In Memoria di Sergio Ramelli, un ragazzo spezzato dall’odio, un Simbolo di Verità
Oggi, 13 marzo 2025, ricorrono esattamente 50 anni dall’agguato che segnò il destino di Sergio Ramelli, un giovane milanese di appena 18 anni la cui vita fu brutalmente interrotta da un odio cieco e feroce.
La sua storia, tragica e dolorosa, è un monito perenne contro la violenza politica e l’intolleranza, un richiamo alla necessità di ricordare e onorare chi, come lui, ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee.
Sergio Ramelli era uno studente dell’Istituto Tecnico Industriale Molinari di Milano, un ragazzo semplice, appassionato e idealista. Militante del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, Sergio non era un violento, né un provocatore. Era un giovane che credeva nei suoi principi e aveva il coraggio di esprimerli, anche in un’epoca – gli anni di piombo – in cui farlo poteva costare caro. La sua “colpa” fu quella di scrivere un tema scolastico in cui condannava le Brigate Rosse per l’assassinio di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, due militanti missini uccisi a Padova nel 1974. Quel tema, affisso pubblicamente dai suoi compagni di scuola come atto di denuncia, divenne la sua condanna a morte.
Il 13 marzo 1975, mentre tornava a casa in via Amadeo, a Milano, Sergio fu aggredito da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia, un’organizzazione della sinistra extraparlamentare. Armati di chiavi inglesi – una delle quali, la Hazet 36, pesava tre chili e mezzo – lo colpirono ripetutamente alla testa, lasciandolo in una pozza di sangue sull’asfalto. Dopo 47 giorni di agonia, il 29 aprile 1975, Sergio morì. Aveva solo 19 anni. I suoi assassini, studenti di medicina tra cui Marco Costa, il capo del commando, sapevano bene cosa stavano facendo: non fu un’intimidazione finita male, ma un’esecuzione deliberata, un atto di violenza ideologica che spezzò una vita e devastò una famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non è solo quella di un omicidio. È anche la storia di un silenzio assordante, di un’ingiustizia protratta e di un tentativo di cancellazione. La scuola che frequentava, il Molinari, non lo difese: i professori tacquero, il preside ignorò le minacce che Sergio subiva. Dopo la sua morte, la targa in suo ricordo fu relegata in un angolo nascosto, quasi a vergognarsi di commemorare un ragazzo “di destra”. Ci vollero dieci anni per arrivare a una sentenza, e solo dopo tre gradi di giudizio l’accusa fu trasformata da omicidio preterintenzionale a omicidio volontario. Ma la giustizia non cancellò il dolore della famiglia Ramelli: il padre morì di crepacuore quattro anni dopo, la madre Anita portò avanti una battaglia solitaria per la verità.
Oggi, a mezzo secolo di distanza, Sergio Ramelli è più di un nome: è un simbolo. Non un martire di una parte politica, ma un emblema della gioventù tradita da un clima di odio che non risparmiava nessuno. La sua vicenda ci interroga ancora: come fu possibile che un ragazzo venisse massacrato per un tema scolastico? Come poté una città, Milano, voltarsi dall’altra parte? Le risposte non sono semplici, ma richiedono un impegno: quello di non dimenticare, di non minimizzare, di non lasciare che la memoria di Sergio venga infangata o strumentalizzata.
In questo anniversario, l’Italia rende omaggio a Sergio con iniziative che ne tengono vivo il ricordo. Un francobollo commemorativo, voluto dal Ministero delle Imprese e dal Poligrafico dello Stato, verrà presentato oggi a Palazzo Reale, alla presenza del ministro Adolfo Urso e del presidente del Senato Ignazio La Russa, che difese la famiglia Ramelli come avvocato. A Busto Arsizio, una piazza porterà il suo nome; a Cassano d’Adda, il giardino della biblioteca gli è stato dedicato. Eppure, non mancano le polemiche: l’ITIS Molinari ha respinto la proposta di una nuova targa, segno che le ferite degli anni di piombo sono ancora aperte, e che il dialogo su quel passato resta difficile.
Onorare Sergio Ramelli significa riconoscerlo per ciò che era: un ragazzo normale, con sogni e speranze, strappato alla vita da un’ideologia che non ammetteva dissenso. Significa condannare ogni forma di violenza, da qualunque parte provenga, e lavorare per una memoria condivisa che non divida, ma unisca. La sua voce, soffocata quel giorno di marzo, risuona ancora nelle parole del tema che gli costò la vita: “Perché nessuno si indigna?”. Oggi, indignarsi è un dovere, per lui e per tutti coloro che, come lui, sono caduti vittime dell’intolleranza.
Ciao Sergio. La tua storia vive, e con essa il tuo coraggio. Non ti dimenticheremo mai.
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CRUCIANI A SALA, PORC**UTTANA,MA CHE CAZZO DEVONO FARE I CARABINIERI SE NON INSEGUIRE I PRESUNTI CRIMINALI?
MA CHE DEVONO COMUNICARE VIA RADIO? I CARABINIERI SI DEVONO METTERE A CANTARE LE CANZONI DEL GAY PRIDE,DI TONI EFFE? SI DEVONO METTERE I TACCHI?
#Movimentonesti
#CorradoAugias ieri: "se il viaggio di @GiorgiaMeloni negli USA fosse stato davvero utile si saprebbe, quindi credo non sia stato utile". Se la trasmissione #dimartedì si fosse chiamata #dimercoledì, si sarebbe risparmiato questa figura di merda.
#CeciliaSala
Ormai è chiaro. Aldilà della politica, dei partiti, delle ideologie, @GiorgiaMeloni è il miglior Primo Ministro degli ultimi decenni della storia della Repubblica Italiana
‼️UN ACCORATO E CONDIVISIBILISSIMO SFOGO ESTERNATO DA PARTE DI UNA CITTADINA MILANESE CHE, SENZA PELI SULLA LINGUA, IMPIETOSAMENTE, DESCRIVE LA NAUSEANTE E INDEGNA "AMMINISTRAZIONE COMUNALE"...1/2⤵️
5 anni fa morivi per lasciare il posto ad una bambina sulla scialuppa di salvataggio della Costa Concordia e nessuno ti ha ancora fatto diventare un eroe.
Mi dispiace che a ricordare il tuo grande gesto non ci sia quasi nessuno , ma sono le persone come te che fanno grande e bello questo mondo.
Grazie Giuseppe Girolamo per il tuo gesto.
🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏🙏