✍🏻 Roberto Damico
Se avessi voglia di scherzare, farei il verso a Andrea Tosa – il blogger, l'attivista, il palestinista – e scriverei un post che inizia come iniziano sempre i suoi post: "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo". Ma io adesso non ho voglia di scherzare. Non ho voglia di ironizzare. Non ho voglia di fare il verso a nessuno. Perché un post che inizi così – "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo" – e che parli delle donne afghane, non esiste. Non lo scrive Tosa. Non lo scrive la sinistra. Non lo scrive nessuno. Eppure – ieri è successo davvero qualcosa di terribile ad Herat, in Afghanistan. E se avete abbastanza anima – se non siete ancora diventati insensibili di fronte al dolore del mondo – potete cercare voi stessi. Le notizie sono lì. Frammentarie, ignorate, sepolte. Ma ci sono.
Ecco cosa è successo. Si era appena svolta una manifestazione di donne afghane. Una folla di donne – nonostante il burqa, anzi, col burqa – ha riempito le strade di Herat. Centinaia, forse migliaia. Hanno chiesto – attenzione – non i diritti che abbiamo in Occidente (il diritto di voto, il diritto di abortire, il diritto di indossare una minigonna). Hanno chiesto neppure pari diritti. Hanno chiesto il minimo. Hanno chiesto l'istruzione – che in Afghanistan, per le donne, significa anche accesso alla sanità (perché nella legge afghana, una donna può essere visitata solo da una donna; ma se le donne non possono studiare, allora le donne non possono essere curate). Hanno chiesto di poter lavorare – di guadagnare un minimo, per non morire di fame, per non vedere i propri figli morire di fame. Hanno chiesto meno dei diritti che noi in Europa concediamo a un cane o a un gatto. Perché i nostri amici a quattro zampe – possono essere visitati da un medico (di qualsiasi sesso) se stanno male. Possono essere curati. Possono essere salvati. Le donne afghane – se stanno male – non possono essere visitate da un medico uomo. E se il medico uomo è l'unico disponibile, muoiono. Se – dopo un terremoto – si trovano sotto le macerie delle loro abitazioni, non possono essere estratte, perché un uomo non può toccare una donna. E muoiono sotto le macerie. Mentre ascoltano i soccorritori che non possono soccorrerle. È l'inferno. È l'orrore. È la follia.
E la risposta dei talebani a questa manifestazione di donne che chiedevano solo di non morire – è stata la violenza. Hanno sparato sulla folla. Al momento si parla di una ventina di vittime, ma le notizie sono frammentarie, non verificate, forse peggiori.
La notizia – come tutte le notizie che riguardano l'Afghanistan – è stata sepolta. Ignorata. Dimenticata.
E penso che oggi i telegiornali dovrebbero essere pieni di queste immagini. Che le piazze dovrebbero essere colme di gente – specie di donne arrabbiate – che esaltano l'eroismo delle donne afghane, che denunciano la brutalità dei talebani, che chiedono sanzioni, interventi, aiuti. Che parlano – sì – anche della loro disperazione. Della loro solitudine. Del loro abbandono. E invece – credo di essere uno dei pochi che ne stanno parlando. Uno dei pochi. Non perché io sia speciale. Perché gli altri hanno deciso di tacere e si indignano solo per Gaza.
Perché – come dice Fausto Bertinotti – "Gaza è l'ombelico del mondo". Almeno per la sinistra. Gaza – e solo Gaza – merita attenzione. Gaza – e solo Gaza – merita indignazione. Gaza – e solo Gaza – merita che si riempiano le piazze. Il resto – l'Afghanistan, lo Yemen, la Siria, il Sudan, la Nigeria, il Congo – non esiste. O esiste come rumore di fondo, come fastidiosa eccezione. Perché la sinistra – la sinistra palestinista – adora guardarsi l'ombelico senza alzare lo sguardo.
