𝐂𝐚𝐫𝐦𝐞𝐧 𝐏𝐮𝐠𝐥𝐢𝐞𝐬𝐞, 𝐝𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐨̀ 𝐦𝐨𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐀𝐥𝐝𝐨 𝐒𝐜𝐚𝐫𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐮 𝐐𝐮𝐚𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐫𝐚𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐒𝐭𝐚𝐬𝐢: 𝐥’𝐢𝐫𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐚𝐦𝐚𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐨𝐠𝐚 𝐭𝐞𝐥𝐞𝐯𝐢𝐬𝐢𝐯𝐚.
Oggi a Quarto Grado, l’ex PM Carmen Pugliese – presenza fissa e voce autorevole del salotto giudiziario – sentenzia con la consueta sicurezza: «Ai fini della revisione per Stasi non basta portare Sempio come responsabile alternativo, servono elementi nuovi».
Parole nette, da chi conosce il rito processuale. Da chi, comodamente in studio, spiega al Paese cosa serve per rimettere in discussione una condanna definitiva. Peccato che la stessa Carmen Pugliese (all’epoca Carmelina Pugliese), quando sedeva davvero su una toga che contava, abbia un curriculum che stride violentemente con questa nuova veste di custode delle garanzie.
Parliamo di Aldo Scardella. Venticinque anni, studente universitario incensurato di Cagliari. Arrestato il 29 dicembre 1985 con indizi debolissimi per l’omicidio di un commerciante: un passamontagna trovato nei paraggi di casa sua, la vicinanza al luogo del delitto. Niente di più. Perizia sul passamontagna negativa, guanto di paraffina negativo. Bastò lo stesso per sbatterlo in carcere.
Centottantacinque giorni di isolamento totale nel carcere di Buoncammino. Il 2 luglio 1986 si impiccò nella cella, lasciando un biglietto: «Muoio innocente».
Durante quei mesi cruciali, la dottoressa Pugliese – giudice istruttore che aveva ereditato il fascicolo – non lo interrogò mai in modo tempestivo, nonostante le reiterate istanze della difesa. Attività processuale esigua, isolamento prolungato senza le minime garanzie. Le inchieste parlamentari e il CSM accertarono gli errori: le fu inflitta una censura disciplinare. Gli assassini veri, la banda di Is Mirrionis, furono condannati solo nel 2002. Aldo Scardella era morto da sedici anni. Innocente.
Oggi quella stessa ex magistrata, che non riuscì (o non volle) impedire che un ragazzo innocente morisse in cella per mancanza di un interrogatorio serio e di un’indagine tempestiva, pontifica in prima serata contro la possibilità di rivedere la condanna di Alberto Stasi nel caso Garlasco. Parla di «elementi nuovi» necessari, di «vantaggio anomalo», di come non basti indicare un responsabile alternativo.
L’ironia è tagliente: chi ha contribuito a un errore giudiziario che si è concluso con un suicidio in isolamento, oggi si erge a paladina della prudenza processuale quando si tratta di un altro uomo condannato. Chi ha ricevuto una censura dal CSM per aver gestito male una fase di detenzione cautelare, ora dispensa lezioni su cosa serve per una revisione «seria».
Chissà se un giorno Quarto Grado dedicherà una puntata anche ad Aldo Scardella, con la sua ex giudice istruttore in studio a commentare. O forse certi gradi di giudizio valgono solo quando non sei tu a marcire in una cella d’isolamento. O quando non sei tu a dover chiedere scusa a una famiglia per una vita stroncata.
Nel frattempo, mentre si dibatte di DNA, profili psicologici e «elementi nuovi» per Stasi, la memoria di Aldo Scardella resta lì, scomoda. A ricordare che la certezza processuale di ieri può essere l’orrore di oggi. E che chi ha fallito una volta in modo così tragico, forse dovrebbe parlare con più umiltà quando sentenzia sul destino altrui dalla poltrona di un talk show.
La toga televisiva è comoda. Quella vera, a volte, pesa troppo. Soprattutto quando porta con sé il peso di un ragazzo che morì gridando la propria innocenza.
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