BREAKING: Doug Ford hits back hard at Trump's pathetic threat to rename Lake Ontario to "Lake America" and dismisses it as just empty "rhetoric."
Nobody is scared of this aging pedophile any more...
“We’re strong believers in being a sovereign country, and when President Trump wants to attack our sovereignty and attack our businesses and people in Ontario, I can’t roll over,” Ontario Premier Ford said on CMM. “My job is to protect Ontario and Canada, and ironically, protecting the American people.”
He called Trump's threat "a lot of rhetoric" and pointed out that Canada is the "number one customer" for over a dozen different U.S. states — meaning that we can scarcely afford this pointless trade war. Negotiations broke down between the two countries last Friday. Trump announced tariffs and Canada has responded in kind.
“Let’s negotiate a fair deal because it’s hurting the U.S. It’s hurting Canada, and we just want to make sure that we have a fair deal,” Ford added.
Trump made his renaming threat earlier today on Truth Social after Ford told him to "kiss my ass." The weird, frankly pathetic, idea is a repeat of his efforts to rename the Gulf of Mexico into the "Gulf of America." It flows from the same pathological obsession with superficial legacy that has caused him to fixate on his ballroom and disastrous Reflecting Pool renovations. His presidency has collapsed into utter failure and now he's thrashing for something, anything, to be remembered for.
It should come as no surprise that Canada is digging in so hard against Trump. They know that he's deeply unpopular, that his Iran War is crushing the American people economically, and that his party is about get wiped out in the midterm elections. They hold the real leverage here and they're far better equipped to weather some short-term financial suffering.
Please ❤️ and share if you stand with Canada!
@pwk E guarda il caso. È stata rimossa la bandiera americana dell'ambasciata a Mosca. Sicuramente il falco della CIA ha parlato in forma molto diretta al maiale russo.
✍️ Appunti di viaggio
Senza Jannik si spengono le luci a New York. Mancherà il migliore. L'attrazione. Tutto ciò di cui non puoi più fare a meno. Jannik è il Tennis. Con T maiuscola. Il grande Tennis. Nell'Arthur Ashe ti perdi. Troppo grande e freddo. Lo riempi solo in una finale in cui c'è Sinner. Altrimenti diventa vuoto. Enorme, ma con il rischio di essere triste e malinconico senza il n.1 a mondo. Senza pathos. Senza tensione. Senza adrenalina.
Il palcoscenico mondiale ha ritrovato in extremis (per fortuna) Alcaraz. Non certo al top dopo quattro mesi di stop e zero tornei. Ma salta la sfida di un anno fa senza la sua stella più luminosa.
Fa male. La notizia purtroppo era nell'aria ed era già arrivata. Era giusto però aspettare il comunicato.
Era giusto che spiegasse bene Jannik il suo dolore.
Il primo a essere deluso per non esserci è Jannik. Oggi stiamo male pure noi. È come se ci avessero levato qualcosa di nostro. Perché Jannik, con i fatti, è entrato nella nostra vita. Non ne puoi fare a meno di vederlo nei tornei. Di vederlo allenarsi. Di sentirlo parlare senza mai mettersi sul piedistallo di plastica come altri pseudo fenomeni. Con il ginocchio non al 100% è stato saggio non rischiare. Sul cemento bollente e traumatico. Sulla distanza dei tre set su cinque. Di sicuro non rischierà i quattro mesi di stop come Alcaraz. Tornerà presto e tornerà più forte di prima. C'è un decennio davanti da gestire con la massima attenzione di fronte ai campanelli d'allarme del fisico. Un decennio che sarà pieno di gloria. Giusto a volte fare un passo indietro. È saggezza. Però la vita è troppo tremendamente breve per nasconderci nel cuore parole importanti. Ci manca tanto Jannik. Ci manca dal trionfo di Wimbledon. E continuerà a mancarci tantissimo.
✍️ Angelo
Even though I have been working hard with my team and my medical staff, we have now had to make the difficult decision that I will not be able to compete at the US Open this year. We have been back on court in Monte Carlo over the last couple of days and have realised that I still need more time to recover from my right knee issue. I’m obviously very sad and disappointed, as New York has a special place in my heart. I was very much looking forward to coming back and playing in the electric atmosphere in front of the great fans there. ❤️
🇺🇸🇺🇸🧐🤔“AND YOU STILL DARE TO OPEN YOUR MOUTH…”
Sasha Legerman: This is too accurate not to share.
This Australian’s response to Trump’s rant that “NATO does nothing for America” is absolutely devastating:
“Mate. You run a country where 600,000 homeless people will sleep on the streets tonight.
