Allo studente di Latina che ha scoperto 20 errori da parte del ministero nella prova di esame del liceo musicale, intanto bisognerebbe dire: promosso!
Poi al ministero che ha risposto che, vabbè, è una roba raffazzonata ma la prova è comunque valida, bisognerebbe dire: siete dei geni!!
È evidente che il mondo si sta orientando verso un fastidio generale nei confronti della sapienza. Sempre più persone ignoranti occupano posti chiave. Anche l'umiltà difetta ai nuovi vincitori: rispondono con arroganza a chi gli fa notare la loro povertà di giudizio. Il meccanismo dell'Idiocracy è sempre più difficile da combattere, perché sembra che anche il mercato, con le sue intelligenze commerciali, stia sostituendo l'intelligenza dell'analisi e le conquiste dello studio con risultati preconfezionati che saranno sempre più precisi ma sempre più mediocri. Io mi vergognerei di usurpare il posto a chi sa più di me su determinati comparti amministrativi, ma pare che anche la vergogna sia stata estromessa dal corredo del vivere sociale.
È poi, oltre alla sapienza, c'è l'intelligenza. Qua siamo in un altro comparto dell'esistenza, dove a riconoscere chi sia più o meno intelligente, c'è altra gente più o meno intelligente. L'è dura! E non puoi mica dare la colpa all'idiota di essere idiota. Ora però la situazione si sta rovesciando e l'idiota, con orgoglio, può dare la colpa all'intelligente di essere intelligente. Il teorema di Umberto Eco, secondo il quale si sta mettendo sullo stesso piano la parola di un sapiente e quella di un imbecille si sta dimostrando in tutta la sua crudeltà.
Natalino Balasso
La svolta agricola!
Secondo Vannacci basta cacciare i migranti e — puff! — gli italiani si riscoprono contadini felici, pronti a raccogliere pomodori a 40 gradi per un salario da biglietto dell’autobus.Geniale.
Guido Cassone
Mentre il SSN è allo stremo, si trovano soldi pubblici per promuovere la naturopatia. Qualcuno ha pensato quindi di finanziare iniziative per discipline senza riscontri clinici seri/rigorosi, mentre i cittadini pagano di tasca propria visite che il SSN non riesce più a garantire.
Quando Vannacci vanta le sue 5 lauree, non dice che a un certo punto gli studi militari sono stati resi "equipollenti" a quelli civili, gonfiando il curriculum di tutti gli ufficiali di alto rango, specialmente allo Stato Maggiore.
Che Scendesse dal pero.
#VannacciNuovaSola
Il policlinico universitario pubblico di Catania ha assegnato un incarico retribuito di #naturopatia in Chirurgia Vascolare/Trapianti e in Pediatria reumatologica.
Non è “integrazione”: è la legittimazione istituzionale di pratiche di efficacia non dimostrata, condotte su pazienti fragili, tra cui bambini.
"Pronto, è la Casa Bianca? Sono il senatore Borghi."
Il mondo deve venire a conoscenza della piega surreale che sta prendendo in Italia questa querelle Meloni-Trump. Il senatore Borghi, esperto di password, centraline meteorologiche e indefesso neo-semiologo della lingua inglese, non si fida della trascrizione dell'intervista telefonica a Trump e da giorni implora (to beg for) che ne venga rilasciato l'audio originale.
Nel frattempo sostiene di aver chiamato per ben due volte la Casa Bianca al fine di avere ragguagli sulla presenza della parola "pietà" all'interno di quell'intervista e pare che la Casa Bianca abbia confermato i suoi sospetti.
Se siete arrivati fin qui senza scoppiare a ridere, ricominciate dall'inizio.
Non siamo un Paese, siamo una favola.
Fallimenti
La nostra Gioggia ha puntato tutto il suo mandato da presidente del consiglio sulla politica estera. Prima e unica leader europea a presenziare all’insediamento di Trump, fin dal primo giorno si è autoproclamata pontiere tra l’Europa e gli Stati Uniti.
Ha ripetuto allo sfinimento che finalmente l’Italia contava qualcosa nel mondo, che il suo rapporto col presidente americano ci proiettava nel futuro.
Per coltivare quel rapporto ha ignorato la politica nazionale, consegnandola a una manica di incapaci. Hanno smontato l’economia, la sanità, la scuola, l’industria, i salari. Hanno bruciato miliardi di PNRR.
Ha lasciato che Salvini, Nordio, Piantedosi, il cognato Lollobrigida e tutto il circo che avrebbe dovuto governare il paese distruggessero ogni cosa. Tutto sacrificato sull’altare del suo trionfo internazionale, i grandi successi della nostra Giorgia, viva il duce.
