a P Chigi, dopo essere stata in Parlamento; 3) Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. 4) Italia Viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo la pensa come il PD, che però fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi. PS segnalo agli amici riformisti che m5S si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire
Permettetemi di spiegare perché io, come russa, considero giusto chiudere il padiglione russo alla Biennale, e perché questa chiusura non ha nulla a che vedere con la russofobia o con la “cancellazione della cultura russa”. Allo stesso modo, la decisione di riaprirlo non ha nulla a che vedere con il “costruire ponti” o con la pace.
Prima di tutto, non si tratta di un padiglione della cultura russa. È un padiglione dello Stato russo. L’arte russa a Venezia verrà rappresentata dai figli dell’élite. Il commissario del padiglione russo alla Biennale di Venezia è Anastasia Karneeva, nominata dalle autorità russe già nel 2021. Karneeva è figlia del vice direttore generale della корпорация statale russa Rostec — un conglomerato dell’industria militare che, dopo l’invasione dell’Ucraina, è stato inserito nelle liste delle sanzioni dell’Unione Europea.
Karneeva è inoltre cofondatrice della società artistica Smart Art, che gestisce il padiglione e che ha fondato insieme a Ekaterina Vinokurova — figlia del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
Questo significa che il padiglione non rappresenta la cultura russa nel senso più ampio del termine. Rappresenta l’agenda delle attuali élite russe e contribuisce alla loro normalizzazione. Non è un dialogo con la società russa — cosa che si potrebbe anche considerare legittima, visto che il popolo russo esisterà anche dopo Putin. È un dialogo con il regime russo attuale, non con la società.
Secondo punto: cosa resta oggi della cultura russa all’interno della Russia? Molto poco. Sapete, per esempio, che gli artisti vengono selezionati e curati da un apposito dipartimento dell’FSB? Gli artisti non graditi semplicemente non vengono ammessi. E una parte enorme degli artisti più interessanti oggi vive in esilio. Per loro partecipare al cosiddetto “padiglione russo” è semplicemente impossibile.
Quindi chiamiamo le cose con il loro nome: non è una mostra della cultura russa e non è un ponte verso di essa. È un evento chiuso, una sorta di club interno che serve a normalizzare le élite russe e a esporre opere approvate dall’FSB.
Si sente spesso dire: l’arte non è politica. Ma in questo caso è stato lo stesso Stato russo a rendere l’arte politica. È una scelta deliberata del potere. La strategia di Putin è coinvolgere quante più persone possibili nella sua guerra, direttamente o indirettamente. Non solo gli artisti: scrittori, musicisti, attori — tutti vengono spinti a partecipare alla propaganda, a visitare territori occupati, a prendere posizione pubblicamente.
C’è poi un’altra questione fondamentale. Quando si parla di “ponti culturali”, bisogna chiedersi: ponti tra chi e chi? Tra le società? Oppure tra istituzioni culturali occidentali e le élite di un regime che sta conducendo una guerra? Perché nel secondo caso non si tratta di dialogo culturale, ma di normalizzazione politica attraverso la cultura.
Inoltre bisogna ricordare una cosa semplice: lo Stato russo utilizza sistematicamente la cultura come strumento di soft power e di propaganda internazionale. Non è un segreto. Lo dichiarano apertamente gli stessi funzionari russi.
Infine c’è anche una questione morale. Migliaia di artisti, giornalisti e intellettuali russi hanno perso il lavoro, la libertà o la possibilità di tornare a casa perché si sono opposti alla guerra. Molti vivono oggi in esilio e continuano a lavorare senza alcun sostegno istituzionale. Aprire un padiglione gestito dalle élite del regime mentre queste persone restano escluse non è “dialogo culturale”. È il contrario.
Una parte enorme della cultura russa oggi vive fuori dalla Russia. Forse proprio lì, e non nei padiglioni ufficiali dello Stato russo, bisognerebbe cercare la vera cultura russa contemporanea. Per questo motivo la questione non riguarda la russofobia o la cancellazione della cultura. Riguarda una scelta molto più semplice: separare la cultura dalla propaganda di uno Stato che ha deciso di trasformare tutto — anche l’arte — in uno strumento politico.
@LorenzoCast89@Murandrea1 L'impellente domanda di intercettori a basso costo, alla fine, potrebbe rivelarsi decisiva non solo per l'occidente, ma anche per l'Ucraina
❗️The 🇮🇹Italian Air Force teamed up with 🇵🇱Polish, 🇺🇸American and 🇳🇱Dutch fighter jets to shoot down a 🇷🇺Russian Shahed-type kamikaze drone that entered Polish airspace.
🚨🇮🇹🇺🇸🇫🇷 Bloomberg: il governo italiano ha sempre più dubbi sulla chiusura di un accordo da 1,5 miliardi di euro con Starlink di Elon Musk. Alla luce del percepito disimpegno americano nei confronti della sicurezza europea, fonti sottolineano come l'uomo più ricco del mondo venga giudicato un "partner inaffidabile" da alcuni componenti dell'esecutivo italiano. Ai suoi ministri, Giorgia Meloni avrebbe spiegato che l'evoluzione geopolitica richiede la ricerca di alternative valide a SpaceX. Opinione condivisa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tra coloro che sostengono con forza la necessità di prendere in considerazione diverse opzioni. Tra queste, riflettori puntati in particolare sul gruppo francese Eutelsat Communications SA.
Ronald Reagan: “We should beware of the demagogues who are willing to declare a Trade war against our friends, weakening our economy, our national security, and the entire free world, all while cynically waving the American flag…”
After 9/11, NATO's Article 5 was invoked for the first (and only) time ever by the United States.
Troops from the UK, Canada, Germany, France, Italy, the Netherlands, Denmark, Australia, Spain, Poland, Norway, Romania, Turkey, New Zealand, Estonia, Lithuania, Latvia, Ukraine, Finland, and many others joined the fight in Afghanistan.
More than one thousand of these soldiers paid the ultimate price.
JD Vance - Have you said 'thank you' once for their sacrifice?