@ComuneMI segnalo che in via stefanardo da vimercate, verso la mm gorla sul marciapiede di dx vi sono rami con spine altezza uomo, si rischia di farsi molto male
@AriannadaTodi il la conosco come pizza col formaggio. poi c’è anche la pizza dolce. io ricordo anche che per dolce, a fine pasto, i miei zii ci proponevano anche i maccheroni dolci, con mollica di pane con archelmes e noci, però forse era più per i morti, non ricordo bene.
In queste ore Giorgia Meloni, quella che si vanta di non avere bisogno di studiare perché «lei ha l’istinto», ha commesso una serie di errori politici che le costeranno cari. E che possono costare cari a tutti noi italiani. Perché qui non si parla di propaganda interna. Si parla di collocazione internazionale, di credibilità, di peso negoziale.
Il primo errore è l’assenza da Monaco. Non un contrattempo. Non una coincidenza. Un’assenza per scelta, coperta con un impegno alternativo in Africa, una conferenza utile come paravento e poco più. Nel momento in cui alla Munich Security Conference l’Europa doveva guardarsi negli occhi e decidere che cosa fare di fronte all’America di Donald Trump, lei ha scelto di non esserci.
In diplomazia non è una sfumatura. È una dichiarazione. Significa non stare nel luogo dove si prende posizione. Significa lasciare che altri disegnino l’assetto mentre tu ti sottrai.
Il secondo errore è ancora più grave, perché trasforma l’assenza in linea politica. Friedrich Merz non si limitava a una presa di posizione generica. Criticava in modo esplicito le politiche Maga. Marcava una distanza netta dal trumpismo. Indicava un asse europeo che prova a ricompattarsi e a contare.
Lei non ha scelto di inserirsi in quella ricomposizione. Ha criticato Merz. E criticare chi prende le distanze da Maga significa, di fatto, collocarsi dall’altra parte. Significa far prendere posizione all’Italia. Non come ponte. Non come mediatore. Non come Paese fondatore che tiene insieme. Come Paese che attacca chi marca la distanza dal trumpismo.
Il terzo errore riguarda il rapporto con le regole. La decisione di partecipare come osservatore a un cosiddetto board of peace in Palestina, con modalità percepite come un tentativo di aggirare la costituzione, completa il quadro. I vincoli istituzionali non sono un dettaglio tecnico. Sono la struttura che rende credibile uno Stato. Quando diventano un ostacolo da scavalcare per inseguire un simbolo o una foto, il messaggio è chiaro: le regole valgono finché non intralciano.
Il filo conduttore è uno soltanto. L’Italia si autoesclude dall’Europa che decide proprio mentre l’Europa prova a riorganizzarsi e a ritrovare una postura comune davanti agli shock geopolitici. E non si tratta di un’Europa senza guida. Il disegno della nuova architettura economica e strategica porta anche la firma di un italiano, Mario Draghi, chiamato a delineare la rotta sulla competitività e sul futuro industriale del continente.
L’Italia avrebbe il diritto di esserne orgogliosa. Di rivendicare centralità. Di stare nel cuore di quel progetto. Sta scegliendo altro.
Assentarsi dal tavolo decisivo, attaccare chi prende le distanze da Maga, giocare con i margini costituzionali per inseguire un protagonismo simbolico significa imboccare la strada più rapida verso l’irrilevanza.
Il risultato prevedibile è un’Italia ridotta a contare quanto l’Ungheria di Viktor Orbán. Un Paese formalmente dentro, politicamente ai margini. Seduto al tavolo ma aggirato quando le decisioni contano. Tollerato finché non disturba. Neutralizzato quando serve coesione.
Tutto questo era prevedibile. Si può seppellire un seme sotto strati di linguaggio istituzionale. Si può coprirlo con dichiarazioni rassicuranti. Si può pensare che basti l’istinto per governare la complessità.
Ma il seme del fascismo, quando c’è, prima o poi germoglia. La pianta sbuca alla luce del sole. Prima in forma di disprezzo per lo studio e per la competenza. Poi in forma di allineamenti ideologici mascherati da interesse nazionale. Poi in forma di insofferenza verso i vincoli costituzionali. Infine in forma di isolamento.
La pianta cresce nel giardino comune, non in un vaso privato. E quando cresce lì, il conto non lo paga solo chi l’ha piantata. Lo paga l’Italia intera.
Stento a credere che tra i partecipanti al corteo neofascista non autorizzato che il 12 aprile 1973 a Milano degenerò nell'omicidio del poliziotto Antonio Marino ci fossero molte persone ignare dell'esito violento che, per colpa di una nutrita frangia, ci sarebbe stato [1]
Qui è quando Salvini, che oggi si professa legalitario e contesta chi sciopera, bloccava un casello autostradale tra le proteste degli automobilisti, non pagava il pedaggio e strappava la multa.
Da lui, nessuna lezione, mai!