Ogni volta che la Russia entra in crisi sistemica, l’Occidente commette lo stesso errore. Quello di confondere il crollo dello Stato con la trasformazione della società. È accaduto nel 1917, quando la fine dell’Impero zarista non produsse una Russia democratica ma un esperimento totalitario ancora più espansivo. È accaduto nel 1991, quando la dissoluzione dell’URSS fu letta come “fine della storia”, salvo scoprire che sotto le macerie del comunismo non c’era una società civile pronta alla libertà, ma un vuoto identitario presto riempito dal revanscismo imperiale.
Oggi, mentre la guerra contro l’Ucraina consuma risorse, capitale umano e legittimità del potere russo, torna una domanda che in molti evitano per scaramanzia: che cosa farà il mondo del popolo russo, quando (non “se”) la Russia collasserà di nuovo?
Non è necessario indulgere nel wishful thinking per riconoscere che il sistema russo mostra crepe strutturali. La guerra ha accelerato dinamiche già presenti: dipendenza estrema dall’economia di guerra, deindustrializzazione mascherata da autarchia, fuga di cervelli, crollo demografico, militarizzazione della società come surrogato di consenso, repressione totale dello spazio pubblico. Il potere è sempre più personalistico, la successione opaca, le élite tenute insieme non da un progetto ma dalla paura.
Sono segnali che ricordano da vicino la fase terminale dell’URSS. Non tanto per l’imminenza cronologica del collasso, quanto per la rigidità del sistema, incapace di riformarsi senza autodistruggersi. Quando un regime può sopravvivere solo radicalizzandosi, il problema non è se cadrà, ma come e cosa lascerà dietro di sé.
Qui entra in gioco un nodo più profondo, su cui numerosi studiosi hanno insistito. Da Richard Pipes a Martin Malia, da Orlando Figes a Timothy Snyder, passando per Aleksandr Etkind e Marlene Laruelle, tutti i grandi storici e studiosi concordano sul fatto che la Russia storicamente fatica a concepirsi come Stato-nazione. La sua identità politica non nasce dal patto civico, ma dall’espansione territoriale. Quando smette di crescere, implode.
Non è un caso che Putin, nel suo saggio del 2021 sull’“unità storica” di russi e ucraini, non parli mai di cittadinanza, diritti o confini legittimi, ma solo di spazio, destino e subordinazione. È la prosecuzione di una tradizione che attraversa zarismo, bolscevismo e putinismo: cambiano i simboli, resta l’idea che senza impero la Russia non sia nulla, o peggio, non sia legittima.
Il breve esperimento di libertà degli anni ’90 lo dimostra in modo brutale. Le libertà civili furono percepite non come strumenti di emancipazione, ma come caos. Il pluralismo come umiliazione. La responsabilità individuale come abbandono. In assenza di istituzioni solide e di una memoria democratica, la libertà venne associata alla miseria, mentre l’autoritarismo tornò a essere sinonimo di ordine.
Spesso si invoca la Germania post-hitleriana come modello: denazificazione, rieducazione civica, integrazione europea. Ma il paragone regge solo fino a un certo punto. La Germania fu sconfitta militarmente, occupata, divisa, privata della capacità di raccontarsi come vittima. L’ideologia nazista venne delegittimata in modo totale e irrevocabile, anche grazie alla scoperta pubblica e innegabile dei suoi crimini.
La Russia, al contrario, ha sempre evitato una vera resa dei conti con il proprio passato. Lo stalinismo non è mai stato davvero processato, l’impero sovietico viene rimpianto, la Seconda guerra mondiale è diventata una religione civile che giustifica tutto. Nella retorica putiniana la guerra in Ucraina ne è in fondo una sorta di riedizione, al punto di rendere giustificabile ogni efferatezza. Senza una sconfitta chiara, senza una rottura simbolica, il mito imperiale russo sopravvive a ogni regime.
Pensare di “rieducare” la Russia senza smantellare questo mito equivale a ristrutturare una casa lasciando intatte le fondamenta marce.
La domanda scomoda, ma inevitabile è dunque se sia possibile una “civilizzazione” del popolo russo. E nell’aprire questa riflessione bisogna evitare sia il razzismo culturale sia l’ingenuità liberal. Non esiste alcuna predisposizione genetica all’autoritarismo, ma esistono tradizioni politiche, traumi storici non elaborati e narrazioni collettive tossiche che, se non affrontate, si riproducono.
