@FabRavezzani@ClaudioRaffiPG Il problema era che eravamo nel bel mezzo del Covid...ma continuate sempre a scordarlo...come se un business che dipende in modo esclusivo dalla partecipazione sociale, non avesse subito nessuna conseguenza. Raffazzonata fu la gestione di TUTTA l'emergenza...
@F1N1no@senisregna Mi piace l’idea che si sia formato l’imprevedibile incastro perfetto:
- Lotito, che dopo la “mossa Malagò, decide di far saltare il banco
- Mattarella che vuole prendere le dissalate suo tifo
- Meloni che finalmente può liberarsi di Gnazio..
Chissà…potrebbe essere la volta buona
E' la sconfitta di un ministro @andreaabodi assente, inutile finora al momento calcistico.
E' la sconfitta di una federazione mediocre che sceglie i peggiori invece dei migliori. Di un #Gravina che non si dimette malgrado i disastri. Di un #Gravina che sceglie i peggiori come #Gattuso, reduce da insuccessi come allenatore.
E' la sconfitta di un movimento che mette i peggiori come #DeSiervo e #Simonelli a gestire la Serie A che pensano che il solo problema sia la pirateria. Simonelli senza alcuna esperienza nel calcio e che parla un inglese elementare.
E' la sconfitta di una giustizia sportiva ingiusta. Di #Chine' che imbroglia sul CV, che non persegue i reati e che perseguita solo i nemici. Di una giustizia sportiva che non corregge gli errori del calco come nel caso di #Kalulu. Di una giustizia sportiva che sara' pero' sconfitta da quella europea tra poco.
E' la sconfitta degli antisportivi come #DiMarco che esulta per aver preso l'avversario debole. Ma che si fa battere.
E' la sconfitta di #Bastoni espulso stasera, mai espulso in questo campionato nonostante simulazioni, richiesta di cartellini visti da tutto il mondo.
E' la sconfitta di una Serie A scarsa e poco equilibrata. Bestemmie come quelle di #Lautaro, urlate vicino alle telecamere, ma l'audio scompare se sono dette dalla squadra giusta. Di 2 espulsioni in nazionale di #Bastoni e #Dumfries ma che in 30 partite non ne hanno presa nessuna. Di anomalie statistiche continue a favore degli stessi.
E' la sconfitta della maggiorparte della stampa sportiva che, come la #Gazzetta, santifica un pur bravo giocatore come #PioEsposito ma non adatto a questi palcoscenici. Infatti calcia malissimo un rigore decisivo. E di tanti altri giornalisti cortigiani sempre pronti a leccare i piedi al potente di turno.
Dispiace veramante per tutti i tifosi veri ed i ragazzi che da anni non vedono un mondiale. Speriamo che questa epica sconfitta faccia cambiare molte cose. E dia il la' ad un nuovo inizio.
#gravinadimettiti #gravinaOut #marotta
La generazione di calciatori italiani più scarsa della Storia resta di nuovo, GIUSTAMENTE, a casa in quanto espressione della pochezza e dell'incompetenza di chi governa, gestisce e distribuisce il calcio italiano e Bastoni in campo e Gravina fuori sono il simbolo di questo FALLIMENTO TECNICO E MORALE.
Sapete qual'è la cosa più comica della partita Inter-Juve?
E' che a un certo punto è uscito fuori che, nella classifica dei migliori marcatori di sempre, il primo posto è di...
ALTOBELLI!!!
Cioè, capite chi è il MIGLIOR MARCATORE DI SEMPRE DELL'INDA?
ALTOBELLI!!!
