Questa è tosta. È difficile decidere a chi credere, tra un egocentrico bugiardo manipolatore e una bugiarda seriale.
Questa foto l’ha implorata lei oppure no? Lui dice di sì. Lei dice che una vera dura non implora niente a nessuno. Uno dei due mente, e il bello è che sono campioni entrambi, alla pari.
Allora guardiamo i corpi, perché i corpi mentono meno delle parole. Trump tocca per primo, decide il ritmo del saluto, dà quel buffetto sul braccio che non è affetto. È marcatura. Ti tocco io, tu no. Il gesto di chi stabilisce chi sta sopra.
E lei lo guarda dal basso, con quella faccina adorante. La postura di chi cerca riconoscimento, non di chi tratta da pari. Uno ha bisogno dello specchio che lo conferma, l’altra di un padre forte da cui farsi approvare. Si incastrano bene. Lui offre il palcoscenico, lei applaude.
Chi ha implorato chi non lo sapremo mai. Ma i corpi una mezza risposta la danno, e non è quella che racconta lei.
Il Pride è la risposta più forte, più gioiosa e più pacifica a chi costruisce consenso alimentando paura, odio e divisione. A chi discrimina le persone per il loro orientamento sessuale, la loro identità di genere o il colore della loro pelle. A chi vorrebbe un Paese più chiuso, più spaventato, meno libero.
Venire al #RomaPride farebbe bene anche a loro. Scoprirebbero che il mondo reale è molto più bello, più ricco e più umano di quello che raccontano per convenienza politica.
+Europa è nata per mettere la persona al centro dell’azione politica: i suoi diritti, le sue libertà, la sua dignità, la possibilità di scegliere del proprio corpo e della propria vita. Per questo, come ogni anno, siamo qui: perché l’Italia non può più permettersi di restare indietro sui diritti civili. E perché la politica ha il dovere di colmare questo ritardo, non di difenderlo.
Buon Pride a tutte e tutti. Oggi celebriamo l’orgoglio, la libertà e il coraggio di essere sé stessi.🏳️🌈
Oggi Pedro Sánchez ha espresso solidarietà a Giorgia Meloni.
Lo ha fatto davanti alle telecamere, a fine Consiglio europeo, e in privato, guardandola in faccia.
"Le ho espresso la mia solidarietà, anche in privato, di fronte a questo attacco che non è né politico né personale e che sinceramente non so neanche come qualificare". E lo ha fatto a poche ore di distanza da quando, sempre a Bruxelles, la stessa Meloni aveva accusato la Spagna di aver regolarizzato mezzo milione di cittadini stranieri.
E allora vale la pena ricordare cosa ha fatto lei, in tutti questi mesi, per lui.
Quando Trump, appena insediato, ha liquidato la Spagna come una "nazione BRICS" e ha minacciato di colpirla con dazi al cento per cento, Meloni se ne stava a Mar-a-Lago a farsi celebrare come la sua alleata più fidata in Europa.
Quando Trump, al vertice NATO dell'Aja, ha minacciato Sánchez perché si fermava al 2,1 per cento di spese militari, gridando "è terribile" e promettendo di fargli pagare il doppio sui dazi, Meloni applaudiva il target del cinque per cento e lo chiamava "necessario e sostenibile", arrivando a negare (mentendo) che la Spagna avesse rifiutato l'imposizione.
Quando Trump, in mondovisione, è arrivato a dire che la Spagna "forse dovrebbe essere espulsa dalla NATO", una cosa mai sentita, una minaccia aperta a un Paese alleato, da Palazzo Chigi è sceso un silenzio assoluto.
E quando, ad aprile, il Pentagono ha persino valutato di sospendere la Spagna dall'Alleanza atlantica, perché Sánchez si era rifiutato di prestare le sue basi per bombardare l'Iran, Meloni, ancora una volta, si è girata dall'altra parte.
Un anno e mezzo. Un anno e mezzo di insulti, minacce di dazi e di espulsione contro un leader europeo. Un anno e mezzo in cui Giorgia Meloni ha trovato il tempo di andare a Domenica In a commuoversi sulle pastarelle della domenica con i nonni, ma per Pedro Sánchez, preso a sportellate settimana dopo settimana, mai una parola. Una sola.
Poi è arrivato oggi. Oggi Trump si è voltato e ha colpito lei. E nel giro di poche ore, il primo a difenderla in pubblico e in privato, è arrivato proprio lui, Pedro Sánchez.