Una Russia post-collasso potrebbe imboccare due strade. La prima è quella già vista: vittimismo, revanscismo, ricerca del nuovo uomo forte che prometta di “rialzare la testa”. In questo caso, l’Occidente comprerebbe forse vent’anni di tregua, prima che l’orso – ferito ma non addomesticato – esca di nuovo dal letargo.
La seconda strada è più difficile e richiede condizioni drastiche: perdita irreversibile dello status imperiale, decentralizzazione reale, apertura degli archivi, fine del culto della guerra, smilitarizzazione dell’identità nazionale, integrazione condizionata e non gratuita nel sistema internazionale. In altre parole: non solo un cambio di regime, ma un cambio di paradigma.
Il nodo, alla fine, è semplice e inquietante: il problema non è solo Putin, ma ciò che viene dopo Putin. Se il mondo continuerà a trattare la Russia come una potenza “naturalmente” destinata a essere imperiale, continuerà a produrre mostri. Se invece accetterà che una Russia post-imperiale sarà più piccola, più frustrata e inizialmente più instabile, ma potenzialmente meno pericolosa, allora forse il ciclo potrà spezzarsi.
Non è certo una promessa di pace eterna. Ma è una scommessa sulla storia. L’alternativa è continuare a illuderci che ogni collasso russo sia l’ultimo, salvo scoprire, puntualmente, che l’orso non è mai stato curato: solo sedato. E prima o poi, si sa, si sveglia.
Certo se ci pensate Salvini è davvero fantastico.
Protestava per l'aumento delle accise sul carburante e per l'aumento dei pedaggi autostradali, mentre al contempo si opponeva strenuamente alla costruzione del ponte sullo stretto.
E oggi con l'approvazione la legge di bilancio la Lega aumenta le accise sul carburante e i pedaggi autostradali, incassando miliardi da mettere per costruire il ponte sullo stretto.
Sono unici.
Salvini è unico.
Ma più unico è chi ancora lo vota.
Putin: "Dopo il crollo dell'URSS, pensavamo di unirci rapidamente all'Europa, alla cosiddetta famiglia dei paesi dell'Occidente civilizzato. Oggi si scopre che lì non c'è civiltà, solo degrado."
Russia - il baluardo della civiltà occidentale:
- Secondo tasso di divorzio più alto
- Il secondo tasso di suicidi più alto in Europa
- 500.000 aborti all'anno
- La più alta percentuale di infezioni da HIV in Europa
- Il paese più corrotto d'Europa
- 35 milioni di cittadini non hanno un bagno in casa
- 30 milioni di cittadini senza accesso all'acqua corrente
- Secondo tasso di alcolismo più alto in Europa (quasi il 5% della popolazione nel 2021)
- L'indice di libertà economica di Heritage è inferiore a quello, ad esempio, di Nigeria, Bangladesh, Ruanda o Cambogia
- Solo la Bielorussia ha indicatori di democrazia peggiori in Europa
- Freedom House Index (diritti politici + libertà civili) - uno dei più bassi al mondo
- Bloccati Facebook, Instagram, X, Snapchat, WhatsApp, Discord, Roblox (per "propaganda LGBT"), LinkedIn e da marzo 2026 anche YouTube
- Una delle aspettative di vita maschile più basse in Europa
- É il paese che più volte ha minacciato l’Europa
- Da quando Putin é al potere, ha fatto in media una guerra ogni anno e mezzo
E un fatto interessante: la più grande popolazione musulmana in Europa non si trova in nessun "Califfato di Francia", "Emirato di Svezia" o "Sultanato di Germania", bensì nell'ultracristiana difensore dei valori conservatori, la Madre Russia.
Grazie per l'attenzione.
#russiaisaterrorisstate #PutinWarCriminal #Ucraina #ukraine #StandWithUkraine️
Elsa Fornero su Salvini "ignorante e in malafede...non è possibile che abbia conoscenza del sistema pensionistico che è complesso...
squadrista quando andò sotto casa di mia mamma...ora farà lo stesso con quella di Meloni?"
game set match
#Salvini#Fornero#pensioni#18dicembre
A distanza di anni, sul tema pensioni possiamo dirlo: la Fornero aveva ragione.
