Il cosiddetto DDL antisemitismo non combatte l’odio antiebraico. Combatte la parola. È un atto di servilismo politico, non di memoria. Un governo reazionario e i suoi sodali sedicenti di sinistra si inchinano a un’ideologia di conquista, segregazione e privilegio etnico, e chiamano questa genuflessione “lotta all’antisemitismo”. È una frode.
La definizione IHRA, innestata ora nel diritto italiano, non è uno strumento scientifico. È un dispositivo politico. Confonde deliberatamente l’odio verso gli ebrei con la critica a uno Stato che occupa, colonizza, sradica e bombarda. Chi denuncia l’apartheid nei Territori, il blocco di Gaza, le colonie illegali, i due pesi e due misure del diritto internazionale, viene marchiato. Non perché insulti gli ebrei, ma perché tocca un progetto di potere.
Questa è la vera funzione della legge: trasformare un crimine storico — lo sterminio degli ebrei d’Europa — in scudo per un presente coloniale. La Shoah viene usata non per impedire che si ripeta l’umiliazione di un popolo, ma per coprire l’umiliazione di un altro. Chi protesta contro la distruzione di Gaza, contro la fame come arma, contro lo spossessamento sistematico, deve prima passare sotto le forche caudine di una definizione scritta per immunizzare Israele.
Il governo che promuove questo testo è lo stesso che celebra la “sicurezza” mentre stringe alleanze con chi pratica la pulizia territoriale. I riformisti del Pd che lo votano o lo assecondano non sono meno servili: hanno scelto la rispettabilità atlantica al posto della coerenza. Hanno deciso che la critica radicale a uno Stato alleato è più pericolosa dell’occupazione stessa. Quiescenza. Non principio.
L’antisemitismo esiste. È vile, persistente, va combattuto senza sconti: nelle tribune, nei social, nelle piazze, nelle scuole. Ma non si combatte con una legge che allarga a dismisura il perimetro del tabù fino a includere la denuncia di un regime di privilegio. Quando ogni analogia storica, ogni accusa di razzismo di Stato, ogni richiesta di uguaglianza davanti alla legge diventa “indicatore” di odio, la parola antisemitismo smette di proteggere gli ebrei e inizia a proteggere un governo.
Nessun altro Paese europeo ha trasformato quella definizione operativa in norma dello Stato con questa ambizione pedagogica e poliziesca: università, forze dell’ordine, piattaforme, spazio pubblico. Non è prevenzione. È addestramento al silenzio. Si insegna ai funzionari a riconoscere non l’odio razziale, ma il dissenso geopolitico.
La memoria dei campi non appartiene a un ministero, a un coordinatore di Palazzo Chigi, a una lobby di pressione. Appartiene a chi rifiuta che un popolo sia trattato come scarto. Usarla per mettere il bavaglio a chi grida “basta” di fronte a un’occupazione lunga decenni è una profanazione. È il contrario della lezione di Auschwitz.
Chi oggi sfila contro questo DDL non chiede il diritto di odiare gli ebrei. Chiede il diritto di chiamare colonia una colonia, segregazione una segregazione, strage una strage. Se questo è diventato “antisemitismo”, allora la parola è stata svuotata e rivenduta. Resta solo il servilismo: di un esecutivo reazionario, di una sinistra addomesticata, di un’industria della virtù che ha scambiato la giustizia con la disciplina.
Non è memoria. È disciplina coloniale con etichetta umanitaria. E chi la vota sa esattamente cosa sta facendo.
Il PD non è un partito progressista che ha un’opinione su Israele. È un partito sionista. Non per folklore o simpatia occasionale: per scelta strutturale. Ogni volta che Gaza viene rasa al suolo torna la stessa liturgia: condanna di Hamas, memoria del 7 ottobre, formula dei «due popoli, due Stati». Poi si ferma. Sempre lì. Perché oltre quella soglia c’è il tabù: lo Stato ebraico come progetto etnico-coloniale non si tocca.
Chiamano «diritto all’esistenza» ciò che in qualsiasi altro teatro chiamerebbero privilegio protetto dalle armi. Accettano che un popolo resti sotto occupazione militare da decenni, purché resti intatto il mito fondativo. Non è diplomazia. È teologia politica. Usano la memoria della Shoah come scudo immunitario: non per onorare i morti, ma per coprire i vivi. Chi critica l’occupazione diventa «ambiguo»; chi conta i bambini sotto le macerie viene sospettato di odio. Il ricatto morale è il loro strumento più raffinato.
