@lageloni@GiorgiaMeloni L’imposizione di una dichiarazione limita la libertà e quindi è di per sé fascista. Basti ricordare le dichiarazioni di Voltaire o Tolstoj, solo per citarne alcune.
✍🏻 Paolo Messina
Lettera aperta al Cardinale Matteo Maria Zuppi
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Sua Santità, non so se devo chiamarla santità ma Lei è il presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Ho letto che la Sua presenza era prevista nella mia piccola Augusta, per un convegno intitolato “Una nuova umanità perché avvenga la pace”.
Per la seconda volta di fila ha dato buca. Ha fatto bene.
Dicono che andrà a settembre, per partecipare ad una iniziativa organizzata da Migrantes. E allora Le vorrei dire alcune cose.
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Sua Santità, Lei deve sapere che un giorno del 1989, nel pieno del mio impegno per la pace e per i diritti umani, tornai ad Augusta e rimasi sorpreso perché si stavano tenendo i funerali di un boss mafioso ucciso qualche giorno prima.
I funerali si tenevano nella Parrocchia di S. Lucia, nel quartiere Borgata e non erano stati vietati dal Questore, come avviene normalmente per i capi mafia. Furono celebrati senza problemi dalla Chiesa, ma soprattutto furono onorati da una partecipazione popolare che, in precedenza, avevo vista solo durante la festa di S. Domenico, il santo patrono.
San Domenico, però, aveva protetto Augusta dai Saraceni.
Il mafioso che Augusta festeggiava quel giorno, invece, era coinvolto nel traffico di un certo numero di kalashnikov che da Beirut furono contrabbandati ad Augusta e diedero vita ad una guerra di mafia che fece molte vittime, tra i mafiosi ma anche tra i magistrati e gli uomini dello Stato.
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Io non sapevo chi fosse, Iano Pandolfo, il mafioso che la mia città onorava. Perché nella mia città si usa così: le cose che contano non si dicono, e le cose che si dicono non contano.
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Vede, Santità, la mia città, per qualche strano motivo, è un crocevia di violenza e sopraffazione.
Per farLe capire: l’ENI ha devastato tutte le matrici ambientali.
Che detto così non vuol dire niente.
Ma i Carabinieri hanno convocato in caserma i genitori dei bambini nati con gravissime malformazioni e gli hanno proposto di firmare un foglio con il quale accettavano due soldi e rinunciavano a chiedere giustizia.
Minchia, Sua Santità, non Le sembra una storia sudamericana?
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Sua Santità è un uomo di mondo. Quindi dovrebbe sapere che a un certo punto un gruppo di potere con punti di contatto con la nota multinazionale del petrolio ha sostanzialmente preso il controllo della amministrazione della Giustizia, e ha potuto decidere di assolvere i colpevoli e condannare gli innocenti, se erano nemici.
Se non conosce questa storia faccia una ricerca sul “Sistema Siracusa”.
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Sua Santità probabilmente sa che il Comune di Augusta è stato sciolto per mafia, alcuni anni orsono. Solo che le accuse erano tutte false e la mafia probabilmente era quella che scioglieva il Comune degli antimafiosi.
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Cardinale, Maestà…
Vede, ho letto questo articolo nel quale si parla del ruolo della Chiesa nella difesa dei diritti umani. Ed in particolare della Chiesa augustana.
Ho letto di un intervento del teologo Giovanni Basile, docente di filosofia alla Facoltà teologica di Sicilia.
Secondo Giovanni Basile: “La crisi di empatia è la cancellazione del volto dell’altro, visto come rischio anziché opportunità, che inconsciamente pone dentro un registro di guerra con la dicotomia amico-nemico tipica delle del pensiero aziendale: l’incontro viene orientato al consumo”.
Monsignor Maurizio Aliotta, docente di Teologia dommatica ed ex rettore della Facoltà siciliana, invece, sostiene che: “è importante superare la crisi della relazione fra persone che si rapportano come merci self-service”.
Io non so cosa ne pensa Lei, ma per me, sinteticamente, si tratta di stronzate. Stronzate che possiamo perdonare a Basile e ad Aliotta, perché loro sono esperti di transustanziazione ovvero della trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, durante l’Eucaristia. Che ne sanno del mercato e del “pensiero aziendale”? Più o meno quello che ne sa Toninelli, presumo.
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Eccellenza, nello stesso articolo in cui si da conto di queste sciocchezze, si parla di alcuni ebrei che trascorrono le loro vacanze ad Augusta.
Questi ebrei, si dice, sarebbero nella black list dell’ONU perché l’azienda per la quale lavorano farebbe delle cose contrarie al diritto.
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Maestà, Sua Altissima Divinità, vorrei che Lei convenisse con me che la Terra gira attorno al Sole (oggi forse possiamo dirlo) e che sul diritto dei Giudei ad abitare la Giudea possono esistere, quantomeno, dei punti di vista diversi.
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Per questo, Eccellenza Sublime, le vorrei chiedere di avere compassione dei miei paesani.
Parlano dei diritti altrui perché non hanno il coraggio di difendere i propri. E hanno anche ragione perché il Male con il quale si confrontano è molto potente.