Attaccata, insultata, usata come capro espiatorio da una politica incapace di guardare oltre il consenso immediato.
Impopolare forse, ma una delle poche vere patriote di questo Paese.
Grazie davvero
Domanda: come mai la sugar tax e la plastic tax vengono sempre rinviate e mai cancellate?
Semplice: servono le loro entrate (finte) nei tendenziali.
E, invece, avremmo davvero bisogno di conti trasparenti e semplici
Al Presidente Putin viene chiesto:
"Perché gli Stati Uniti possono acquistare uranio russo ma vietare ad altri di acquistare energia russa?"
E Vladimir risponde con la sua ironia sottile e intelligente, utilizzando una frase latina:
"Quod licet Iovi, non licet bovi",
"Ciò che è lecito a Giove non è lecito al bove".
Anche stamattina @marcotravaglio adempie al suo dovere di propagandista, ripetendo disciplinatamente una delle menzogne a lui più care, più volte ribadita e “spammata” in editoriali ed interviste. Una delle tante che stranamente penalizzano SEMPRE l’Ucraina. Per la serie, “anche oggi la Russia la condanniamo domani”.
Con la consueta disonestà intellettuale, il direttore della Pravda racconta che Zelensky avrebbe dichiarato lo scorso dicembre di non poter recuperare i territori persi. Si tratta però di una patetica manipolazione delle dichiarazioni reali, ottenuta attraverso il solito ritaglio a piacere delle parole effettivamente dette dal Presidente ucraino. Una tecnica che il nostro continua imperterrito ad applicare, nonostante già nel 2017 la Corte Europea dei Diritti Umani, nel confermare la condanna per diffamazione contro Cesare Previti, gli avesse fatto notare, nemmeno troppo sommessamente, che un simile approccio è “fuorviante”.
In questo caso, Travaglio fa riferimento a delle dichiarazioni rese da Zelensky a Le Parisien nel dicembre 2024. Per dimostrare la totale malafede del personaggio cito il testo originale della risposta trascritta in francese, data a Julie, una lettrice che aveva partecipato alla videoconferenza durante la quale erano state poste domande a Zelensky. Il quesito in particolare riguardava i compromessi che l’Ucraina sarebbe stata disposta a raggiungere con la Russia. A seguire propongo anche la relativa traduzione.
“Nous ne pouvons pas renoncer à nos territoires. C’est la Constitution ukrainienne qui nous l’interdit. De facto, ces territoires sont aujourd’hui contrôlés par les Russes. Nous n’avons pas la force pour les regagner. Nous ne pouvons que compter sur la pression diplomatique de la communauté internationale pour forcer Poutine à se mettre à la table des négociations.”
Tradotto in italiano suona così: "Non possiamo rinunciare ai nostri territori. La Costituzione ucraina ce lo proibisce. Questi territori sono ora di fatto controllati dai russi. Non abbiamo la forza di riconquistarli. Possiamo solo contare sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo dei negoziati."
Cosa non sia chiaro nella frase “Non possiamo rinunciare ai nostri territori” lo sa solo Travaglio. Quello che sappiamo noi è che l’ha omessa perché la parte successiva apparisse una rinuncia, mentre si tratta di una presa d’atto del fatto di non poterci riuscire con mezzi militari, ma di contare al contempo sulla “pressione diplomatica della comunità internazionale”.
Come sempre, pezzi come questo sono perfetti per sfamare il suo gregge di lettori ideologizzati ed educati alla divulgazione acritica di idiozie create su commissione. E alla fine potrebbe persino convincere altri, se solo non ci fosse la realtà.
L’incursione di droni russi in territorio polacco, checché ne dica Rutte, ha messo in luce tutta la nostra impreparazione rispetto alle modalità con le quali la guerra si svolge oggi.
Contro 20 droni da 10.000 euro l’uno abbiamo speso milioni per far levare in volo aerei che costano miliardi, i quali ne hanno comunque abbattuti solo una piccola parte. Cosa faremmo se nei nostri cieli entrassero 800 shahed e geran, come avvenuto sere fa in Ucraina? O anche solo 400 come lì succede a giorni alterni?