Che ha insegnato a Giorgia Meloni una cosa che lei, in due anni, si è sempre dimenticata di fare: comportarsi da persona perbene. E con la schiena rigorosamente dritta.
Mi perdonerete, ma non me la sento di unirmi alla “gara di solidarietà”.
Che Donald Trump fosse un pregiudicato, squilibrato, misogino, con evidenti problemi psicologici, lo sapevamo tutti, ma sapevamo anche un’altra cosa: Giorgia Meloni e Matteo Salvini lo hanno esaltato fino a due giorni fa, arrivando a sostenere che bisognava assegnargli il Nobel per la Pace.
E lo hanno esaltato perché Donald Trump piace molto alla parte più scadente dell’elettorato, a quelle mandrie di trogloditi che sognano “l’uomo forte”, a quei penultimi che odiano gli ultimi.
Che Giorgia Meloni abbia o non abbia implorato Trump per convincerlo a farsi immortalare in una foto con lei, in fondo, ha persino poca importanza.
A posizionare male l’Italia sono state le sue tante dichiarazioni fuori luogo e quel suo goffo tentativo di fare da “ponte” tra lo squilibrato e le istituzioni europee.
A posizionare male l’Italia è stato un governo che non ha condannato lo squilibrato per le continue violazioni del Diritto Internazionale, per i bombardamenti, per le deportazioni e per i crimini delle sue squadracce.
Perché sì, l’Italia non può chiudere i rapporti con un Paese alleato, ma c’è modo e modo di gestire quei rapporti. Il governo Meloni, tra selfie con Elon Musk e grottesche esaltazioni del presidente USA, ha avuto sin da subito un approccio provinciale e fuori luogo.
A umiliare l’Italia, più che le parole di Trump contro la premier, è chi fino a ieri ha trattato Trump come un idolo, svilendo le istituzioni che dovrebbe rappresentare.
Fallimenti
La nostra Gioggia ha puntato tutto il suo mandato da presidente del consiglio sulla politica estera. Prima e unica leader europea a presenziare all’insediamento di Trump, fin dal primo giorno si è autoproclamata pontiere tra l’Europa e gli Stati Uniti.
Ha ripetuto allo sfinimento che finalmente l’Italia contava qualcosa nel mondo, che il suo rapporto col presidente americano ci proiettava nel futuro.
Per coltivare quel rapporto ha ignorato la politica nazionale, consegnandola a una manica di incapaci. Hanno smontato l’economia, la sanità, la scuola, l’industria, i salari. Hanno bruciato miliardi di PNRR.
Ha lasciato che Salvini, Nordio, Piantedosi, il cognato Lollobrigida e tutto il circo che avrebbe dovuto governare il paese distruggessero ogni cosa. Tutto sacrificato sull’altare del suo trionfo internazionale, i grandi successi della nostra Giorgia, viva il duce.
Il finale? Il suo mentore, il padre a cui si ispirava, il grande leader americano, la prende a calci in culo in diretta raccontando che Meloni lo ha implorato per una foto con lei al G7, e che gliel’ha concessa solo per pena.
La donna che contava nel mondo ridotta a una questua, smentita davanti a tutti, mentre Tajani cancella la trasferta negli Stati Uniti.
Il fallimento è doppio. Dentro hanno raso al suolo il paese, fuori l’unico asset che vantava si è rivoltato contro di lei in mondovisione.
Nessun governo aveva mai toccato vette di fallimento così alte.
Jornalista: “Uma vez um homem sábio disse em janeiro de 2020 que o Irã nunca ganhou uma guerra, mas nunca perdeu uma negociação”.
Donald Trump: “Quem disse isso?”
Jornalista: “Donald Trump”.
Vedo gente sempre più povera e arrabbiata, che non arriva a fine mese, che non riesce a curarsi in un ospedale pubblico, che rimane bloccata per ore su un treno diventato un forno perché non funziona neanche l’impianto di climatizzazione, esultare per le nuove regole sui rimpatri degli immigrati irregolari votate dal Parlamento Europeo. Qui il problema non è politico e non è neanche culturale: è la contraccezione che ha fallito.
Javier Bardem, messo nella lista nera di Hollywood,risponde ai mostri:
“Da mia madre ho imparato a far sentire la mia voce contro l'ingiustizia verso chi non ha voce.
Per questo, continuerò a denunciare il genocidio a Gaza e la brutale violenza dei coloni in Cisgiordania”
#Uomini