E se alzasse lo sguardo – se alzasse lo sguardo oltre Gaza – vedrebbe un mondo in fiamme. Un mondo che brucia. Un mondo in cui il jihadismo – la stessa ideologia che anima Hamas – uccide, devasta, distrugge. E bisognerebbe anche chiedersi quanto sia casuale che la propaganda per Gaza copra mille altri orrori. Quanto sia casuale che proprio Gaza – il luogo in cui Hamas comanda – sia diventato l'ombelico del mondo. Visto che Hamas è una derivazione della Fratellanza Musulmana – l'organizzazione che ha come obiettivo la creazione di un Califfato globale – visto che la Fratellanza vuole imporre la sharia in tutto il mondo, vuole cancellare i diritti delle donne, vuole sottomettere “gli infedeli”– è proprio casuale che Gaza e la sua propaganda impediscano di vedere ciò che il jihadismo sta facendo nel mondo?
@flancini
Domani 5 maggio a Palermo #Feltrinelli, con Pietro #Perconti e Antonio #Chella discuteremo del suo ultimo interessantissimo libro: “può un robot emozionarsi?” Un saggio all intersezione tra AI, filosofia e robotica .
Membro della flottiglia pro-Hamas ammette il vero obiettivo: lo scontro con Israele, non gli aiuti.
Rudy Martinez, noto antisemita e sostenitore di Hamas:
“C’è molta narrazione errata nei media secondo cui questa è una sorta di missione umanitaria…”👇
bella presentazione a "la libreria" di Parigi" del nostro Avventure postume. Una spazio delizioso stracolma di libri e per questo occasione di persone carine!
Sani e salvi in Israele, mazzate in Spagna.
I membri spagnoli della Flottiglia arrivano all'aeroporto di Bilbao e bloccano il gate. La polizia cerca di spostarli e loro reagiscono. Trascinati fuori e arrestati.
Reazioni indignate dei sinceri democratici?
In Messina for the amazing conference Pragmasophia n. 5. We, @GarelloStefania and me, are going to speak on the necessity to rethinking pragmatics in order todecolonize our research fields.
Guardatelo #ErfanKiani, lo hanno impiccato, nel video appare ammanettato; Erfan prega, trema, piange, si asciuga le lacrime, sta affrontando il patibolo dopo essere stato costretto a confessare sotto tortura un crimine che non ha mai commesso. Lo hanno impiccato in #Iran per aver gridato di voler liberare il suo paese dall'orrifica Repubblica Islamica. Era un bellissimo giovane manifestante arrestato durante le proteste di gennaio a #Isfahan, #Iran. Erfan era stato condannato a morte dal cosiddetto "Tribunale rivoluzionario" di Isfahan con l’accusa senza prove di «moharebeh (ostilità contro Dio).
Erfan era stato torturato e costretto a confessare un crimine mai commesso. La sua famiglia è rimasta in silenzio, non per scelta, ma per paura. L'hanno minacciata dicendo: "State zitti e forse vivrà". Ma era un inganno, lo hanno impiccato.
Questa è la repubblica islamica iraniana.
Aiutatemi a diffondere questo video, facciamo in modo che l'uccisione di Erfan scuota le coscienze in occidente.
Finalmente in prima pagina, per Repubblica @fabiotonacci, @fabio_buccia, sul SUDAN, il piu grande disastro degli ultimi anni, oltre 150.000 morti, 10 milioni di sfollati, omicidi e stupri di massa, rapimenti di bambini, morte per fame.
https://t.co/bxWffFnWSU
In questi momenti di tensione e paura voglio ricordare il valore delle analisi di quest’uomo, che in un Paese più giusto del nostro farebbe l’assistente da remoto alle casse automatiche dei parcheggi.
#Trump#Travaglio
I diritti vanno difesi tutti insieme ma quando tutti coloro i quali rivendicano i loro diritti sono tutti insieme, cosa accade? La convention del New Democratic Party, partito di sinistra woke-intersezionale canadese, offre una rappresentazione plastica di tutto ciò. Muniti di una carta di equità per intervenire, ai delegati é concesso un punto di privilegio per manifestare la propria rimostranza se vedono toccati i loro diritti. La manifestante con la kefiah che si offende perché qualcuno ha parlato prima di lei, una delegata di colore a sua volta offesa, una transgender offesa perché una cisgender le ha parlato sopra.