Ci siamo dotati di super aerei americani, super carri armati tedeschi e tanti altri costosi giocattoli, sicuramente utili ad affrontare un’invasione, che è tuttavia la parte novecentesca di un eventuale conflitto, ma che sarebbero per questo i primi bersagli di un eventuale attacco combinato di missili e droni che la Russia può produrre ed accumulare in una sola settimana. Le nostre città (così come ad esempio anche le nostre industrie del comparto bellico) non sono protette, non abbiamo contraerea, siamo privi di strumenti di reazione, e soprattutto non abbiamo al momento né la capacità produttiva né il know how dal punto di vista tecnologico per dotarci di quegli strumenti.
Ci illudiamo che per salvarci basti avere un esercito, sebbene i nostri soldati la guerra l’abbiano fatta solo con i simulatori e nelle esercitazioni e nessuno sa se sarebbero in grado di sopportare psicologicamente le atrocità di un vero scontro con bombe, granate, colpi di artiglieria, una volta sul campo.
Continuo a dire che la strategia di tenere l’Ucraina fuori dalla NATO, invece di supplicarla di condividere oggi stesso con noi esperienza e tecnologie che da soli svilupperemmo forse in vent’anni, sia così miope da risultare dolosa. Così come lo è scendere in piazza contro il riarmo, nonostante la minaccia russa cresca di giorno in giorno e le sue aggressioni si facciano ogni volta più audaci, quando dovremmo semmai investire adesso nella stessa Ucraina per produrre attrezzature al passo coi tempi, sistemi meccanizzati per la protezione dei cieli, per attrezzature dotate di intelligenza artificiale che salvino vite umane, ed altro ancora a costi infinitamente più bassi e tempi assai più rapidi rispetto agli standard europei.
La guerra ibrida per instillare paure e divisioni nelle opinioni pubbliche, oltre che per assoldare politici cui si offre quell’elettorato con tanto di supporto della propaganda, sta funzionando. Perché tanto è bastato finora a rendere i nostri governi titubanti e incerti.
La verità è che siamo impreparati innanzitutto politicamente ad un confronto diretto con la massa di autocrazie che minacciano il nostro modello di vita. Perché continuiamo ad essere rappresentati da parolai che - quando non sono collusi - si lanciano in roboanti dichiarazioni in difesa dei valori democratici, ma che all’atto pratico preferiscono tenersi quei quattro voti, piuttosto che pronunciare la parola “guerra”. Per non dover dire agli elettori che quella sul piano militare è dietro l’angolo, visto che puntualmente segue quella cognitiva e psicologica. Che in un paese come il nostro in cui le tv pullulano già di Travaglio, Orsini, Di Cesare e Cacciari, mentre nelle piazze per Gaza le bandiere ucraine non vengono nemmeno ammesse, si può dire ormai praticamente conclusa con successo.
Sessant’anni di menzogne ripetute fino allo sfinimento, come una cantilena che non vuole morire: “è stata la sinistra a distruggere l’Italia”. Una favola utile alla destra per coprire la verità. Basta leggere i numeri, perché i numeri sono impietosi, urlano l’opposto.
Dal 1963 al 2023 i governi di centrosinistra hanno avuto appena tredici anni e sei mesi di responsabilità. Tredici anni e mezzo su sessanta. Meno di un quarto di secolo. Tutto il resto, quarantasei anni e mezzo, nelle mani della destra, nelle sue infinite mutazioni: la Democrazia Cristiana che ha occupato il potere ininterrottamente per decenni, i governi berlusconiani con la loro sequenza di scandali, condoni, leggi cucite su misura per i potenti, le coalizioni di destra-centro che hanno blindato privilegi e corruzione, fino all’attuale governo Meloni. Sempre loro, sempre gli stessi.
Negli ultimi venticinque anni la misura è ancora più spietata. Sei anni appena di centrosinistra vero: il Prodi II tra il 2006 e il 2008, il Letta tra il 2013 e il 2014, il Renzi tra il 2014 e il 2016, il Gentiloni tra il 2016 e il 2018, il Conte II tra il 2019 e il 2021. Sei anni su venticinque. Tutto il resto dominato da Berlusconi, dai suoi ministri, dal Conte I con la Lega, dall’attuale governo Meloni, e da quei commissariamenti che si chiamano governi Monti e Draghi. È necessario ribadirlo: i governi tecnici non sono governi di sinistra. Sono interventi di emergenza, sostenuti da maggioranze trasversali, con la destra sempre presente a dettare condizioni. Spacciarli come governi progressisti è un imbroglio, un insulto all’intelligenza.