Schlein può tuonare contro Netanyahu, chiedere sanzioni, embargo, riconoscimento. Finché resta dentro il recinto — Israele come Stato ebraico con diritto permanente sulla terra — è rumore consentito. Il sistema assorbe la critica al governo e protegge il progetto. Il PD non ha mai detto la frase vietata: lo Stato costruito sullo spossessamento non è normale. Non ha mai trattato i coloni come coloni, l’assedio come assedio. Ha trattato il diritto internazionale come optional quando il destinatario è quello «giusto».
Ripetono «due Stati» come se i fatti sul terreno non avessero già sepolto quella formula. Insediamenti, checkpoint, muri, strade separate non sono incidenti: sono il programma. Il «due Stati» del PD è l’alibi elegante dell’annessione lenta. Hanno paura della piazza, non della verità. Paura di rompere con Washington, con i media amici, con quella parte di elettorato che considera Israele intoccabile. Allora distinguono: il governo è cattivo, lo Stato è sacro. Salvano l’ideologia e sacrificano i corpi.
Un partito che chiama «complessità» ciò che è dominio e «equilibrio» ciò che è impunità non è neutrale. È parte dell’apparato. Il PD è sionista perché ha scelto di esserlo. E lo resterà finché gli converrà fingere il contrario.
Questo è anche il presidente della Commissione Istruzione della Parlamento israeliano Knesset Tzvi Sukkot che distrugge bandiera e targa con la Palestina storica davanti alla scuola Dar Al-Aytam Al-Islamiyya a Gerusalemme est.
#IsraelTerroristEntity
Normally we shouldn’t enjoy the death of any human being. But if it is gay Zionist russophobic terrorist warmonger neocon? Does the same moral law apply in this case? Just wondering….
Conservo un archivio di notizie e video dalla Palestina da oltre vent'anni ma, giuro, questo video appena ricevuto è il più assurdo di tutti.
Le due colone nel video sono attiviste di "Hashomer Yosh".
(Per chi non conoscesse gli attivisti fascio-messianici di Hashomer Yosh basterebbe dire che sono stati sanzionati persino dal governo complice USA).
Ogni giorno, ogni fottuto giorno, le due donne si svegliano all'alba, invadono un terreno di proprietà di un pastore palestinese nel villaggio di Tiran a sud di Hebron poi, muniti di altoparlante, si avvicinano alle pecore e diffondono a tutto volume musica trance tedesca per spaventarle e costringere il pastore ad abbandonare il terreno.
Ogni mattina.
Mi verrebbe quasi da ridere, se non fosse tutto così tragico immaginare le povere pecore vedersi arrivare ogni mattina queste due psicolabili con la loro musica tedesca.
Mi viene in mente quel gran genio del mio barbiere Giuseppe, detto Pino.
Pino conosce bene i suoi clienti, conosce le loro passioni, le loro fissazioni.
E tra uno shampoo e una sforbiciata, tra una pennellata e un contropelo, fa sempre una domanda ad ognuno di noi su argomenti che lui ritiene siano i nostri preferiti.
Non si intromette mai nel monologo, ci lascia parlare fino alle fine e poi ci regala una sua battuta disinteressata.
Per aver accennato una sola volta a Gaza, Pino ha deciso che il mio argomento preferito fosse la Palestina e perciò, da due anni, mi tocca rispondere ogni volta a una domanda su Gaza: "Com'è la situazione lì?".
E ogni volta Pino rimane deluso dalle mie frasi brevi e svogliate, si aspetta sempre un bel discorso come quello fatto dal cliente appassionato di moto antiche ma non può esimersi dal concedere anche a me una delle sue rinomate battute.
A nessun assiduo cliente ha mai osato negare una battuta dopo un discorso.
Una volta gli parlai della Cisgiordania e dei continui furti di case e di terre.
Pino ci pensò su un attimo, poi disse: "Noi italiani, ci lamentiamo dei nostri immigrati, e cosa dovrebbero dire i palestinesi con i loro immigrati?"
"Pino, questa battuta è stupenda" gli dissi.
"È vero, è vero" rispose entusiasta William, il suo aiutante originario del Ghana.
"Non l'ho capita", disse un pizzaiolo che aveva fatto un bellissimo discorso sul lievito madre.
Pino spiegò più volte la battuta fino a quando il pizzaiolo riuscì finalmente a capirla.
Pino è felice nel vedere i suoi clienti andare via felici.
Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, è da stamattina agli arresti domiciliari per truffa milionaria con il sistema "Scommessa Collettiva", presentato come un'opportunità di investimento sicura nel settore delle scommesse sportive. Avrebbe anche evaso il fisco per 400.000 euro