Con una fatica davvero immensa sono riuscito a leggere l’articolo fino in fondo, ma ci è voluta tanta pazienza a causa della miseria delle parole.
C’è un trucco vecchio come il mondo in questo pezzo: trasformare un fatto complesso in una favola morale con buoni e cattivi ben distribuiti, così il lettore non deve pensare, deve solo schierarsi. Belpietro prende una tragedia — perché di questo si tratta, non di un western — e la piega a un racconto consolatorio: lo Stato è debole, il cittadino è solo, la violenza diventa comprensibile, quasi inevitabile. Ma è proprio qui che il ragionamento crolla.
Dire “per me Roggero non ha colpa” non è un’opinione coraggiosa, è un modo per saltare a piè pari il punto centrale: in uno Stato di diritto la colpa non si decide “per me”. Altrimenti non è più diritto, è umore. E infatti l’articolo scivola subito dopo in un paradosso: si invoca la legge quando conviene (contro i rapinatori), e la si delegittima quando non piace (contro la sentenza). Non è difesa della giustizia, è tifo.
Ancora più rivelatore è il passaggio sulla “vendetta”. Belpietro finge di prendere le distanze — “oh, lo so che non si deve dire” — ma intanto la legittima pezzo dopo pezzo, normalizzandola. È una tecnica retorica elegante: dire una cosa negandola. Il problema è che così si sposta il confine senza dirlo apertamente. Non si sta più discutendo di legittima difesa, ma di quanto sia accettabile inseguire qualcuno e svuotargli contro un’arma. E quella, per fortuna, non è più difesa: è altro.
Poi c’è il colpo basso emotivo: l’età, la vita “onesta”, la famiglia, il conto in banca svuotato. Tutti elementi umanamente rilevanti, certo, ma giuridicamente secondari rispetto a un fatto preciso: cosa è successo in quei momenti e se era proporzionato. Se bastasse una biografia rispettabile a cambiare il giudizio sui fatti, la legge diventerebbe una graduatoria morale, non un criterio.
Infine, il bersaglio vero: non la sentenza, ma lo Stato. Roggero diventa un simbolo, non più una persona. E quando una persona diventa un simbolo, la realtà viene sacrificata per far funzionare la narrazione. È così che si costruisce l’idea pericolosa che, in fondo, farsi giustizia da soli sia comprensibile, quasi legittimo. Ma uno Stato fallisce davvero non quando condanna troppo, bensì quando smette di essere l’unico a poterlo fare.
Applaudire questo ragionamento significa accettare che la legge valga finché ci dà ragione. Il giorno in cui non ce la dà più, non sarà Belpietro a proteggerci.🤦♂️