@dorinileonardo No
Invece abbiamo perso ESATTAMENTE per quello
Sono sempre del parere che gli episodi sono tali e quindi raramente decidono una partita se non al 90+n, ma ieri è stata la madre di tutte le ladrate…
@robypava@willy_signori@FBiasin Se il karma esistesse davvero dovrebbe avvenire una cosa come quella narrata in The Leftovers
Ogni traccia di nerazzurro sparita per sempre
@FPanunzi È sicuramente un fenomeno interessante quello per cui persone, di indubbia competenza nel loro (ristretto) campo, a un certo punto vengano “investite” ( o forse sovvenzionate? 🤔) di autorevolezza in tutto lo scibile umano, specialmente se si tratta di geopolitica…
C’è una certa idea d’Europa che sembra sopravvivere solo nei comunicati stampa e nei convegni sulla resilienza: un continente che continua a raccontarsi come centro della civiltà mentre osserva, immobile, la riscrittura del mondo. In questi giorni lo si vede con chiarezza: mentre gli equilibri si spostano, le sfere d’influenza si ricalibrano e la mappa della potenza si ridisegna senza più neppure la finzione della legittimazione, l’Europa resta ai margini, non perché respinta, ma perché si è ritirata da sé. Non ha più un ruolo perché ha smesso di volerne uno; non ha più una funzione perché ha abdicato a una posizione. Sopravvive per inerzia, vive di riflesso, incapace di generare visione, e proprio per questo destinata a una marginalità sempre più indistinguibile dall’insignificanza. Si rifugia nel lessico protettivo dei multilaterali, si aggrappa al diritto internazionale come se bastasse pronunciarlo per renderlo cogente, mentre altrove si agisce, si impone, si produce realtà. La vicenda venezuelana ne è l’emblema: un colpo chirurgico, calibrato, silenzioso, che ha riconfigurato il potere senza neppure attraversare la legittimazione popolare, senza proclami né eserciti in marcia. Non serve condividerne il metodo per riconoscerne l’efficacia, né per coglierne il punto cieco: siamo dentro una stagione post-democratica, dove la forza non ha più bisogno di farsi vedere per essere efficace. Non c’è nemmeno più l’estetica dell’impero: c’è l’amministrazione del disordine, la gestione della stabilità attraverso la sospensione della politica. E in questo schema, l’Europa non è soggetto né oggetto, ma scena muta. I suoi governi commentano, esprimono “preoccupazione”, si appiattiscono su formule come “interventi ibridi”, come se il problema fosse retorico e non strutturale. Ma il punto è profondamente politico: chi oggi decide cosa accade nel mondo non lo fa più dentro la cornice delle regole condivise, ma nel vuoto lasciato da chi ha smesso di volerle interpretare. Gli Stati Uniti non cercano più legittimazioni, perché si muovono in una grammatica in cui il diritto è stato sostituito dall’eccezione, la norma dalla deterrenza, il principio dall’efficienza. Che questa architettura del potere sia inquietante è ovvio. Ma opporvisi con il sentimentalismo dei valori infranti è una forma di autoassoluzione. Il potere non si arresta con l’indignazione, e la storia non riconosce le intenzioni, riconosce gli atti. Chi la studia davvero lo sa: la forza non è una deroga alla politica, è la sua struttura profonda. E ciò che viene vissuto come arroganza inedita è spesso solo il ritorno ciclico della regola. La violazione del diritto internazionale non è un’eccezione, ma una costante: l’ordine globale è sempre stato una costruzione ineguale, amministrata da chi poteva permettersi di farlo. Il vero problema non è se un’azione sia legittima, ma per conto di chi agisce, con quali conseguenze, e con quale bilancio di costi e silenzi. Chi oggi denuncia lo “scandalo selettivo” ha spesso ragione nel merito, ma elude la domanda essenziale: chi stabilisce i confini dello scandalo, chi ha il privilegio di definirlo, e chi resta invece incastrato tra le sue maglie. L’ordine internazionale non è mai stato un sistema di giustizia: è stato, semmai, una tregua tra diseguali. E se oggi traballa, non è per eccesso di rottura, ma per esaurimento della finzione. Ma l’Europa, che potrebbe proporre un’alternativa, si sottrae perché ha smesso di agire. E questa afasia si riflette ovunque, anche nel dibattito interno, ridotto a eco nervosa di una rappresentanza spenta. Prendiamo i sindacati: nati per proteggere i lavoratori, sopravvivono oggi solo per proteggere se stessi. In un mondo che non chiede più mediazioni verticali, ma relazioni orizzontali, sono diventati reliquie viventi, incapaci di leggere il presente, eppure convinti che basti la memoria a giustificare la sopravvivenza. Gridano, minacciano, occupano piazze, ma non rappresentano più che la propria sconfitta. Sono il monumento di una stagione esaurita che pretende rispetto in nome della propria persistenza. È un sintomo più grande: quello di una società che sopravvive a credito, figli mantenuti dai