A country where 40% of adults can’t cover a $400 emergency without borrowing money.
A country where insulin costs more than a car payment, and people ration it just to stay alive.
A country where medical debt is the number one cause of bankruptcy.
A country where women die in hospital parking lots because doctors are too afraid of abortion laws to treat miscarriages.
You imprison more of your own citizens than any country on Earth.
More than China. More than Russia. More than North Korea.
In the land of the free, 2 million people sit in cages, and a quarter of them haven’t even been convicted of anything.
They’re simply too poor to afford bail.
Your life expectancy is declining. You’re the only developed nation where that’s happening.
Your infant mortality rate is worse than Cuba’s.
Your children practice active shooter drills between math and English classes while you sell defense stocks to your friends.
Your minimum wage hasn’t changed in 15 years.
Your teachers work two jobs, your veterans sleep under bridges, and you just spent a trillion dollars flattening a country that never attacked you.
And now a convicted criminal — found liable for sexual abuse, defending a pedophile, sleeping with a porn star, and running the biggest dumpster-fire campaign since the Taliban — is thanking you for yet another disaster.
And you call Greenland badly governed?
Greenland has universal healthcare. Free education. One of the lowest incarceration rates in the world.
Nobody there goes bankrupt because they got sick. Nobody dies in a waiting room because insurance refused treatment.
‘NATO wasn’t there when we needed them.’
When exactly was that, champ?
September 11?
Because NATO invoked Article 5 for the first and only time in history FOR YOU.
Soldiers from dozens of countries deployed, fought, bled, and died in Afghanistan FOR YOU.
Australia wasn’t even in NATO, and we still showed up. For twenty years.
And then you left at 2 a.m. without telling anyone and left everybody else to clean up the mess.
You don’t care that a great nation is being terrorized by your friend, and you haven’t shown it a single ounce of sympathy.
So maybe before calling other countries badly governed, take a look at your own backyard, you aluminum siding salesman with a spray tan.
The only thing badly managed in this picture is your damn mouth.
And you still dare to lecture the rest of the world?”
Cari amici russi,
ogni sera alle nove un uomo in giacca vi guarda dallo schermo e vi dice che la Russia sta combattendo contro tutta la NATO e che sta vincendo. Ogni sera la stessa frase, la stessa faccia, la stessa musichetta prima e dopo. Voi annuite, spegnete, andate a letto. La mattina dopo, da qualche parte in Burjatia, bussano alla porta di una madre per dirle che suo figlio non torna più.
Contro tutta la NATO, dicono. Trentadue eserciti.
Ma dove sono?
Dov’è l’esercito americano che avanza verso Mosca? Dove sono le divisioni francesi, britanniche, tedesche, polacche? Dove sono i soldati della NATO che state combattendo?
Non ci sono.
Ci sono armi occidentali. Certo che ci sono. Ci sono soldi, intelligence, addestramento. Nessuno lo nasconde. Non perché una mattina trentadue Paesi si siano svegliati con la voglia di distruggere la Russia, ma perché il 24 febbraio 2022 il vostro esercito ha attraversato il confine di uno Stato sovrano con i carri armati. È entrato nelle sue città, ha occupato il suo territorio, ha provato a prendere la sua capitale. Quel Paese ha chiesto aiuto e altri Paesi hanno deciso di aiutarlo a non essere conquistato.
Se domani un esercito straniero entrasse in Russia, occupasse Kursk e marciasse verso Mosca, voi chiamereste patriota chiunque vi portasse un fucile per fermarlo. Non vi interesserebbe sapere in quale Paese è stato fabbricato. Vi interesserebbe sapere da che parte puntarlo.
È quello che stanno facendo gli ucraini.
L’Occidente li arma perché sono stati invasi. Continua ad armarli perché il vostro esercito è ancora dentro il loro Paese. Le armi occidentali non sono la causa dell’invasione. Sono una conseguenza dell’invasione.
Questa è la parte che l’uomo in giacca deve cancellare dal racconto. Deve convincervi che siete stati circondati, perché è molto più difficile ammettere che siete entrati voi.
Così l’Ucraina scompare. Non esiste più un Paese invaso che resiste. Rimane soltanto la Russia assediata dall’Occidente. È una storia comoda. Spiega gli anni di guerra, spiega i morti, spiega perché la vittoria promessa non arriva. Se state combattendo contro il mondo intero, ogni fallimento può diventare eroismo.
Il problema è che trentadue eserciti non sono lì.
Nelle trincee davanti alle vostre ci sono gli ucraini.
