Dopo trent'anni di propaganda europeista basata su menzogne e autorazzismo, gli italiani a destra pensano che il problema sia l'eccesso di spesa pubblica e quelli a sinistra che sia l'evasione.
Poi Draghi ammette candidamente il taglio del salari per competere nella fottuta eurozona e la cosa passa in sordina.
Le scorie mentali dell'adesione allo straccio blu saranno le più difficili da smaltire.
Il debito pubblico non è nato da un peccato. È nato da una scelta politica precisa.
Ci raccontano che negli anni '80 avremmo vissuto "al di sopra delle nostre possibilità", che il debito è colpa dei nostri nonni, della spesa allegra, degli sprechi.
Al di là degli aneddoti, i dati dicono altro.
Tra il 1978 e il 1981 l'Italia attraversa quattro passaggi che cambiano la sua Costituzione economica: il Piano Pandolfi, l'adesione al Sistema monetario europeo, la sconfitta sindacale, il divorzio Banca d'Italia-Tesoro.
Da lì in poi lo Stato smette di controllare il costo del proprio debito. I tassi reali diventano positivi e restano alti per tutto il decennio. La spesa sociale resta stabile — quello che esplode sono gli interessi, mantenuti alti per farci rimanere in una folle integrazione monetaria europea.
Non fu sperpero. L'aumento del debito fu causato da una decisione politica: la volontà di rimanere a tutti i costi in un regime monetario sbagliato, che favoriva i paesi con valute forti come la Germania.
Oggi, la falsa narrazione sul debito è diventata il guardiano della conservazione: non ci "meriteremmo" la politica a causa dei nostri "peccati".
Se capiamo la storia, fuori dalla propaganda, possiamo riacquisire la libertà della politica, e pensare a un cambiamento radicale dell'ordine economico, politico e geopolitico dell'Italia e dell'Europa.
Progetto creativo di @LucaDomCos
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È spaventosa la quantità di denaro che Bruxelles sta mettendo per alimentare la propaganda europeista sui social. Una valanga di spazzatura composta da immagini, video e post in cui si esalta lo straccio blu. Devono essere messi davvero male se hanno bisogno di spingere questa roba.
Il ministro delle finanze tedesco si è lamentato della guerra di Trump all'Iran, dicendo che quest'ultima va a influire negativamente sull'economia tedesca. Tutto giusto, ma allora cosa dire della guerra in Ucraina? Quella invece, che ha gettato la Germania nella recessione economica, va bene? Perché i tedeschi hanno taciuto dopo l'attentato al North Stream 2? Perché Berlino è la più fanatica sostenitrice dell'invio di armi e denaro a Kiev?
Germania sempre più ridicola, con la sua ossessione di andarsi sempre a schiantare portandosi dietro mezza Europa. Ah, se Druso non fosse caduto da cavallo...
Il #21Aprile deve tornare festa nazionale. Il legame tra Roma e l'Italia è indissolubile. Riscoprire le nostre radici è vitale se vogliamo sopravvivere. E non è un caso se questo processo è osteggiato e demonizzato dai peggiori nemici della sovranità nazionale.
Già so che non lo faranno perché "Oddio oddio IL COLLE! accontentiamolo, tanto è solo una norma minimale in rapporto al resto" ma se MATTARELLA si rifiutasse di firmare il decreto sicurezza per quanto mi riguarda sarebbe da rimandarglielo PARO PARO ex articolo 74 Costituzione.
L’Iran oggi ha annunciato nuovamente la chiusura dello stretto di Hormuz.
Dopo la “riapertura “completa” del 17 aprile (legata alla tregua in Libano) e il conseguente passaggio di una decina di navi nelle scorse ore, le Forze Armate iraniane hanno dichiarato il blocco nuovamente in vigore, accusando gli USA di “pirateria” a causa del mantenimento del blocco navale sui porti e sulle navi iraniane.
Di conseguenza, le navi commerciali stanno invertendo la rotta e il traffico marittimo è di nuovo bloccato o fortemente congestionato.
Teheran ha avvertito che lo stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non disporrà la rimozione del blocco navale sui porti del paese.
L’altro fronte è relativo alla tregua in Libano
La cessazione delle ostilità di 10 giorni (annunciata da Trump, in vigore dal 17 aprile) tiene per ora, con migliaia di sfollati che rientrano al sud.
Hezbollah mantiene una “cauta adesione” ma non è firmatario formale; Beirut accusa Israele di violazioni; Israele resta in zona di sicurezza.