Ma da parte Sua assecondarli sarebbe crudele.
Soprattutto, la imploro, non vada a rompere i coglioni agli ebrei che vanno in vacanza ad Augusta.
È la soluzione preferita dei falliti e degli incapaci, ma non risolve i loro problemi, anzi è provato che li aggrava.
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Con immutata stima.
✍🏻 Roberto Damico
Se avessi voglia di scherzare, farei il verso a Andrea Tosa – il blogger, l'attivista, il palestinista – e scriverei un post che inizia come iniziano sempre i suoi post: "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo". Ma io adesso non ho voglia di scherzare. Non ho voglia di ironizzare. Non ho voglia di fare il verso a nessuno. Perché un post che inizi così – "Ieri a Herat è successo un fatto gravissimo" – e che parli delle donne afghane, non esiste. Non lo scrive Tosa. Non lo scrive la sinistra. Non lo scrive nessuno. Eppure – ieri è successo davvero qualcosa di terribile ad Herat, in Afghanistan. E se avete abbastanza anima – se non siete ancora diventati insensibili di fronte al dolore del mondo – potete cercare voi stessi. Le notizie sono lì. Frammentarie, ignorate, sepolte. Ma ci sono.
Ecco cosa è successo. Si era appena svolta una manifestazione di donne afghane. Una folla di donne – nonostante il burqa, anzi, col burqa – ha riempito le strade di Herat. Centinaia, forse migliaia. Hanno chiesto – attenzione – non i diritti che abbiamo in Occidente (il diritto di voto, il diritto di abortire, il diritto di indossare una minigonna). Hanno chiesto neppure pari diritti. Hanno chiesto il minimo. Hanno chiesto l'istruzione – che in Afghanistan, per le donne, significa anche accesso alla sanità (perché nella legge afghana, una donna può essere visitata solo da una donna; ma se le donne non possono studiare, allora le donne non possono essere curate). Hanno chiesto di poter lavorare – di guadagnare un minimo, per non morire di fame, per non vedere i propri figli morire di fame. Hanno chiesto meno dei diritti che noi in Europa concediamo a un cane o a un gatto. Perché i nostri amici a quattro zampe – possono essere visitati da un medico (di qualsiasi sesso) se stanno male. Possono essere curati. Possono essere salvati. Le donne afghane – se stanno male – non possono essere visitate da un medico uomo. E se il medico uomo è l'unico disponibile, muoiono. Se – dopo un terremoto – si trovano sotto le macerie delle loro abitazioni, non possono essere estratte, perché un uomo non può toccare una donna. E muoiono sotto le macerie. Mentre ascoltano i soccorritori che non possono soccorrerle. È l'inferno. È l'orrore. È la follia.
E la risposta dei talebani a questa manifestazione di donne che chiedevano solo di non morire – è stata la violenza. Hanno sparato sulla folla. Al momento si parla di una ventina di vittime, ma le notizie sono frammentarie, non verificate, forse peggiori.
La notizia – come tutte le notizie che riguardano l'Afghanistan – è stata sepolta. Ignorata. Dimenticata.
E penso che oggi i telegiornali dovrebbero essere pieni di queste immagini. Che le piazze dovrebbero essere colme di gente – specie di donne arrabbiate – che esaltano l'eroismo delle donne afghane, che denunciano la brutalità dei talebani, che chiedono sanzioni, interventi, aiuti. Che parlano – sì – anche della loro disperazione. Della loro solitudine. Del loro abbandono. E invece – credo di essere uno dei pochi che ne stanno parlando. Uno dei pochi. Non perché io sia speciale. Perché gli altri hanno deciso di tacere e si indignano solo per Gaza.
Perché – come dice Fausto Bertinotti – "Gaza è l'ombelico del mondo". Almeno per la sinistra. Gaza – e solo Gaza – merita attenzione. Gaza – e solo Gaza – merita indignazione. Gaza – e solo Gaza – merita che si riempiano le piazze. Il resto – l'Afghanistan, lo Yemen, la Siria, il Sudan, la Nigeria, il Congo – non esiste. O esiste come rumore di fondo, come fastidiosa eccezione. Perché la sinistra – la sinistra palestinista – adora guardarsi l'ombelico senza alzare lo sguardo.
E se alzasse lo sguardo – se alzasse lo sguardo oltre Gaza – vedrebbe un mondo in fiamme. Un mondo che brucia. Un mondo in cui il jihadismo – la stessa ideologia che anima Hamas – uccide, devasta, distrugge. E bisognerebbe anche chiedersi quanto sia casuale che la propaganda per Gaza copra mille altri orrori. Quanto sia casuale che proprio Gaza – il luogo in cui Hamas comanda – sia diventato l'ombelico del mondo. Visto che Hamas è una derivazione della Fratellanza Musulmana – l'organizzazione che ha come obiettivo la creazione di un Califfato globale – visto che la Fratellanza vuole imporre la sharia in tutto il mondo, vuole cancellare i diritti delle donne, vuole sottomettere “gli infedeli”– è proprio casuale che Gaza e la sua propaganda impediscano di vedere ciò che il jihadismo sta facendo nel mondo?
@flancini