Per un motivo o per un altro, nella mia vita ho instaurato con gli ucraini dei rapporti molto belli. Dalla mia prima cotta all’età di 12 anni (ma è una storia lunga😄) alle care amicizie di qualche anno più tardi, ho imparato a conoscerli ed apprezzarne non solo la simpatia,
Aspettate che vi racconti di quando ho incontrato un no-desktop remoto.
No, non sto scherzando. Mi fece fare un intervento a distanza tramite videochiamata su Whatsapp.
Tra il "Leclerc a muro" e il replay mi sono detto che no, questa volta giustificare Charles sarebbe stato impossibile. Ma onestamente, a rivederlo, a me qualche dubbio viene.
Today, Zelenskyy, Starmer, Macron, and Merz meet in London. The format itself is worth welcoming, even if the EU has once again been left on the sidelines.
The real question is what mindset the E3 brings to the table.
Zelenskyy set the tone with his open letter to Putin. While his European partners likely share its substance, they are unlikely to be ready to openly put their signatures beneath it.
But they do see that Russia is not looking for middle ground. It is set on war. Seeking a balanced compromise with an aggressor committed to conquest is not diplomacy. It is self-deception.
The predecessors of today’s leaders understood this well.
Symbolically, eighty-five years ago, London hosted another gathering. In June 1941, representatives of fourteen Allied governments and liberation movements met there to unite against Nazism.
The final London Declaration was not about ending a war. It was about uniting those willing to win it and shape the peace that followed.
One can only hope today’s meeting is guided by the same logic.
Europe’s prosperity depends on its security. Europe’s security depends on Ukraine. It is time to turn that truth into effective policy. And fast.
Molti continuano a sostenere che la causa dell’aggressione russa all’Ucraina fosse l’espansione della NATO.
Ma la cronologia racconta anche un’altra storia.
Nel 2013 Mosca impose restrizioni commerciali, controlli doganali, divieti alle importazioni e pressioni energetiche sull’Ucraina mentre Kyiv si preparava a firmare l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea.
Oggi vediamo misure molto simili contro l’Armenia mentre Yerevan cerca di rafforzare i propri legami con l’Europa.
Il filo conduttore non è la NATO: è la difficoltà del Cremlino ad accettare che i Paesi dell’ex spazio sovietico possano scegliere autonomamente il proprio futuro politico, economico e istituzionale.
Una maggiore integrazione con l’Unione Europea significa stato di diritto, pluralismo, mercati aperti e minore dipendenza da Mosca. Ed è proprio questa perdita di influenza che il Cremlino percepisce come una minaccia.
Non temono la NATO.
Temono che i loro ex satelliti diventino democrazie europee.
La NATO è stata il pretesto.
La libertà di scelta dei popoli è il vero problema.