Utilizzatore causale. Mi occupo di strategia e relazioni governative. Leggo con interesse e commento con altrettanto piacere. In futuro imprenditore e umarell.
Nella nostra parte del mondo siamo bravi a dar lezioni e alzare il ditino. Ma non sappiamo cosa vuol dire mandare i figli a scuola in due autobus diversi, per minimizzare il rischio di perderli tutti e due in caso di attentato. O non sappiamo cosa vuol dire nascere e crescere nei campi profughi senza nessuna speranza di vivere una vita di pace e prosperità.
Siamo bravi a teorizzare soluzioni di pace, in un conflitto che va avanti da tre quarti di secolo e in cui - gioco forza - tutti gli attori hanno prima o poi sbagliato almeno una volta e in modo grave.
Ma chi ama la libertà e la democrazia, non può avere dubbi. Hamas e Hezbollah non sono due partiti politici, non sono due movimenti che cercano un futuro di pace: sono due organizzazioni terroristiche che hanno come unico obiettivo la distruzione di uno Stato e di un popolo, non la creazione di due.
E l’Iran che li appoggia è una teocrazia spietata che impicca i ragazzi e le ragazze che nelle piazze cercano un “fresco profumo di libertà”, per citare Paolo Borsellino quando invocava libertà contro un’altra oppressione, quella mafiosa.
Quindi nessun dubbio: dalla parte di Israele, contro i più grandi nemici del popolo palestinese (Hamas e Hezbollah) e per un processo di reciproco riconoscimento tra le potenze di quella regione. Processo che era iniziato e che, probabilmente non a caso, fu interrotto un anno fa da un branco di criminali. #7ottobre
Ascoltando i dibattiti - per la verità scarsi e in gran parte approssimativi - legati al voto dei giorni scorsi sulla risoluzione approvata dall'Europarlamento in merito alla prosecuzione del sostegno all’Ucraina, mi sono reso conto che la propaganda russa un risultato importante lo ha già ottenuto.
Non si può negare che dal 24 febbraio 2022, pur con tutti i limiti imposti dalla strenua resistenza di gruppi social e dal lucido realismo di alcuni governi dell’Est e Nord Europa, il Cremlino, grazie anche al determinante aiuto di pezzi dell’informazione e della politica, ha finora dettato con grande abilità tempi e modi della guerra e soprattutto una “narrazione” di guerra, al punto che oggi alcuni concetti si danno per assodati nelle stesse cancellerie di paesi amici dell’Ucraina, quasi fossero assiomi che non necessitino di alcuna dimostrazione.
Come fa notare il saggista statunitense @TimothyDSnyder (ringrazio @Alex27459 per la citazione), non c’è praticamente paese occidentale in cui non si ritenga implicito che la guerra debba svolgersi interamente sul territorio del paese invaso, al punto che è in qualche modo “normale” che mentre la Russia utilizza bombe, droni, artiglieria e missili balistici entro i confini ucraini, a Kyiv non sia permesso fare altrettanto sul territorio russo. Abbiamo in qualche misura subliminalmente accettato che le stragi di civili ucraini siano parte dell’ordinarietà della guerra, mentre consentire alle forze armate del paese aggredito di distruggere le postazioni dalle quali partono quegli attacchi non possa che portare ad una “escalation”.
Questo perché siamo anche noi “bombardati” - sia pure figurativamente - da organi di informazione e leader politici al servizio di Mosca, intenzionati a convincerci che il pericolo di una “terza guerra mondiale”, provenga non tanto dalla plateale violazione del diritto internazionale da parte della Russia e dalla fornitura di armi che le assicurano altri regimi autoritari come Iran e Corea del Nord, ma, per assurdo, da chi consente all’aggredito di difendersi e di affermare semplicemente il proprio diritto ad esistere. Sperano di raccontarci che quella in corso sia una guerra per procura, scatenata non già da chi ha invaso, da chi ha condannato a morte centinaia di migliaia di uomini, da chi ha fatto marciare file interminabili di mezzi, ha chi ha devastato intere regioni, da chi ha asservito la propria intera economia nazionale e le alleanze internazionali alla guerra, ma piuttosto da chi l’invasione l’ha subita. Un po’ come dire che la colpa di uno stupro è della vittima o che le responsabilità di un furto le ha il derubato, ribaltando i più basilari fondamenti della logica.
Stiamo per giunta consentendo alla Russia di tracciare linee rosse, pur non avendo né l’autorità né la forza per farlo. Linee che l’Occidente fatica a far arretrare, sebbene abbia dalla sua il diritto internazionale ed una indubbia supremazia militare. E’ il classico topolino che spaventa l'elefante. Non tanto perché abbia una qualche speranza di sopraffarlo veramente, ma perché i giochi d’ombra della propaganda hanno fatto credere all’elefante che il roditore sia più grande e pericoloso di lui.
Mi piace immaginare che la missione che tutti dovremmo darci, sia forse proprio questa: svelare le distorsioni della propaganda, perché l’elefante si ricordi di essere un elefante e per far capire al topo che è meglio che cominci a correre e torni a rintanarsi nel buco dal quale è improvvidamente uscito.
