📸 Great photo of @JoeBiden and @DrBiden with the Obamas, Bushes, and Clintons in Chicago today.
This is America. Not what is currently in the White House.
‼️ZELENSKYY: IF UKRAINE BURNS, YOUR MOSCOW WILL BURN TOO.
“First off, about our response, which is totally fair, on Moscow. Well, you all see it, despite the three layers of air defense Moscow has, we said it before, - we would get to them. If Putin doesn't want to end this war and just wants to keep going, we won't just sit around quietly; we'll respond. The response has to be strong and fair. They (Russians) hit the Lavra (Cathedral). And afterwards during our meeting there with journalists, we were at the Lavra, and I said it very openly: we will prepare a response, and you'll see it. I think you can see it now. We don't want this war, and we never did. And everyone knows it, and our partners know it too. And we definitely don't want Ukraine to be burning because of the enemy. But if Ukraine burns, your Moscow will burn too”
Ukrainian President on Thursday, June 18, 2026
Lawrence mocked “grim faced” Rubio as he watched trump’s stupidity sink his presidential hopes: “trump&Rubio have spent years lying about Obama’s deal w/Iran. Now they’ve proved two things—how strong the Obama deal was&what relentlessly incompetent losers Rubio&trump really are.”
@jacopo_iacoboni Iacoboni, apprezzo molto il suo lavoro e spero di poter continuare a leggerla. Non badi a questi minus habens che commentano i suoi post. Sono tutti utili idioti di Putin.
Nel giorno del suo ottantesimo compleanno Trump ha chiuso l’accordo con l’Iran. La firma ufficiale arriva il 19 giugno in Svizzera, ma la sostanza è già tutta lì. Una resa. Una delle peggiori sconfitte militari americane dai tempi del Vietnam.
Ha attaccato il 28 febbraio, operazione Epic Fury. Ha bruciato decine di miliardi, si è messo contro il Congresso.
La situazione non è solo tornata a prima della guerra. È peggiorata. Gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze dall’area, sospendono le sanzioni sul petrolio iraniano, sbloccano venticinque miliardi di beni congelati e si impegnano a presentare piani di ricostruzione per l’Iran da almeno trecento miliardi. Le riparazioni le paga chi una guerra la perde. Qui le paga chi l’ha cominciata.
Il regime di Teheran ne esce più forte e più ricco. Fine delle sanzioni, petrolio che torna sul mercato, fondi liberati, soldi americani per ricostruire. Il governo iraniano incassa pure il consenso interno: ha retto l’urto e ha portato a casa tutto.
Il confronto con Obama è impietoso. Nel 2015 chiuse un accordo nucleare senza sparare un colpo, senza un morto, senza umiliare nessuno. Ottenne dall’Iran molto di più, tetti veri all’arricchimento e ispezioni. Teheran accettò. Questo fa un politico serio. Le cose le fai per bene, non le fai esplodere per poi firmare la pace dei vinti.
L’unico che esce peggio di Trump da questa storia è Putin. Lo stretto di Hormuz riapre, gli Emirati Arabi Uniti dal primo maggio sono fuori dall’OPEC, il cartello ha perso disciplina e forza per reggere i prezzi. Adesso ci si mette anche il petrolio iraniano che rientra sul mercato. Il greggio è destinato a scendere in fretta. L’ultima entrata vera con cui Putin tiene in piedi l’economia russa sta per valere molto meno. Il punto di collasso si avvicina.
Ho una notizia terribile da darvi: Semyon Skrepetsky, che aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo, è stato assassinato.
Era un artista e un dissidente russo che aveva scelto di sfidare il potere con le sue opere. Le sue caricature colpivano Putin, Kadyrov e Lukashenko, trasformando l’arte in uno strumento di denuncia contro l’autoritarismo.
Dopo aver lasciato la Russia, aveva trovato rifugio in Polonia e continuava a battersi per la libertà, partecipando anche alle proteste di Europa Radicale e all’associazione radicale Certi Diritti, da ultimo contro la riapertura del padiglione russo.
La sua terribile uccisione impone una riflessione non piu rinviabile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una lunga sequenza di avvelenamenti, omicidi e operazioni contro oppositori del Cremlino ben oltre i confini della Federazione Russa. Le responsabilità dei singoli episodi spettano alle autorità giudiziarie accertarle, ma il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea.
Per questo l’Unione europea deve fare un passo avanti.
Serve una Rete europea per la protezione dei dissidenti e degli oppositori politici, coordinata a livello UE e in stretta collaborazione con gli Stati membri, capace di valutare le minacce, condividere intelligence, predisporre misure di sicurezza e offrire tutela concreta a giornalisti, artisti, attivisti e rifugiati politici esposti a rischi credibili.
L’Europa deve essere un luogo in cui chi fugge dalla repressione trova libertà e protezione.
Difendere i dissidenti significa difendere la nostra democrazia.
In foto Semyon a Venezia
🇺🇦🇷🇺🤡 Poutine :
« Nous ne pouvons donner qu’un seul conseil à nos adversaires : ne combattez pas la Russie. Laissez-nous vivre en paix et régler tous les problèmes par des négociations. Mais il doit s’agir de négociations, pas d’ultimatums. »
“Laissez-nous vivre en paix.”
La phrase est presque fascinante venant de l’homme qui a envahi l’Ukraine, rasé des villes, annexé des territoires, bombardé des civils, déporté des enfants et transformé l’Europe en champ de guerre.
Pour Moscou, “vivre en paix”, c’est envahir ses voisins, tuer, détruire, puis exiger que personne ne réponde.
Le culot impérial russe résumé en une phrase.
Roberto Vannacci ieri sera ha dato ancora una volta prova di essere un nemico dell’Italia e dell’Europa.
La sua è l’ennesima riproposizione di un populismo violento e qualunquista, già visto e per di più fallito, prima con il Movimento 5 Stelle e poi con la Lega di Salvini.
Nessuna prospettiva per il Paese, nessuna proposta economica, nessuna idea su sanità e istruzione ma solo la vecchia retorica sovranista e putiniana.
Altro che futuro nazionale, Vannacci è un problema nazionale.