Vi avevano fatto credere che Kyiv sarebbe caduta in pochi giorni. Nei mezzi russi abbandonati durante quella corsa verso la capitale furono trovate perfino uniformi da parata. Pensavano già alla sfilata.
Non c’è stata nessuna sfilata. Ci sono stati mezzi bruciati ai bordi delle strade e ragazzi che non sono tornati a indossare nessuna uniforme.
Prendete il numero. Non ve lo dà Kyiv. Non ve lo dà la NATO. Esce dai vostri archivi, dai vostri necrologi, dalle vostre carte notarili. La stima costruita sui registri russi arriva a trecentocinquantaduemila militari morti dall’inizio dell’invasione alla fine del 2025.
Trecentocinquantaduemila.
Provate a dirlo lentamente.
Il ministero della Difesa non pubblica un bilancio da quasi quattro anni. L’ultima cifra la diede Šojgu nel settembre 2022: 5.937 caduti. Settembre 2022. Da allora, silenzio. I morti hanno continuato ad arrivare e il numero ufficiale è rimasto fermo. Molti non hanno avuto nemmeno una bara. Sono rimasti sotto terra, nei boschi, nei campi, dentro mezzi bruciati. Per le loro famiglie erano ancora vivi perché nessuno aveva riportato a casa abbastanza di loro per dimostrare il contrario.
Ci sono anche gli uomini spariti. Quasi novantamila casi emersi dai vostri tribunali per dichiarare soldati morti o scomparsi. Molte pratiche non le hanno aperte le madri. Le hanno aperte i comandanti delle unità, per togliere dagli organici uomini partiti per il fronte e mai tornati. Lo Stato li aveva mandati a combattere e non era stato capace nemmeno di dire alle famiglie dove fossero finiti.
Anime morte da ripulire dai registri. Vostro figlio, una riga da cancellare.
Pensate a una donna. Una qualsiasi, in uno dei vostri paesi di quattromila abitanti. Ricarica il telefono del figlio ogni mese da due anni. Non cancella il numero. Non butta le sue scarpe. La giacca è ancora nell’armadio. Finché quel telefono esiste, da qualche parte può esistere anche lui.
Alle nove di sera l’uomo in giacca le spiega che stanno vincendo.
Sapete cosa hanno comprato con quei ragazzi? Verso Pokrovsk il vostro esercito ha avanzato, per mesi, in media settanta metri al giorno.
Settanta metri.
Una strada. Due condomini. La distanza che percorrete a piedi per andare a comprare il pane. Più lentamente della Somme.
Dall’inizio del 2024 la Russia ha conquistato meno dell’uno e mezzo per cento del territorio ucraino. Ad aprile e maggio di quest’anno ne ha persino perso, per due mesi di fila. Per quei metri avete lasciato uomini senza gambe, uomini sfigurati, uomini che porteranno schegge nel corpo per il resto della vita. Altri sono rimasti in un campo che sulle mappe militari non ha nemmeno un nome.
Vostro figlio è morto per un incrocio in mezzo al fango, per una fila di case senza tetto, per un villaggio che spesso non esiste più quando finalmente riuscite a prenderlo.
Alcuni dei vostri soldati sono tornati con le lavatrici. Lavatrici, tappeti, sanitari, giocattoli dei bambini. Roba presa nelle case di gente che era scappata o era morta e spedita a casa dall’ufficio postale di Mozyr.
Vostro nonno portava a casa una bandiera. Vostro figlio esce da Irpin con il microonde di un’altra famiglia sotto il braccio.
Sul nonno fermatevi un secondo, perché qui c’è una cosa che dovrebbe farvi bruciare la faccia.
Vi difende la Corea del Nord.
Non è una voce e non è propaganda ucraina. Lo hanno ammesso Mosca e Pyongyang, ufficialmente, con le medaglie e i discorsi.
Gli eredi di Stalingrado. Quelli che hanno perso milioni di persone per fermare la Wehrmacht. Quelli che ogni 9 maggio piangono davanti alla fiamma eterna e ricordano al mondo chi ha sconfitto il nazismo. Oggi nei campi del Kursk combattono anche i soldati di Kim Jong-un. Ragazzi arrivati dall’altra parte dell’Asia per entrare nei vostri campi minati, perdere una gamba, dissanguarsi nella neve o tornare a Pyongyang con una medaglia sul petto.
Vostro nonno prese Berlino. Voi vi fate salvare da Pyongyang.
Ditelo ad alta voce. Sentite come suona.
C’è però un’altra parte della guerra che nei vostri telegiornali arriva ripulita, quando arriva.