In sintesi, cessate il fuoco dall’equilibrio fragile ma che ancora tiene, almeno formalmente.
Ma ovviamente tutta l’attenzione è rivolta ai negoziati USA-Iran
La mediazione pakistana è ancora attiva, ma al momento non è previsto nessun nuovo round negoziale e, dunque, nessuna intesa sostanziale.
La distanza principale è sul nucleare e sull’uranio arricchito dell’Iran, nonostante l’ipotesi ventilata ieri di uno scambio tra l’uranio e i $20 miliardi di asset iraniani attualmente congelati dalle sanzioni.
In tutto questo, la scadenza della tregua USA-Iran si avvicina (22 aprile), con Trump che parla di “deal possibile” e Teheran che smentisce concessioni e ribadisce che tutto resta condizionato alla reale volontà di USA e Israele di porre fine al conflitto in modo duraturo.
Saranno giornate estremamente tese e, dal punto di vista dei mercati, molto volatili.
La Meloni si smarca da Trump solo per gettarsi ancora più in braccio all'UE. Niente, non ce la fanno, i nostri politicanti non riescono nemmeno a immaginare un'Italia che prenda una strada propria. Da noi l'interesse nazionale è tabù.
Persino quegli stronzi del The Economist si chiedono perché l'Italia agisca nel mondo come se fosse un minuscolo e insignificante paese, nonostante il potenziale strategico e il peso economico ancora rilevante.
Viene citata la "sindrome di Calimero", con cui la nostra nazione finisce per tenere un piede in due scarpe pur di non fare mai una scelta. Poi nell'articolo viene anche fatto un minestrone storico (l'ho già detto che quelli del The Economist sono degli stronzi?), ma la domanda di fondo è sacrosanta.
Il problema, come vado ripetendo da tempo, non è strutturale: è mentale. Se non si aggredisce quello, il resto non può sbloccarsi.
🇺🇸⚡🇮🇷 Le implicazioni fisiche di un tentativo degli Stati Uniti di bloccare tutto il traffico marittimo da e verso i porti iraniani sono immense. Ancora una volta, Donald Trump ha sottovalutato la volontà e le capacità iraniane di resistere.
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Secondo molti analisti, la metà di aprile rappresenta l’inflection point in cui la situazione potrebbe trasformarsi da uno shock petrolifero di grande portata ma gestibile, in uno ben più dirompente.
Se la prossima settimana l'Iran dovesse avviare negoziati, è probabile che il prezzo del petrolio scenda bruscamente e che il mercato rialzista riprenda slancio.
Ciò ha un impatto tattico significativo, anche se lo scenario di base prevede che i colloqui falliscano, portando a una nuova escalation nel corso dell'anno.
A questo punto, non si tratta più solo di petrolio, ma di uno shock che il mercato continua a considerare temporaneo, nonostante la volatilità, i flussi e le tensioni nel settore marittimo indichino che si sta trasformando in qualcosa di molto più persistente.
Il mercato è ancora posizionato per uno shock che si attenua, non per uno che si protrae nel tempo.
Ed è qui che a mio avviso risiede il rischio principale.
Guerra in Medio Oriente: giorno 18
La dimensione marittima della guerra si sta evolvendo verso una fase più acuta. Alcune fonti suggeriscono che Israele potrebbe unirsi agli Stati Uniti nell'espansione delle operazioni intorno allo Stretto di Hormuz, mentre analisti iraniani iniziano a parlare di chiusura totale, qualora la pressione si intensificasse.
In tale ambito, gli attacchi USA si stanno concentrando sul deterioramento delle capacità di disturbo marittimo dell'Iran. Il CENTCOM ha confermato l'uso di munizioni pesanti anti-bunker contro le postazioni missilistiche antinave iraniane vicino Hormuz, sottolineando gli sforzi per riaprire la navigazione con la forza.
L'Iran dal canto suo segnala che l'escalation potrebbe estendersi ad altri punti strategici. Gli Houthi rimangono un fronte secondario pronto, con la possibilità di colpire il traffico marittimo a Bab el-Mandeb se la pressione su Hormuz aumenta, costringendo gli Stati Uniti a operare su più fronti.
Nel frattempo, continuano gli attacchi contro gli stati del Golfo, con gli Emirati Arabi Uniti che hanno subito una delle ondate più pesanti dall’inizio del conflitto.
Ciò aumenta il rischio di un confronto più aspro tra Iran e i paesi del Golfo, anche a causa delle preoccupazioni iraniane sulle potenziali ambizioni riguardo alle isole contese nel Golfo Persico, suggerendo che questo fronte potrebbe ulteriormente inasprirsi.
