I paesi europei, nell’aggiornare la loro postura militare, dovrebbero tenere a portata di mano "un codicillo segreto: il numero da chiamare per arrendersi senza perdere tempo".
Leggere un numero di Limes è un’esperienza che vale la pena fare, se si vuole comprendere quante forme può assumere la propaganda e quanto diverse possano essere le sembianze dietro le quali può camuffarsi.
L’ultimo volume teorizza, in modo tutt’altro che velato, che la Russia, sia pure nelle vesti di aggressore, agisca tutto sommato in difesa di quella che ritiene essere la propria “sfera di influenza” e lo abbia fatto in Ucraina con un conflitto abbondantemente provocato dall’Occidente (tesi riportata nel saggio Kultur e Zivilisation), che avrebbe accerchiato ed umiliato Mosca. Un conflitto che Putin avrebbe quindi avviato come una sorta di riflesso incondizionato e che sarebbe stato invece gestito male dall’Europa. Sempre l’Europa lo avrebbe ora trasformato in una inesistente minaccia russa per giustificare il riarmo.
La parte più interessante è che il numero appena uscito si riferisce in modo esplicito al riarmo tedesco, con riferimenti che definire allusivi sarebbe un eufemismo. Viene ad esempio citato esplicitamente il 2039 come anno-obiettivo per la "superiorità tecnologica" della nuova Bundeswehr, sottolineando che questo traguardo coincide esattamente con il centenario dell'attacco tedesco alla Polonia e dell'inizio della seconda guerra mondiale. Non è un dettaglio casuale, ma una precisa scelta drammaturgica volta a proiettare un'ombra di revanscismo storico sulle intenzioni di Berlino, avvalorando il sospetto che, visti i precedenti, della Germania non ci si debba fidare (altro ricorrente tormentone della propaganda russa).
In un altro punto, si evoca apertamente il parallelismo con l'attacco nazista del 22 giugno 1941 e la conseguente Vernichtungskrieg (la guerra di sterminio sul fronte orientale). Invece di trattare il Cremlino come l'aggressore unilaterale del presente, questa narrazione riattiva la memoria della Russia storica come "vittima" della furia teutonica, spostando implicitamente l'asse della colpa morale.
Anche l'articolo di Giacomo Mariotto evidenzia malignamente come la classe imprenditoriale tedesca veda l'Ucraina principalmente come un "laboratorio" in cui le nuove tecnologie belliche vengono testate e sviluppate in condizioni di combattimento, specificando che "Berlino non intende morire per Kiev".
Il tutto viene giustificato sulla base di un certo salafismo geopolitico, una dottrina secondo la quale esiste una tendenza “genetica” di alcune nazioni a compiere determinate azioni. Il risultato politico di questa impostazione è che se i popoli si muovono per istinti tribali immutabili, allora l'invasione dell'Ucraina non è più un crimine deliberato del regime di Putin che viola il diritto internazionale, ma diventa una "fatale e inevitabile reazione" all'eterno ritorno dell'espansionismo tedesco verso est.
In questo senso l’editoriale di Caracciolo compie un piccolo capolavoro, attribuendo anche la postura antirussa della Polonia ad un trauma storico legato alla Battaglia di Varsavia del 1920, ma soprattutto citando la Svezia e la sconfitta della battaglia di Poltava del 1709. Quest’ultimo esempio è perfetto non solo per ribadire che ogni tentativo di invasione della Russia da parte di paesi occidentali è destinato al fallimento (come accadde a Napoleone e Hitler), ma anche che in quell'occasione l'etmano cosacco Ivan Mazepa tradì lo zar Pietro il Grande per allearsi con gli svedesi nel tentativo di ottenere l'indipendenza ucraina. Il fallimento di Mazepa viene implicitamente usato dalla rivista per suggerire una costante storica: l'Ucraina che cerca di sganciarsi da Mosca alleandosi con una potenza occidentale compie un percorso ciclico e comunque destinato a trasformare il proprio territorio in un deserto di macerie.
Non a caso Caracciolo nel pezzo parla cinicamente di Kyiv come di “campo del sangue”, anche riferendosi al conflitto di oggi, come fosse un terreno di scontro ta potenze, avvalorando così la tesi della guerra per procura, tanto cara alla propaganda di Mosca e a certi propagandisti nostrani, e azzerando il coraggio e la determinazione che in quattro anni e mezzo l’Ucraina ha dimostrato sul campo.
Il formato della rivista blasonata e le citazioni erudite servono insomma a legittimare sul piano “scientifico” l’idea che le pulsioni imperiali di Mosca siano in fondo una costante geografica immutabile e che l'Occidente, spingendosi militarmente in quelle terre (perché in questi termini viene letto l’aiuto dato a Kyiv), sta solo replicando l'errore tattico e storico dei sovrani svedesi del Settecento e di altri dopo di loro.
La soluzione? Probabilmente lasciar compiere alla Russia i suoi crimini in santa pace, senza assumere una postura militare alla quale tanto, per vincoli sociali ed economici nessuno dei paesi europei potrà dare seguito.
Una lettura perfetta per appagare palati troppo raffinati per farsi bastare la propaganda da mercato delle vacche di Travaglio e D'Orsi.
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Based on verification of images, reports and comparative investigative analysis by the International Centre for Human Rights, to date approximately 43,000 people have been killed, 350,000 injured, 20,000 arrested and await possible execution.
“Taken together, ICHR believes that this body of evidence, methods, and data presents a clear picture of a systematic and organized campaign of repression and mass killing; one that may silence the streets in the short term, but will not resolve the underlying crisis.
Silence by the international community in the face of such violent repression and crimes against humanity will only enable the repetition and escalation of these atrocities.”
#IranMassacre
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