E guardiamo l’ultimo decennio, dal 2011 al 2023: il centrosinistra compare appena come una nota a margine, al massimo un 13 per cento del tempo con Gentiloni, che sale a un misero 27 per cento se si include Conte II, un governo nato dalla necessità, fragile e tutt’altro che un’espressione di centrosinistra. Il resto, tutto appannaggio della destra.
E in mezzo, il marchio indelebile di Berlusconi. Più di vent’anni di dominio, sempre lui, sempre con gli stessi ministri, un carosello infinito che non cambiava mai lo spartito. Leggi ad personam per salvarsi dai processi, protezioni per corrotti e corruttori, condoni edilizi e fiscali, intrecci torbidi con la criminalità organizzata. Un ventennio che ha devastato l’Italia, l’ha spogliata di dignità e risorse, e i cui effetti velenosi continuano a pesare oggi.
Se la sanità pubblica è ridotta a un relitto, con ospedali chiusi, reparti fatiscenti, cittadini costretti a rivolgersi al privato, non è opera della sinistra. Se la scuola è impoverita, se insegnanti e studenti vivono nell’abbandono, non è opera della sinistra. Se i ponti crollano, se le strade sono trappole mortali, se le infrastrutture marciscono, la responsabilità non è della sinistra. Se l’evasione fiscale è endemica, se la corruzione erode ogni ricchezza, se la criminalità organizzata ingrassa indisturbata, la colpa è di chi ha governato sempre, cioè la destra, che quei mali non solo non li ha combattuti, ma li ha coltivati.
Dare la colpa alla sinistra è la menzogna che la destra ripete per non guardarsi allo specchio. Ma i dati sono pietra: tredici anni e mezzo di centrosinistra contro quarantasei e mezzo di governi di destra. Sei anni su venticinque. Una frazione ridicola degli ultimi dieci. L’Italia è stata governata quasi sempre dalla destra, e i guasti che oggi soffriamo sono il frutto diretto delle sue scelte.
La metà degli italiani non vota più. E no, non è protesta. È che non gliene frega un cazzo. E peggio ancora, non se ne vergognano.
Vivono nel proprio piccolo regno di abitudini, dove nulla entra e nulla esce, dove tutto si tiene purché nessuno chieda loro di alzare la testa, di leggere, di capire, di prendere parte. Non è solo apatia. È ignavia. È l’assenza di qualsiasi senso del dovere. È il rifiuto anche solo di guardare in faccia la realtà, purché la domenica ci sia la Serie A e il sabato la spesa all’outlet.
Ignavi. Quelli che non scelgono non per paura, non per delusione, ma perché non gli interessa niente e nessuno.
Non scelgono perché non sentono più il bisogno di distinguere il giusto dallo sbagliato, purché la bolletta non dia fastidio e il cellulare abbia campo.
E allora meglio niente. Meglio il silenzio. Meglio il divano.
Meglio far finta che la politica sia lontana.
Ma la politica non è lontana.
La politica vi ha già tolto la sanità, la scuola, i contratti stabili, le pensioni dignitose.
Vi ha svuotato il frigo e riempito le strade di precari.
Vi ha regalato Santanché, La Russa, Rampelli, Lollobrigida, Valditara.
Vi ha tolto i diritti e vi ha venduto la retorica del decoro, della sicurezza, della famiglia come giustificazione per ogni porcata.
E voi?
Zitti.
Fermi.
A guardare.
Parlate di rivoluzione, qualcuno. Ma quale rivoluzione?
Voi non fate nemmeno il gesto più semplice, più minimo, più gratuito: andare a votare.
Parlate di sistema corrotto, ma non vi prendete nemmeno il disturbo di scegliere chi prova a cambiarlo.
Avete scambiato la critica per cinismo, e il cinismo per intelligenza.
Ma è solo codardia.
È solo disimpegno.