L'Iran ha inoltre esteso i suoi avvertimenti anche a Giordania e Azerbaigian, affermando che chiunque agevolasse le operazioni della coalizione sarà considerato un obiettivo legittimo.
Sull’altro fronte, le operazioni israeliane sono sempre più concentrate sulle strutture di sicurezza interna; ciò suggerisce uno sforzo per indebolire l'apparato di controllo interno del regime oltre che le sue capacità militari.
Ciò aumenta i timori iraniani di una destabilizzazione interna, con le autorità che intensificano la repressione e le restrizioni alle comunicazioni, incoraggiando al contempo la mobilitazione pubblica per scoraggiare i disordini.
La dimensione della sicurezza interna si sta facendo più acuta in seguito alle notizie di uccisioni mirate di figure di alto livello, tra cui Larijani e Soleimani.
In tale ambito, la risposta militare non si è fatta attendere: la scorsa notte si sono registrati attacchi su Israele con missili di ultima generazione in grado di eludere agevolmente gli intercettori (video in basso).
Nel frattempo, si registrano attacchi contro siti diplomatici e militari statunitensi in Iraq, in un ciclo di escalation che trascina l'Iraq sempre più nel conflitto.
Sul fronte marittimo la situazione è in continua evoluzione. Il traffico rimane per lo più interrotto, anche se si registrano esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina.
Allo stesso tempo, Teheran è sempre più esplicita sulle sue condizioni per porre fine alla guerra: risarcimenti, revoca delle sanzioni e fine delle operazioni contro i suoi alleati regionali, incluso Hezbollah.
Questo approccio è rafforzato dai modelli emergenti di accordi bilaterali. Paesi come l'India e la Turchia stanno negoziando direttamente con l'Iran l'accesso allo stretto, il che suggerisce i primi contorni di un ordine marittimo più frammentato e transazionale.
E le notizie di tensioni interne a Washington e le pressioni politiche su Trump vengono interpretate come segnali che la strategia iraniana sta funzionando.
A tal proposito, ieri si sono registrate le dimissioni del capo del Centro nazionale antiterrorismo, che senza mezzi termini ha accusato l’amministrazione Trump di aver seguito acriticamente Israele nell’attacco all’Iran, senza che in realtà ci fosse alcuna minaccia alla sicurezza americana.
Nel complesso dunque, la strategia delle parti in causa è chiara: l'Iran utilizza lo Stretto di Hormuz come leva, mentre Stati Uniti e Israele si preparano a contrastare questa strategia in modo più diretto ed energico, nel tentativo di riaprire le rotte marittime.
La cosa più infame dell’articolo di Giavazzi non è l’errore senile, ma il fatto che lui che ci aveva decantato i meriti del “legarsi le mani” alla BCE per non abbandonarsi alla svalutazione della lira (quando era una rivalutazione del marco) ora invochi una svalutazione competitiva dell’euro, chiamandola pudicamente “deprezzamento”. Vergogna! Avete distrutto interi distretti industriali per la vostra follia ideologica, che precludeva l’uso del tasso di cambio, e ora improvvisamente il tasso di cambio ridiventa uno strumento ammissibile per salvare la decotta industria tedesca e il sistema di potere marcio e inefficiente che ha messo su a Bruxelles!?
Non ho parole… o meglio: è meglio che non le dica!
Il patto sociale è rotto. Fino a vent’anni fa, il sistema si reggeva su premesse precise:
La prospettiva di un reddito crescente nel tempo, la remunerazione del risparmio e un accesso sostenibile alla proprietà immobiliare.
Soprattutto, esisteva un equilibrio tra pressione fiscale e servizi erogati.
Oggi quella normalità è venuta meno. Il lavoro non garantisce più una progressione reale, il risparmio fatica a preservare il proprio potere d’acquisto e l’acquisto della casa è diventato, per molti, un vincolo finanziario trentennale.
Con gli asset finanziari che sono rimasti l’unico ascensore sociale.
Siamo di fronte a un cambiamento strutturale che richiede una riflessione profonda sulle attuali dinamiche economiche e sociali.
Qual è il vostro pensiero su questa situazione?
#Economia #Finance #Investing
L'intelligenza artificiale rischia di innescare ondate di licenziamenti di massa.
Come si convinceranno le persone che questo non è un male, bensì il percorso inevitabile del progresso?
#AI#IntelligenzaArtificiale#FutureOfWork