Il finale? Il suo mentore, il padre a cui si ispirava, il grande leader americano, la prende a calci in culo in diretta raccontando che Meloni lo ha implorato per una foto con lei al G7, e che gliel’ha concessa solo per pena.
La donna che contava nel mondo ridotta a una questua, smentita davanti a tutti, mentre Tajani cancella la trasferta negli Stati Uniti.
Il fallimento è doppio. Dentro hanno raso al suolo il paese, fuori l’unico asset che vantava si è rivoltato contro di lei in mondovisione.
Nessun governo aveva mai toccato vette di fallimento così alte.
Però il politicamente scorretto di #Trump contro neri, donne, gay, musulmani, Obama, democratici vi piaceva, eh? Quindi adesso silenzio e portate a casa.
#Meloni
Non mi ricordo chi disse “Adesso arriva Trump e vedrete che le cose cambieranno”.
E lui intendeva “in meglio”
Mó quello li piglia a calci in culo.
Spetta, chi era il genio?
Questa è tosta. È difficile decidere a chi credere, tra un egocentrico bugiardo manipolatore e una bugiarda seriale.
Questa foto l’ha implorata lei oppure no? Lui dice di sì. Lei dice che una vera dura non implora niente a nessuno. Uno dei due mente, e il bello è che sono campioni entrambi, alla pari.
Allora guardiamo i corpi, perché i corpi mentono meno delle parole. Trump tocca per primo, decide il ritmo del saluto, dà quel buffetto sul braccio che non è affetto. È marcatura. Ti tocco io, tu no. Il gesto di chi stabilisce chi sta sopra.
E lei lo guarda dal basso, con quella faccina adorante. La postura di chi cerca riconoscimento, non di chi tratta da pari. Uno ha bisogno dello specchio che lo conferma, l’altra di un padre forte da cui farsi approvare. Si incastrano bene. Lui offre il palcoscenico, lei applaude.
Chi ha implorato chi non lo sapremo mai. Ma i corpi una mezza risposta la danno, e non è quella che racconta lei.
Stamattina i droni ucraini hanno bruciato la raffineria di Kapotnja, a pochi chilometri dal centro di Mosca: secondo colpo in una settimana, aeroporti chiusi, Sobjanin che rassicura mentre il fumo sopra la città racconta un’altra storia.
Come quando nel giugno del 2023 Prigozhin partì da Rostov con i suoi mercenari e in meno di un giorno arrivò a duecento chilometri dal Cremlino. Ci raccontarono che si era fermato per un accordo mediato da Lukashenko, ma forse non andò così. Forse Prigozhin non si fermò perché qualcuno lo convinse, ma arrivò tanto vicino per la ragione più semplice e più scomoda, cioè che nessuno si mosse per fermarlo. Le truppe regolari erano al fronte, e dentro l’apparato, per un giorno intero, nessuno seppe da che parte stare.
Tre anni dopo, con tutto il tempo che la guerra gli ha dato per blindare la capitale, i droni arrivano lo stesso a incendiare l’impianto che alimenta un terzo della città. La contraerea ne abbatte a centinaia, certo, ma una quota passa sempre, e arriva fin sopra al cuore del potere.
È questa la debolezza vera di Putin, e non sta nei radar. Sta nel vuoto attorno al suo trono. Nel 2023 nessuno corse a difenderlo perché tutti aspettavano di capire come sarebbe finita. Oggi quel silenzio è ancora lì, sotto il fumo della raffineria. Un sistema che non riesce, o non vuole, mobilitarsi per proteggere il proprio centro non è una fortezza, è una scenografia. E le scenografie reggono finché nessuno prova a spingerle.
Remigrazione 2
Guardate cosa hanno fatto. Non discutono più se la remigrazione sia giusta o mostruosa. Discutono quanto costa. Hanno spostato la conversazione di un millimetro, e in quel millimetro c’è tutto.
Il trucco è vecchio e funziona così. Se ti faccio litigare sul prezzo, ti ho già fatto accettare che la merce esista. Se ti chiedo dove troviamo i soldi per i vagoni piombati, per i campi, per le deportazioni, ho ottenuto da te la cosa che mi serviva: che tu dia per scontato che quei vagoni partiranno. Non devo convincerti di niente. Mi basta farti calcolare.
Chi parla per primo non sceglie solo le parole. Sceglie la domanda. Chi sceglie la domanda ha già deciso metà della risposta. “È accettabile deportare milioni di persone?” ha una sola risposta possibile, nella testa di chi non si è ancora arreso. “Quanto ci costa?” invece ti tira dentro, ti mette in mano la calcolatrice, ti fa annuire mentre rispondi.