Fin dal giorno dell’arresto di Giovanni Toti sul Foglio evidenziammo come l’indagine nei suoi confronti appariva muoversi su un crinale molto sottile: quello che divide l’attività politica, svolta per venire incontro ai legittimi interessi di coloro che regolarmente finanziano l’attività governativa, dalla corruzione. Nonostante un’indagine di tre anni condotta dalla procura di Genova, con costanti intercettazioni, l’ambiguità della contestazione nei confronti di Toti è rimasta: è possibile accusare di corruzione un politico per aver svolto un atto lecito, come un permesso o una concessione dovuta e nell’interesse dei cittadini, soltanto perché in precedenza il suo partito è stato finanziato da chi poi ha tratto beneficio da quell’atto? Il terreno è rimasto così scivoloso che alla fine Toti ha chiesto di patteggiare e ha ricevuto il parere favorevole della procura: una pena di due anni e un mese, sostituita con 1.500 ore di lavori socialmente utili, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro. I reati patteggiati sono corruzione impropria e finanziamento illecito (l’accordo dovrà ora essere accolto dal gup).
Un modo per entrambe le parti di evitare scivoloni al processo: da una parte i pm, privi di pistole fumanti contro il “governatore corrotto”, dall’altra Toti, impotente di fronte a una contestazione su molti aspetti sfuggente. Pur sapendo che avrebbe potuto dimostrare la sua innocenza, l’ex governatore ligure si è reso conto che da un’accusa evanescente può derivare un giudizio evanescente. E giocare alla lotteria, quando c’è in ballo la propria libertà, non è il massimo. Anche perché l’accordo raggiunto fra Toti e la procura non cancella la barbarie, indegna di uno stato di diritto, alla quale nel frattempo si è assistito con il suo arresto.
Con l’accordo di patteggiamento, la procura riconosce che gli atti prodotti dalla pubblica amministrazione (in primis dall’autorità portuale di Genova) erano pienamente legittimi, così come i versamenti sotto forma di contributi all’attività politica. Inoltre, la procura riconosce che Toti non ha mai usufruito personalmente delle somme raccolte dal suo comitato politico, utilizzate solo per le attività politiche. Un deciso ridimensionamento da parte dei pm della montagna di accuse rivolte all’ex governatore della Liguria.
Ma per comprendere a pieno la decisione di Toti di patteggiare occorre fare un piccolo passo indietro e ricordare quanto avvenuto durante la sua sottoposizione alla misura degli arresti domiciliari. Toti venne posto ai domiciliari il 7 maggio soprattutto per il rischio di reiterazione del reato. Per la gip, cioè, Toti da libero poteva chiedere altri finanziamenti illeciti a imprenditori in vista delle elezioni europee. Una mera congettura, slegata da un pericolo concreto, come richiederebbe il codice. A ogni modo, passarono le europee e i legali di Toti chiesero di nuovo la revoca dei domiciliari. La gip di Genova (la stessa, Paola Faggioni) rigettò di nuovo la richiesta: Toti poteva reiterare le condotte contestategli in vista delle elezioni regionali del 2025, anche perché continuava “a rivestire le medesime funzioni e le cariche pubblicistiche”.
Divenne così chiaro il ricatto della magistratura: Toti non poteva tornare in libertà fino a quando non si sarebbe dimesso. Il governatore resistette due mesi e mezzo. Poi si dimise e il giudice gli restituì la libertà. Il sistema democratico venne sovvertito dalle toghe.
Chi immaginava che Toti, con questa magistratura qui, avrebbe affrontato il processo con la massima tranquillità in effetti peccava forse di ottimismo. Toti chiede di patteggiare per sfuggire alle grinfie di una giustizia pazza, che vede ogni finanziamento alla politica come una tangente. Il tutto col sostegno di un circo mediatico che trasforma gli indagati in colpevoli già accertati.
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La lettera dell’ambasciatore 🇺🇦, @melnyk_yaroslav, al presidente di @la_Biennale, Pierpaolo Buttafoco, nel contesto della proiezione di un film filo-russo al festival, costituente fatto inaccettabile nel corso della guerra cinica e sanguinosa intrapresa dalla 🇷🇺 contro l’🇺🇦.
@ElioLannutti@GuidoCrosetto Già. Potremmo spostare la cortina più ad ovest. O fare una riedizione del patto di Varsavia, provando ad inserirci. Perché non provarci. Facciamo un referendum on line?
@DonatoRobilotta@Pierferdinando Riporteremmo la chiesa al centro del villaggio. So che da socialista può non suonarti bene, ma da "primorepubblicano" certamente sì.
Di questa cosa della scuola e dei tamponi gratuiti (pagati da tutti) ai docenti non vaccinati (mentre non si è riusciti a garantire tamponi gratuiti per gli studenti ai fini, ben più razionali, del tracciamento) non riesco a capacitarmi.