nonni, partiti nutriti da un lessico stanco, categorie protette dalla nostalgia. Intanto il mondo si muove. Il Pacifico è il nuovo baricentro del potere, Cina e Stati Uniti ridisegnano le sfere d’influenza senza chiedere il permesso, e l’Europa discute di tono, stile, dignità, mentre perde treni storici. Se non ci si reinventa, si scompare. Ma reinventarsi significa dismettere le illusioni. Significa accettare che i valori, da soli, non bastano. Che il diritto, da solo, non protegge. Che la retorica, senza potere, è solo estetica. Ed è per questo che risulta tanto intollerabile, per chi viene dai regimi, assistere oggi allo spettacolo di dover giustificare la propria gioia a chi quei regimi non li ha mai subiti, ma li idealizza a distanza. Solo in paesi come l’Italia si può sfilare per nostalgie che non si sono mai vissute, solo qui si può invocare la legalità come se fosse un principio astratto e non una concreta relazione tra potere, istituzioni e corpi. Nessuno fugge da un regime per vederselo sventolare in faccia da chi non ha mai fatto una fila per il pane. Nessuno lascia il proprio paese perché gli manca la coerenza normativa: lo lascia perché ha fame, perché ha paura, perché vuole respirare. E chi non ha mai dovuto combattere per la libertà che possiede, dovrebbe almeno evitare di usarla per umiliare chi la sta ancora cercando. Non c’è cecità più feroce di chi confonde il privilegio per merito, e il trauma per esotismo ideologico. E non c’è minaccia più grave per la democrazia di chi la difende solo quando la riconosce come specchio. La democrazia è faticosa, incoerente, parziale. Pretende lucidità, anche nei momenti sporchi. Chiede di vedere i varchi anche nelle mani che non ci piacciono. Di accettare che la libertà non arriva sempre dalle voci giuste, ma dalle forze che non si sono ancora lasciate addomesticare. Non è una giustificazione: è una responsabilità. È sapere che la storia non aspetta i puri. E che chi resta fermo a denunciare il disordine, spesso finisce travolto dalla sua geometria.
La disuguaglianza economica ci rende davvero infelici? I dati supportano il classico “nì”, perché la realtà, come sempre, non segue gli slogan.
È una delle narrazioni più consolidate degli ultimi lustri, sui media e anche tra molti scienziati sociali: vivere in una società diseguale erode il benessere psicologico di tutti, creando ansia da status e competizione tossica. Eppure un nuovo, imponente meta-studio appena pubblicato su Nature (link in fondo) mette seriamente in crisi l’idea di un effetto medio negativo generalizzato.
Il paper è una meta-analisi enorme (168 studi che utilizzano dati multilivello: 11'389'871 partecipanti provenienti da 38'335 unità geografiche): in media, l’associazione tra disuguaglianza e benessere soggettivo è sostanzialmente nulla; e per la salute mentale, l’effetto “negativo” che si vede in alcuni lavori si ridimensiona drasticamente quando si tiene conto del bias di pubblicazione (cioè della tendenza a far emergere più facilmente studi “conclusivi” e in linea con l’ipotesi negativa; una delle iatture dell'accademia, ma le cose stanno cambiando).
La parte davvero interessante, però, è un’altra: il contesto cambia tutto. L’effetto non è “sempre uguale”, e in alcuni casi può perfino cambiare segno. In particolare, la disuguaglianza risulta associata a maggior malessere in contesti di alta inflazione, mentre in contesti di bassa inflazione l’associazione può diventare addirittura positiva (uno sprone).
Attenzione: questi risultati sono promettenti, ma sono anche la parte più fragile dell’evidenza, e infatti vanno trattati con cautela, anche se lo studio li replica su dati diversi.
Tutto risolto quindi? Non proprio (è il bello delle scienze sociali!). Anzi: lo studio è metodologicamente molto solido nel lavorare sui (meta)dati esistenti, ma mette a nudo un problema strutturale enorme: la nostra difficoltà a misurare davvero la disuguaglianza e di collegarla alla vita vissuta.
A mio avviso, esistono almeno 4 ostacoli metodologici che spesso ignoriamo e che rischiano di rendere queste analisi, per quanto sofisticate, parziali:
1) L’illusione dell’unidimensionalità. Ci limitiamo quasi sempre a un singolo indice, come quello di Gini. Ma un numero non può catturare la complessità sociale. Dire “Gini = 0.35” non ci dice se la disuguaglianza deriva da un ceto medio che scivola verso il basso o da un 1% che si arricchisce molto in una società di benestanti. Le ricadute psicologiche di questi scenari sono diverse, ma l’indice le appiattisce. Qui, come sempre, vi rimando a un mio vecchio video su YouTube: https://t.co/JeV5rtuzmc
Nota per i puntigliosi: lo studio rifà anche analisi con indicatori alternativi e i risultati principali reggono; il punto è che anche quando reggono, un singolo numero resta una compressione brutale della realtà, e purtroppo è la norma.