Le donne.
I bambini.
Le famiglie che dormono nei condomini mentre sopra di loro passa un missile russo.
La guerra non è soltanto nelle trincee. Di notte missili e droni russi attraversano il cielo dell’Ucraina e cadono sulle città. Entrano nei palazzi. Sventrano appartamenti. Fanno crollare soffitti sui letti. Una madre mette a dormire suo figlio e qualche ora dopo qualcuno scava con le mani fra cemento, vetri e ferri piegati per cercarli.
I bambini ucraini questa guerra l’hanno imparata così. Non sanno dov’è Pokrovsk. Non sanno che cosa sia la NATO. Sanno riconoscere il rumore di un drone. Sanno che quando parte la sirena bisogna prendere una coperta e scendere sottoterra. Sanno dormire nelle stazioni della metropolitana. Alcuni hanno imparato queste cose prima di imparare a leggere.
Altri non impareranno più niente.
Sono morti nei letti, nelle automobili, nei cortili, negli ospedali. Non avevano un fucile. Non avanzavano verso Mosca. Non minacciavano la Russia.
Erano a casa loro.
Ricordatevelo quando vi raccontano che gli ucraini continuano a combattere soltanto perché l’Occidente li costringe.
Immaginate un missile straniero che entra stanotte nel palazzo di fronte al vostro. Scendete in strada in pigiama. C’è una donna in ginocchio fra i calcinacci che chiama suo figlio. Nessuno risponde. Domani può arrivarne un altro.
Poi chiedetevi perché quella gente non vuole arrendersi.
Forse per capirlo non servono Washington, Londra o la NATO. Basta una casa aperta in due. Basta un padre che riconosce la scarpa di sua figlia sotto una lastra di cemento.
Pensate ora all’uomo che vi ha portati fin qui.
Settantatré anni. Per anni lo avete visto ricevere ministri e capi di Stato dall’altra estremità di tavoli interminabili. Durante la pandemia si è fatto proteggere da protocolli sanitari che tenevano gli altri lontani dal suo corpo. Poco dopo ha mandato ventenni nei campi minati.
Lui quelle trincee non le ha mai combattute. Non ha dormito con i topi. Non ha raccolto con una pala quello che restava di un compagno. Non ha aspettato il ronzio sopra la testa chiedendosi se il prossimo drone sarebbe stato il suo.
Il 9 maggio scorso la parata sulla Piazza Rossa è durata quarantacinque minuti. Niente carri, niente missili. Sopra Mosca c’era la paura dei droni. La festa della vittoria accorciata nella capitale della potenza che vi raccontano invincibile, sotto un cielo che non riesce più a sentirsi sicuro.
Ha paura della malattia, ha paura del cielo, ha paura di un vecchio seduto al bancone di un bar che pronuncia la parola guerra.
Non è uno zar. È un funzionario invecchiato male che ha scambiato la vostra gioventù per qualche chilometro di fango e adesso non sa come uscirne senza ammettere di aver sbagliato tutto.
Quando questa guerra finirà, lui avrà comunque avuto una vita intera. Molti dei vostri figli no.
Intanto la guerra torna indietro e arriva anche nelle vostre giornate. In un Paese che galleggia sul petrolio si parla di carenze di carburante, restrizioni, raffinerie colpite. Per anni vi hanno raccontato che tutto questo era lontano. Adesso può comparire anche davanti a una pompa di benzina.
Ogni rublo bruciato in questa guerra è un rublo che non è finito nell’ospedale del vostro quartiere, nella scuola dei vostri figli, nella strada del vostro paese. Dall’altra parte del confine quegli stessi soldi diventano esplosivo. Entrano da una finestra, sfondano un tetto, fanno crollare una stanza dove cinque minuti prima qualcuno stava mangiando.
Quella la chiamano operazione militare speciale.
Chi apre bocca rischia anni di colonia penale. Giornalisti, attivisti, uomini e donne qualunque. Intorno al potere continuano ad accumularsi incidenti, cadute, malori, finestre aperte nel momento sbagliato. In nessun altro Paese del mondo si parla così spesso di vertigini.
Della grande Russia è rimasta la leggenda che vi raccontano alle nove di sera. Sotto quella leggenda c’è un Paese che combatte contro il vicino di casa e non riesce nemmeno a dire ad alta voce quanti figli ha perso. Un Paese dove chiamare guerra una guerra può costare la libertà. Un Paese dove una madre può aspettare per anni un ragazzo che lo Stato ha già trasformato in una pratica da chiudere.