Vogliono che il buio diventi una voce di bilancio. Una cifra da contrattare, un capitolo di spesa, una pratica da istruire. L’orrore non entra mai dalla porta principale gridando il proprio nome. Entra travestito da problema tecnico, da questione organizzativa, da numero scritto su un foglio.
Lo aveva capito una donna che aveva guardato da vicino il secolo peggiore, seduta in un’aula a fissare un imputato qualunque: il male più feroce non ha bisogno di demoni, gli bastano uomini ordinari che eseguono e tengono i conti in ordine. La banalità, non la furia. La contabilità, non l’odio urlato.
Non è una questione di soldi. Non lo è mai stata. È deportazione, ed è la stessa parola che il Novecento ci ha lasciato scritta col sangue. Chiamatela col suo nome ogni volta che provano a chiamarla in un altro modo.
Il gioco è tutto qui. Farvi credere che la cosa è decisa e che resta solo da pagarla. Nel momento in cui vi accorgete di star discutendo i costi, avete già perso il pezzo che contava. Quindi non rispondete. Rifiutate la domanda.
Colpisce la regolarità.
Decine di profili senza volto, e tutti ripetono la stessa identica frase, con le stesse parole, nello stesso ordine.
Non è pensiero. È un copione.
Una posizione che si ripete uguale a se stessa su centinaia di account fake smette di essere opinione e diventa lavoro. Qualcuno la scrive, qualcuno la distribuisce. La spontaneità è la maschera, non la sostanza.
Il meccanismo ha un nome. Si chiama inversione. Tu accusi il nazismo, loro rovesciano l’accusa e te la rimettono in mano: il vero nazista sei tu, perché non ci lasci parlare. Chi vuole normalizzare il male si traveste da vittima della censura.
Gli psicologi la chiamano proiezione.
Addossi all’altro la colpa che è tua. Chi tappa la bocca accusa di voler tappare la bocca.
L’obiettivo vero non è convincerti. È trascinare tutto sul piano dell’opinione.
Se il nazismo diventa una tesi tra le tante, opporsi al nazismo diventa intolleranza, e il torto passa dalla tua parte.
Popper lo aveva capito un secolo fa. Una società che tollera anche chi vuole distruggere ogni tolleranza finisce divorata. Tollerare l’intollerante non è virtù. È resa.
Resta lo strato più sottile. Quelle risposte non vogliono vincere. Vogliono sfiancarti. Ti costringono a giustificarti davanti a chi non ti ascolta. A bruciare ore in una discussione che per loro è soltanto rumore. Non cercano il confronto. Cercano di spegnerti.
Per questo il copione torna sempre uguale. Funziona finché rispondi.
Nel giorno del suo ottantesimo compleanno Trump ha chiuso l’accordo con l’Iran. La firma ufficiale arriva il 19 giugno in Svizzera, ma la sostanza è già tutta lì. Una resa. Una delle peggiori sconfitte militari americane dai tempi del Vietnam.
Ha attaccato il 28 febbraio, operazione Epic Fury. Ha bruciato decine di miliardi, si è messo contro il Congresso.
La situazione non è solo tornata a prima della guerra. È peggiorata. Gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze dall’area, sospendono le sanzioni sul petrolio iraniano, sbloccano venticinque miliardi di beni congelati e si impegnano a presentare piani di ricostruzione per l’Iran da almeno trecento miliardi. Le riparazioni le paga chi una guerra la perde. Qui le paga chi l’ha cominciata.
Il regime di Teheran ne esce più forte e più ricco. Fine delle sanzioni, petrolio che torna sul mercato, fondi liberati, soldi americani per ricostruire. Il governo iraniano incassa pure il consenso interno: ha retto l’urto e ha portato a casa tutto.
Il confronto con Obama è impietoso. Nel 2015 chiuse un accordo nucleare senza sparare un colpo, senza un morto, senza umiliare nessuno. Ottenne dall’Iran molto di più, tetti veri all’arricchimento e ispezioni. Teheran accettò. Questo fa un politico serio. Le cose le fai per bene, non le fai esplodere per poi firmare la pace dei vinti.
L’unico che esce peggio di Trump da questa storia è Putin. Lo stretto di Hormuz riapre, gli Emirati Arabi Uniti dal primo maggio sono fuori dall’OPEC, il cartello ha perso disciplina e forza per reggere i prezzi. Adesso ci si mette anche il petrolio iraniano che rientra sul mercato. Il greggio è destinato a scendere in fretta. L’ultima entrata vera con cui Putin tiene in piedi l’economia russa sta per valere molto meno. Il punto di collasso si avvicina.