È indifferenza mascherata da profondità.
E mentre voi vi fate i cazzi vostri, le destre si organizzano, si mobilitano, si spartiscono tutto.
Dalla RAI al CSM.
Dai fondi del PNRR agli incarichi negli enti pubblici.
Le poltrone, le aziende, i media, perfino i manuali scolastici.
Prendono tutto.
Perché voi non ci siete. Perché non vi interessa esserci.
E non dite che non si può fare nulla.
Non dite che “tanto sono tutti uguali”.
Chi non va a votare è colpevole quanto chi vota fascista.
Anzi no, peggio. Perché chi vota ha almeno scelto, ha almeno combattuto, anche se dalla parte sbagliata.
Voi no. Voi non avete lasciato il campo: non ci siete mai entrati.
Avete spento la luce e vi siete chiusi in camera, a guardare i TikTok dei balletti.
E lo capisco, in parte.
Lo capisco perché anche io, a volte, ho pensato che fosse tutto inutile.
Ma la differenza è che io ci torno, in cabina.
Perché mollare vuol dire consegnarsi.
E consegnarsi, oggi, vuol dire mettere il proprio silenzio al servizio del potere.
Il fascismo non ha più bisogno di fare paura.
Non gli serve più. Gli basta aspettare che ve ne freghiate.
Non è la politica che vi ha abbandonato.
È che voi, della politica, non avete mai voluto sapere nulla.
E ora vi fa comodo dire che non serve.
La democrazia non muore con un colpo di Stato.
Muore a forza di “tanto non cambia niente”.
Muore di ignavia, di menefreghismo, di diserzione civile.
Muore mentre vi distraete.
Così muore un Paese.
Non tra le bombe. Ma nel vuoto lasciato da chi non c’è.
@alexiafontana La vera domanda è: è la NATO che ha esteso la sua influenza o sono i paesi dell'est Europa che da Putin in poi (1999) sono fuggiti verso ovest vedendo in Putin stesso e nelle sue riforme una minaccia? Nel 2023 alla Finlandia hanno puntato una pistola per aderire alla NATO?
Travaglio passato al vaglio. Una documentata smentita delle sue infernali menzogne sul fallimento degli accordi RussoUcraini che sarebbero stati raggiunti nel marzo 2022 se non fosse intervenuto Boris Johnson.
Sarò esagerato, ma l'errore da matita blu che ha fatto ieri Giorgia Meloni è qualcosa di davvero sconvolgente, poiché uscito dalla bocca di chi sta guidando il Paese - e infatti anche Giorgetti ha scosso la testa disperato.
Meloni ha infatti affermato che lo spread oggi è calato così tanto da poter dire che i nostri BTP sono "più sicuri di quelli tedeschi", rivendicandone il merito.
Si tratta di un'oscenità tecnica mostruosa, gravissima perché rileva che la Presidente del Consiglio non ha la minima competenza in materia finanziaria.
Lo spread oggi è attorno ai 100 punti, e ciò significa che comunque gli investitori richiedono rendimenti maggiori dei titoli italiani per acquistarli al posto dei bund tedeschi. Nello specifico oggi richiedono un rendimento maggiore dell'1%, che è molto (e più di altri: per un titolo francese o spagnolo richiedono 0,60/0,70%).
Se i titoli italiani fossero considerati "più sicuri" di quelli tedeschi, lo spread sarebbe inverso. Ma così non è.
Secondariamente poi, forse per ignoranza o malafede (ma a questo punto propendo più per la prima), Meloni rivendica un effettivo abbassamento dello spread, che però non è merito suo. Il "merito" va a dinamiche globali: una situazione più tranquilla su tema dazi, ombre (ripeto: ombre) di pace e il fatto che la Germania intenda letteralmente spendere l'ira di Dio sul riarmo, aumentando il proprio debito pubblico con nuove, immense emissioni di bund, la cui aspettativa ha fatto abbassare i prezzi di quelli già in circolazione e quindi lo spread.
Il Governo italiano non ha merito, se non in minimissima parte, davvero infinitesimale rispetto alle altre dinamiche.
Rimane quindi una enorme perplessità sul fatto che chi sta guidando l'Italia non abbia oggi idea di come funzionino l'economia e la finanza.