Io non vi sto chiedendo di credere a me. Non credete a me. Non credete nemmeno a Kyiv.
Andate al cimitero del vostro paese. Lasciate perdere il monumento grande e contate le tombe nuove. Leggete le date sulle fotografie dei ragazzi. Ventidue anni. Ventisette. Trentuno. Fiori di plastica, fotografie in uniforme, bandiere che scoloriscono sotto la neve.
Passate per la vostra via. Contate le case dove qualcuno non è tornato. Le stanze rimaste come erano. Una bicicletta. Un paio di scarpe. Un padre che non parla più del figlio perché ha capito che forse nessuno gli dirà dove è sepolto.
Tornate a casa e accendete la televisione alle nove. Ascoltate l’uomo in giacca che vi spiega che sta andando tutto bene.
Arriva un momento in cui credere a una bugia non è più ignoranza, cari amici russi. Diventa comodità. Il modo di non vedere quello che avete davanti, perché vederlo significa ammettere che qualcuno vi ha preso anni di vita, centinaia di migliaia di uomini e una parte del futuro dei vostri figli.
Quella donna il figlio non lo riavrà comunque. Il telefono prima o poi verrà disattivato. Le scarpe resteranno dove le aveva lasciate. Sua madre invecchierà senza sapere, forse, in quale pezzo di terra sia rimasto suo figlio.
Domani sera, alle nove, l’uomo in giacca vi dirà ancora che state vincendo.
Nell’armadio, la giacca di vostro figlio sarà ancora lì.
Steve Schmidt, who ran John McCain's 2008 campaign for president, was interviewed on MSNOW. In response to a very general question regarding the Trump presidency, Mr. Schmidt spoke for two minutes and gave the most insightful and brutally honest response of what the Trump presidency has done to our great country: "Donald Trump has been the worst president this country has ever had. And, I don't say that hyperbolically. He is.
But he is a consequential president. And, he has brought this country in three short years to a place of weakness that is simply unimaginable if you were pondering where we are today from the day where Barack Obama left office. And, there were a lot of us on that day who were deeply skeptical and very worried about what a Trump presidency would be. But this is a moment of unparalleled national humiliation, of weakness.” "When you listen to the President, these are the musings of an imbecile.
An idiot. And I don't use those words to name call. I use them because they are the precise words of the English language to describe his behavior. His comportment. His actions. We've never seen a level of incompetence, a level of ineptitude so staggering on a daily basis by anybody in the history of the country whose ever been charged with substantial responsibilities.” "It's just astonishing that this man is president of the United States. The man, the con man, from New York City.
Many bankruptcies, failed businesses, a reality show, that branded him as something that he never was. A successful businessman. Well, he's the President of the United States now, and the man who said he would make the country great again. And he's brought death, suffering, and economic collapse on truly an epic scale. And, let's be clear. This isn't happening in every country around the world. This place. Our place. Our home. Our country. The United States. We are the epicenter.
We are the place where you're the most likely to die from this disease. We're the ones with the most shattered economy. And we are, because of the fool that sits in the Oval Office behind the Resolute Desk." @SteveSchmidtSES r/t Ron Tipton
Lo scrivo senza giri di parole, in modo che il concetto non sia fraintendibile. Ritengo @GiuseppeConteIT, @RoVannacci, @marcotravaglio e i tanti che si stanno spendendo per spingerci a sottovalutare i rischi per la nostra democrazia UN PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE.
@c_appendino Sei una cinica e miserabile putiniana. Ti auguro di passare quello che stanno passando ogni giorno gli ucraini. Devi vergognarti. Fai schifo.
@carovana12 Questo signore sta nell'ombra ma è lui che tiene in mano i fili del partito. La Schlein è il paravento, il burattino. Bettini e probabilmente D'Alema sono i veri burattinai. E sono pro Putin, pro Cina . Voto la Meloni piuttosto che votare questa accozzaglia di gentaglia.
Stamattina è toccato al magazzino di Wildberries a Khryastovo, nella regione di Vladimir, uno degli hub più grandi della Russia, che si estende per 171.900 mq.
Durante la notte a Belgorod è stato colpito anche l'edificio dell'Università Statale di Tecnologia, dove venivano assemblati e testati i droni.
Un altro attacco ha inoltre causato un incendio a Kerch (Crimea). Si segnala anche un attacco a una sottostazione elettrica.
@Guidolino8@marcotravaglio Da noi in Veneto direbbero che è nato "roverso". È sempre contro tutto e tutti. Odia la Nazionale e tifa contro, odia Sinner e tifa Alcaraz. Non parliamo poi delle sue scelte politiche....