2) L’autopercezione. Moltissimi studi si basano su survey in cui i partecipanti dichiarano il proprio reddito. Sappiamo bene che questi dati sono spesso distorti: i super-ricchi non rispondono ai sondaggi, le vere fasce marginali sono irraggiungibili, molti mentono, e tutti tendiamo a collocarci “un po’ più in basso” di dove siamo realmente (perché la povertà è anche relativa, e talvolta soggettiva*). Fondare le analisi sul dichiarato è un problema non secondario.
3) Il buco nero dei dati. In Paesi come l’Italia questo limite è critico: manca un database centralizzato e integrato dell’assistenza. Non abbiamo un’anagrafe che incroci perfettamente redditi, patrimoni e tutto il welfare erogato (sussidi locali, bonus, assistenza in natura, sanità). Senza sapere qual è il vero “reddito disponibile” e il pacchetto di servizi reale a cui il cittadino accede, stiamo calcolando la disuguaglianza su una mappa bucata. Misuriamo la disuguaglianza “fiscale”, che è ben diversa dalla realtà vissuta dalle famiglie. E il numero di famiglie che usufruiscono di prestazioni ISEE è lì a ricordarcelo. O crediamo che tutti quelli che non pagano le tasse universitarie vengano da famiglie che non mangiano, giusto per fare un esempio?
4) La disuguaglianza è un film, non una foto. Se l’inflazione cambia l’effetto sul benessere, è perché la disuguaglianza è un concetto dinamico: è più tollerabile se percepisco mobilità sociale (“posso farcela anch’io”, il cosiddetto tunnel effect), diventa tossica se l’ascensore sociale è rotto (come nello Stivale). Le analisi statiche faticano a cogliere questa sfumatura decisiva: non conta solo “quanto” è diseguale una società oggi, ma come ci si arriva e che prospettive apre o chiude. Senza contare che per vedere movimenti significativi di un indice come il Gini servono politiche forti e anni, se non lustri, e non tre trimestri messi in croce (frecciatina per quelli che misurano la disuguaglianza in paesi come l'Argentina su dati trimestrali).
In sintesi: questo studio è un bagno di realtà utile perché smonta certi automatismi. Non è detto che sia la disuguaglianza “in astratto” a deprimerci sempre e comunque; spesso contano di più vulnerabilità economica assoluta, aspettative e condizioni degradate (inflazione, instabilità politica). Ma finché non avremo dati più granulari (amministrativi e non solo survey) e sistemi integrati per leggere reddito disponibile e ricchezza reale, assieme ad altre dimensioni del vivere sociale, rischiamo di non vedere le sfumature che fanno la differenza nella vita delle persone. Con grave detrimento per i poveri. Quelli veri.
* Un po' come il mio vicino, che ha una villa sul lago in Svizzera, due auto di pregio, uno chalet a Gstaad, altre amenità, e pensa di stare nel "lower 99%" contro "il top 1%", mentre io lo ascolto e scuoto la testa.
https://t.co/1q8Urs5afy
Negli anni '70 ero piccolo, ma forse non sbaglio nel dire che la situazione attuale (guerre, attentati, tendenze autoritarie su base ideologica) ricorda un po' quel periodo? Come ne siamo usciti? Grazie alla massa silenziosa delle persone, che sono molto meglio di quello che pensiamo; vogliono vivere la loro vita e non disdegnano di preoccuparsi della società, ma non accettano il ricatto che se non sei un militante di qualche curva, sei un vigliacco; che tra leggere Marx o Evola guardavano Mina, Alberto Lupo e Mike Bongiorno in TV (in Italia); che non partono dal presupposto che si vive per forza in una Stato di merda, e che la stabilità è importante come il progresso; che non stanno a sentire dalla mattina alla sera i grilli parlanti del disastro; che ogni giorno sono contenti di qualcosa.
Che, come dice il finale di un film di Woody Allen che amo: "La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della creazione, siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all'universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembra avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di più." Questa massa silenziosa, a volte conservatrice, a volte progressista, ma meravigliosamente umana, è la maggiore garanzia che prima o poi torneremo ad avere ottimismo verso il futuro. Questo è -per me- il vero portato della società occidentale da difendere. Scusate la digressione dai miei soliti temi.