Sembra una puntata di south park ma é realtà. Parallela ma pur sempre realtà.
Ricordiamo qui oggi anche loro: le ragazze afghane, private di ogni forma di autonomia, derubate dei loro sogni, bandite dalle scuole e silenziate. Ogni donna silenziata è una perdita per tutta l'umanità.#8marzo
Oggi da piazza Maidan a Kyiv vi racconto come sono andate le cose nell’inverno fra il 2013 e il 2014, alla faccia di Sachs e di chi ancora lo ospita in tv. La storia dell’Ucraina è cambiata qui grazie a ragazzi coraggiosi che vogliono essere europei, nonostante quello che vogliono farvi credere i proputiniani.
#slavaukraini🇺🇦
Nuova recensione al nostro volume "Avventure postume di personaggi illustri", per il @Sole24, a firma di Anna Li Vigni che si segnala per intelligenza e finezza. @sellerio@ale_grazioli
26 gennaio 1943. In una prigione sovietica muore di fame uno dei più grandi scienziati del XX secolo.
Nikolaj Vavilov era un genetista e botanico di livello mondiale. Aveva attraversato decine di Paesi, spesso in condizioni estreme, per raccogliere semi e studiare l’origine delle colture agricole. Il suo obiettivo era semplice e radicale allo stesso tempo: creare varietà di piante resistenti alla siccità, al gelo e alle malattie, per fare in modo che le carestie smettessero di essere una condanna a morte. Voleva che nessuno, in nessuna parte del mondo, morisse più di fame.
Vavilov creò una collezione unica: oltre 250.000 campioni di semi. Dopo la guerra, proprio quella banca genetica contribuì a salvare milioni di vite. Ancora oggi è una delle basi della genetica agraria moderna.
Ma lo Stato sovietico non proteggeva i suoi migliori scienziati.
Nel 1940 Vavilov venne arrestato. Le accuse erano quelle tipiche dell’epoca: sabotaggio, spionaggio, attività antisovietica. Tutto falso. Fu interrogato, picchiato, torturato. Inizialmente condannato a morte, la pena fu poi “commutata” in anni di lager. Non ci arrivò mai.
Il 26 gennaio 1943, nella prigione di Saratov, a 55 anni, Nikolaj Vavilov morì di esaurimento e denutrizione. Morì di fame. Lui, che aveva dedicato la vita a combatterla.
Perché è successo?
Non perché la scienza fosse inutile. Al contrario: proprio perché era troppo indipendente.
Al posto di Vavilov, il potere sovietico scelse Trofim Lysenko. Lysenko non era un grande scienziato, ma era un uomo politicamente conveniente. Negava la genetica moderna, rifiutava Mendel e la teoria dei geni, sostenendo che le caratteristiche acquisite potessero essere ereditate. Le sue idee promettevano risultati rapidi, “miracolosi”, senza lunghi studi né verifiche sperimentali — ed erano perfettamente allineate con ciò che Stalin voleva sentire.
Stalin sostenne Lysenko non perché avesse ragione, ma perché Lysenko offriva una scienza obbediente, semplificata, ideologicamente comoda. Vavilov, invece, insisteva su dati, esperimenti, limiti oggettivi della natura. E questo, in un sistema che non tollerava contraddizioni, era imperdonabile.
Il risultato fu catastrofico: la genetica sovietica venne distrutta per decenni, molti scienziati furono repressi, le teorie di Lysenko contribuirono a fallimenti agricoli e a nuove carestie. La scienza venne piegata al potere — e smise di funzionare.
Vavilov non fu ucciso da un errore scientifico.
Fu ucciso da uno Stato che preferì la fedeltà alla competenza, la propaganda alla verifica, la convenienza politica alla realtà.
L’uomo che voleva nutrire il mondo morì di fame, solo, in una cella.
E questa non è una metafora. È un fatto storico.