@Dani_A_Fiore@mircodibasilio “Let’s not look for comparison of suffering let’s look for ways to change.. so that children in Gaza and children on the border will not grow up hating..PLEASE STOP IMPORTING OUR CONFLICT into your country, STOP taking sides and creating hatred..be part of the solution”R. Damelin
gli agguati, le imboscate, i bluff migrano nella comunicazione.
La guerra dell'informazione non è più un complemento del conflitto. È uno dei luoghi in cui il conflitto si combatte. Ne parlo su Il Principio 👇 https://t.co/BYh6rB4I0O
Non sono vittime collaterali, ma bersagli scelti intenzionalmente per distruggere un popolo. Lo ha messo nero su bianco (anche) la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite.
@ilmanifesto
Liberi Domenico Centrone e Dina Alberizia
I due attivisti italiani della Flotilla, che erano detenuti da un mese in Libia sono stati liberati. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Con loro sta arrivando in Italia anche un cittadino uruguayano-italiano, Matías Álvarez Rodríguez.
L’"intenso lavoro diplomatico" necessario per toglierli dalle grinfie di Haftar è durato un mese intero.
Nei giornali occidentali succede una cosa curiosa.
Le bombe non vengono sganciate da qualcuno. Gli ospedali non vengono bombardati da qualcuno. I civili non vengono uccisi da qualcuno. Semplicemente:
Le bombe “colpiscono”. Gli edifici “crollano”. Le persone “muoiono”.
🚨 Il 2026 inizia con un flusso di informazioni shock martellante 🚨
Se accettiamo di vivere dentro una condizione di shock permanente, la domanda non è più semplicemente “come restare informati”, ma come restare cognitivamente e politicamente presenti. 👇https://t.co/X4DtIrHDMR
🚨 Il 2026 inizia con un flusso di informazioni shock martellante 🚨
Se accettiamo di vivere dentro una condizione di shock permanente, la domanda non è più semplicemente “come restare informati”, ma come restare cognitivamente e politicamente presenti. 👇https://t.co/X4DtIrHDMR
Più rifiutiamo la guerra, più i media mainstream ci ingozzano di paure ed ansia per un Natale in mimetica fra panettoni e droni!
Ne parlo su Il Principio 👇https://t.co/ozAAW9w2Ve
Un paio di cose a margine della vittoria di @ZohranKMamdani. Ha aperto il discorso citando Eugene Debs, e verso la fine Jawaharlal Nehru. Ci sarebbe molto da dire su questi due riferimenti. Mamdani non è solo giovane, c'è una cultura politica dietro questo movimento.
E così si risponde da sinistra, non con gli accordi costosi per bloccare la gente nei lager oltremare assecondando e alimentando xenofobia e razzismo travestiti da management pragmatico dell’immigrazione.
Mamdani neo sindaco di New York "Trump so che mi stai guardando, ho 4 parole per te: alza il volume...NewYork è una città di immigrati, una città costruita da immigrati, alimentata da immigrati e, da stasera, guidata da un immigrato"
standing ovation
#Mamdani#Trump#5novembre
La complicità a tutto il male che sta investendo il mondo occidentale è partita ANCHE dalle politiche migratorie repressive di fortezza Europa. Hanno coltivato l’indifferenza verso l’ingiustizia e la disumanizzazione del prossimo. Il silenzio intorno a questa storia ne è esempio
Ci raccontano la “pace” e
mentre l’occupazione continua, la propaganda costruisce una storia in cui chi protesta è “fuori tempo” e le vittime diventano ancora più “colpevoli”.
Ne parlo su Il Principio 👇
https://t.co/GkwO8X1Rhk
Barghouti showed he could build bridges across Palestinian divisions even as he reached out to Israelis, said Mouin Rabbani, non-resident fellow at Democracy for the Arab World Now and co-editor of Jadaliyya, an online magazine focusing on the Middle East.
Barghouti is “seen as a credible national leader, someone who can lead the Palestinians in a way Abbas as consistently failed to,” he said.
Israel is “keen to avoid” that, since its policy for years has been to keep Palestinians divided and Abbas’ administration weak, Rabbani said, adding that Abbas also feels threatened by any Barghouti release.
https://t.co/iUlpPOOIkj
ll 12 settembre a Ginevra tre collettivi guidati da rifugiati – Refugees in Libya, Refugees in Tunisia e Refugees in Niger – hanno presentato davanti alla sede centrale dell’Unhcr un volume che segna un punto di svolta: Book of Shame: How Unhcr Fails to Protect Refugees in Libya, Tunisia and Niger (Vol. 1, 2025). È la prima pubblicazione scritta e compilata interamente da rifugiati. Non un rapporto di Ong, ma un atto politico e un documento di resistenza che accusa l’Agenzia delle Nazioni Unite di aver abdicato al suo mandato, diventando strumento di contenimento delle politiche europee.
Le accuse: protezione negata e complicità nel contenimento
Il volume raccoglie testimonianze dirette dal 2024 al settembre 2025: dai centri di detenzione libici ai campi desertici di Agadez in Niger, fino ai presidi di protesta in Tunisia. I contributi denunciano violenze sistematiche, corruzione negli uffici, criteri arbitrari di vulnerabilità e una protezione che arriva solo “quando la morte è già ineludibile”.
