Leggete👀 Fino alla fine...
A quanto pare anche gli animali domestici hanno un ultimo desiderio prima di morire, ma questo è noto solo ai veterinari che fanno l'eutanasia agli animali vecchi e malati.
L'utente di Twitter Jesse Dietrich ha chiesto a un veterinario qual è la cosa più difficile del suo lavoro.
Lo specialista ha risposto senza esitazione, che era peggio per lui vedere quanti animali vecchi o malati con gli occhi cercano i loro padroni prima di addormentarsi.
Il fatto è che il 90% dei proprietari non vuole stare in una stanza con un animale morente.
Le persone se ne vanno per non vedere il proprio animale domestico morire. Chissà se sono consapevoli che è negli ultimi momenti di vita che l'animale ha più bisogno di loro?
I veterinari chiedono ai proprietari di stare vicino all'animale fino alla fine.
È inevitabile che gli animali muoiano prima di te. Non dimenticare che eri la cosa più importante nella vita dell'animale.
Forse erano solo una parte di te. Ma sono anche la tua famiglia. Non importa quanto sia difficile, non lasciarli soli.
Non lasciateli morire con uno sconosciuto in un posto con cui non si sentono al sicuro.
È molto doloroso per i veterinari vedere che non hanno i proprietari accanto negli ultimi minuti della loro vita.
Non capiscono perché il loro padrone li ha lasciati. Avevano così bisogno del conforto dei loro padroni.
I veterinari fanno del loro meglio per non spaventare gli animali, ma per loro sono comunque estranei. Non essere codardo perché è troppo doloroso per te.
Pensa all'animale. Sopporta il dolore per il loro bene.
State con loro fino alla fine.
Luci ed ombre.
È così che è fatta la vita.
Non per questo meno bella.
Prendiamola come viene.
E creiamo serenità.
A volte con dei sorrisi.
A volte con dei vaffanculi.🌹
#MezzoMondo è il nuovo singolo di @EMMA in radio e digitale da venerdì 28 aprile. In uscita per Capitol/Universal Music, il brano è scritto e composto da @neslimusic, #Emma, @jacopoettorre e #FrancescoCatitti con la produzione da Katoo e Zef. È il primo estratto dal prossimo disco di inediti a cui l'artista sta lavorando
sentirlo andarsene ha creato quel senso di vuoto giusto, sano, naturale che crea tutto ciò che è stato in grado di entrare e fare luce.
Non sono triste.
Anzi.
Sono felicemente malinconica.
forse sono così sgraziata nello scrivere che le mie parole appariranno disperate. In realtà io non lo sono. Non sono nemmeno triste. Ho in me la grande gioia della malinconia. La gioia di qualcosa che per me è stato talmente bello, talmente intenso, appagante, vivo e vitale che
polmoni capienti. Perché cambiare, superare, elaborare sono azioni che ti fanno vivere per un po’ in apnea. Quel Luciano di quel Correggio dice: ‘Se sotto il cielo c’è qualcosa di speciale passerà di qui prima o poi’ e così mi rialzo. Claudicante. Ma in piedi. Forse non traspare,
qualsiasi processo di risoluzione. Salvo poi perdersi. Sulla strada impervia del coraggio, delle soluzioni drastiche e definitive, le persone come me, poi, si spaventano. Perché tutto ciò che rappresenta la fine, la chiusura definitiva, richiede una dose di volontà enorme e
ancora una volta, per l’ennesima volta, io non riesco a risolvere. Nonostante il silenzio,
nonostante la solitudine, nonostante l’impegno. Le persone come me, irrisolte e un po’ difettose come me, funzionano così. Ci provano, ci provano davvero a capire, ad avviare un
vomitare un dispiacere che bussa insistentemente alle mie porte. Preferisco custodirlo; quasi gelosamente-quasi timidamente. Sono i giorni delle lacrime. Inutili. Perché piangere è una reazione ad un malessere che se vuoi interrompere devi in qualche modo risolvere. Ed invece,
sapevo ed in parte fingevo solo di non sapere. Sono i giorni della solitudine. Perché la serenità, la gioia e il benessere sono inclusivi. Il dispiacere no, la tristezza non è aggregante. Sono i giorni della solitudine perché nel rispetto di chi mi vuole bene io non riesco a
E ascoltare, ascoltarmi. Sono i giorni della consapevolezza del mio mancato valore, della mia perenne ed indubbia incapacità di saper mancare. E questo ha necessariamente portato ad una infinita straziata ma inconcludente introspezione che mi ha svelato ciò che in parte già
in fondo ci sto bene. Mi rialzo, ancora una volta, perché la vita non concede sconti, nonostante io possa comodamente pagare (anche a rate) la cifra di questo mio dispiacere. Così io vivo aspettando il momento del buio, aspettando di potermi-finalmente-sedere di nuovo.
‘Svestiti. Perché chi incontri, le persone che hanno a che fare con te, non hanno colpe del tuo dispiacere. Non meritano gli occhi lucidi, la voce strozzata, gli occhi tristi’. Così mi rialzo. Ma sia chiaro: contro la mia reale volontà. Perché io, seduta-immobile-anestetizzata,
la vita, ad un certo punto ti guarda e dice: ‘Ehi, rialzati’. Perché la vita non concede il lusso della resa, dell’arrendevolezza. Perché la vita ti mette davanti più agli obblighi che ai desideri. Perché io vorrei solo sedermi. E rimanere così, immobile. Lei, invece, ti dice:
me supplica una pausa all’altra me. A quella fragile, esile, incerta. Sono i giorni della ‘coltrizzazione’. Esattamente come fa la neve che cadendo copre e silenzia il mondo. Sono i giorni della ricostruzione. Perché questo contenitore di secondi, minuti, ore che altro non è che