Secondo David Yambio, rifugiato sudsudanese e fondatore del movimento Refugees in Libya, «Unhcr non ha mai agito per la libertà. Ha visto le torture, i corpi bruciati, le donne stuprate, i bambini lasciati morire. Ha distribuito coperte e biscotti, ma ha lasciato intatte le sbarre e armati i carcerieri».
Il “Libro della vergogna” documenta la trasformazione dell’Unhcr in quello che i rifugiati chiamano “Unfair – The UN Refusal Agency”: un’istituzione che decide chi vive e chi muore, chi viene evacuato e chi resta prigioniero, seguendo la logica della gestione dei flussi per conto dell’Europa.
Dalla protesta di Tripoli al manifesto collettivo
Il libro nasce dall’esperienza del sit-in di cento giorni davanti alla sede Unhcr di Tripoli nel 2021-2022, quando migliaia di rifugiati furono sgomberati e deportati nei centri di detenzione con la complicità delle milizie. Tre anni dopo, poco è cambiato: i movimenti guidati da rifugiati vengono ancora trattati come minacce, le manifestazioni represse, le voci ridotte al silenzio.
Le pagine raccontano storie precise: Shoaib, 16 anni, morto di abbandono a Tripoli nel 2021; suo fratello Yasin sopravvissuto solo grazie alla determinazione dei compagni; i bambini nati senza cittadinanza nei campi di Agadez, condannati a un futuro senza scuola né sanità; le proteste represse a Tunisi con la cooperazione dell’Unhcr. La denuncia è chiara: l’Agenzia, invece di garantire protezione, ha contribuito a “esternalizzare” le frontiere europee, sostenendo campi e sistemi che trasformano rifugiati e migranti in corpi da contenere.
Il volume si chiude con un manifesto collettivo dei movimenti di Libia, Tunisia e Niger, che rivendicano il diritto a parlare con la propria voce: «Non scriviamo per chiedere carità. Non scriviamo come vittime da salvare. Scriviamo come comunità che si organizzano, che resistono, che hanno osato nominare la macchina dell’abbandono».
L’atto politico e il futuro delle lotte
La presentazione di Ginevra è stata accompagnata dall’annuncio di una manifestazione fatta il 13 settembre davanti alla sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I promotori sottolineano che questa non è un’operazione di advocacy classica: è la costruzione di un archivio di testimonianze per impedire che la sofferenza venga cancellata dalle statistiche. «Il testimone deve parlare» scrive Yambio, e il libro – curato da un collettivo di rifugiati, attivisti e ricercatori – è pensato come un atto d’accusa pubblico contro un sistema che, con il linguaggio della protezione, pratica invece la regolazione e il contenimento.
La forza del “Libro della vergogna” vuole essere nel ribaltare la prospettiva: non sono Ong occidentali o istituzioni a scrivere dei rifugiati, sono i rifugiati stessi a redigere il catalogo delle omissioni e delle complicità. Ne esce un quadro in cui l’Unhcr, in Libia come in Tunisia e Niger, appare più attento a non disturbare governi e donatori che a salvare vite umane. «Unhcr ha fallito me» si legge in una delle testimonianze, frase che diventa sintesi di un’esperienza collettiva.
Con questa iniziativa, i rifugiati dimostrano di non voler più essere relegati al ruolo di destinatari passivi di aiuti. La scelta di presentare il libro davanti alla sede centrale dell’Unhcr a Ginevra rende la denuncia ancora più diretta: il messaggio è rivolto non solo all’agenzia, ma anche ai governi europei che finanziano e sostengono la politica di esternalizzazione. Ma mentre i rifugiati hanno portato le loro denunce davanti alla sede centrale, l’Unhcr a oggi non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sul contenuto del libro né sulle accuse. Nei giorni successivi l’Agenzia ha diffuso comunicati su altre emergenze, dall’Afghanistan alle vie di ingresso regolari, senza alcun riferimento al “Libro della vergogna” e alle proteste di Ginevra. Una scelta che i movimenti leggono come ulteriore conferma del silenzio istituzionale che intendono spezzare.
(il mio articolo per @LaNotiziaTweet)
https://t.co/36U9XkXcv4
“E anche chi evita la TV, finisce per imbattersi nei soliti spezzoni che circolano sui social: litigi, monologhi, frasi a effetto. A volte ai limiti del grottesco.”
Il giornalismo TV riparte dopo l’estate con un copione immutabile: più risse che domande, più opinioni che fatti. E torna in mente Battiato: «un branco di lupi… precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina». Ne parlo su Il Principio 👇https://t.co/HUrFNA2wn5
@DavidPuente “Falsely accusing me of staging propaganda exposes me to threats and undermines the supposed protections afforded to journalists,” he said. “It means I could be targeted simply because false reports about me were published.”
@DavidPuente “The filing argues that BILD deliberately withheld this fact in order to maintain its narrative that a Gaza-based journalist was spreading Hamas propaganda.”
🚨“Il giornalista palestinese Anas Zayed Fteiha ha intentato una denuncia legale contro Axel Springer per aver affermato che le sue foto esagerano la carestia a Gaza.”
Tempo che anche in Italia si aggiornino gli articoli ‘dico e non dico’ sul caso.
https://t.co/owZGpsXlCw