Il messaggio lasciato negli spogliatoi di Los Angeles dai giocatori e dallo staff dell'Iran dopo la partita con il Belgio: "Dall’antica Persia di migliaia di anni fa all’Iran civile di oggi, lo spirito dell’Iran rimane vivo e saldo. Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità. Grazie, Los Angeles, per la tua ospitalità. E grazie a ogni iraniano che ha dato il proprio cuore, la propria voce e la propria anima per l’Iran durante questi 180 minuti. Che la pace, il rispetto e l’amicizia prevalgano tra tutte le nazioni”.
Italiani come noi. Domenico Centrone, 36 anni, docente. Dina Alberizia, 67, insegnante. Sono prigionieri in Libia, sequestrati dalle milizie di Haftar. Passavano di lì per portare aiuti a Gaza con la Flotilla. Era il 24 maggio. Qualcuno vuole muoversi o ci limitiamo a “vigilare”?
Somali soccer referee Omar Abdulkadir Artan arrived in his home country's capital, Mogadishu, to a rapturous welcome by fans and officials, after he was denied entry into the United States ahead of the World Cup https://t.co/bg7FaxN2tn
Last weekend, thousands of Londoners and visitors of all backgrounds came together to celebrate Eid on the Square.
London is, and always will be, a city for everyone.
Il popolo gazawi è tra i più istruiti in Asia occidentale, con una percentuale di alfabetizzazione che sfiora il 97%. I giovani palestinesi iscritti all’università o al college, prima del 7 ottobre 2023, erano circa 90mila. Ma la loro vita e le loro carriere accademiche restano bloccate al 7 ottobre 2023.
Continua a leggere l'approfondimento di Andrea Ceredani https://t.co/0p3kM7iKoi
Braccianti e caporali come schiavi e negrieri. E se i primi chiedono di essere pagati, c’è chi gliela fa pagare. A bastonate o bruciandoli vivi come sulla Statale 106 Jonica. Ma tanto sono un pachistano e tre afghani, ce ne dimenticheremo prestissimo
Don’t miss it: London’s biggest Eid celebration is happening today in Trafalgar Square.
Celebrate Eid al‑Adha with live performances, delicious street food and plenty of fun for all ages. Everyone is welcome.
Paolo Gentiloni, è davvero colpa dell’Europa come dice Giorgia Meloni se la produzione industriale arretra e l’Italia rischia la stagflazione?
«A Giorgia Meloni dico: basta attacchi all’Europa, così rischiamo di renderci ridicoli. Dopo una robusta ripresa post-Covid, oggi in Italia siamo ultimi per crescita e primi per debito. Questo nonostante negli ultimi cinque anni il nostro Paese abbia ricevuto una quantità enorme di fondi pubblici europei, addirittura in settant’anni di storia dell’Unione europea nessuno ne ha mai avuti così tanti. Forse prima di prendersela con Bruxelles sarebbe più corretto fare i conti con i propri problemi. Perché dire che il problema dell’Italia sono gli eccessi burocratici di Bruxelles ricorda quello che diceva che il problema di Palermo è il traffico».
L’intervista integrale di Francesco Malfetano è su La Stampa
#LaStampa
Il governo israeliano si appresta a varare la nuova legge sul controllo dei beni archeologici, mentre i media rivelano un piano promosso da Kushner e dall’ambasciatore americano Huckabee per sottrarre ad Amman anche la custodia della Spianata con al-Aqsa https://t.co/jyHpOLSgf4
E brava Italia! Prima per debito pubblico e ultima per crescita su 27 Paesi (stime Ue). Aggiungiamoci 11 milioni di persone a rischio povertà (Istat). Ma parliamo della famiglia del bosco o di rimpatriare chissà dove l’italiano di Modena
#governoMeloni
Nessuna nazione, nessuna società e nessun ordine internazionale può dirsi giusto e umano se misura il proprio successo unicamente con il potere e la prosperità, trascurando coloro che vivono ai margini. Di fatto, l’amore di Cristo per i più piccoli e dimenticati ci impone di rifiutare ogni forma di egoismo che lascia che i poveri e i vulnerabili rimangano invisibili.
Mi chiedo da dove cominciare, perché ogni volta che provo a definire l’italianità mi accorgo che la definizione si sbriciola tra le mani. Eppure questa settimana qualcuno la definizione l’ha data, con la sicurezza di chi non ha dubbi. L’uomo che a Modena ha lanciato la sua auto contro i passanti è stato chiamato “marocchino”, “straniero”, “criminale di seconda generazione”. È cittadino italiano, nato a Seriate nel 1995, vive in Italia da sempre, si è laureato in un’università italiana, si è ammalato in un ospedale italiano. Italiano per legge, italiano per biografia. Tanto italiano che dentro lo stesso governo Tajani ha dovuto correggere Salvini, ricordandogli che no, non si può espellere: ha il passaporto. Quando serve un colpevole esterno la cittadinanza formale evapora, sostituita dall’origine, dal cognome, dal colore. Salvini lo sa benissimo che è italiano. Far finta di non saperlo serve a qualcosa, e quella cosa è il senso del nostro discorso pubblico. Parto da questa rimozione, perché racconta più di noi che di lui.
Partiamo dal sangue. In Italia la cittadinanza si trasmette per discendenza: sei italiano se lo erano i tuoi genitori, non perché sei nato qui. Si chiama ius sanguinis, ed è la regola che il legislatore ha scelto fin dall’Ottocento, confermata dalla legge del 1992. Un principio che presuppone una continuità genetica, un filo che ci legherebbe a qualcosa di originario. Ma quale origine? Gli etruschi, che non sappiamo nemmeno bene da dove venissero? I latini, una delle tante tribù italiche? I greci della Magna Grecia, che a Napoli e in Sicilia hanno lasciato più tracce dei romani? Poi i celti in pianura padana, i fenici in Sardegna, i goti, i longobardi, i bizantini, gli arabi in Sicilia per due secoli e mezzo, i normanni, gli svevi, gli spagnoli, gli austriaci. Gli studi di genetica delle popolazioni mostrano che la variabilità all’interno della penisola è una delle più alte d’Europa. Un sardo dell’interno e un altoatesino di Vipiteno hanno meno in comune, geneticamente, di un milanese e un parigino. Il sangue italiano non esiste. È una finzione giuridica travestita da biologia. E ogni finzione, si sa, serve a qualcuno.
C’è poi la fissazione per la cittadinanza romana, agitata come prova di nobiltà originaria. Una fissazione che ha una data e una paternità: l’immaginario dannunziano, raccolto e amplificato dal fascismo, fasci littori, lupe capitoline, saluti romani, e oggi rilanciato da una destra che continua a vedere in Roma antica lo specchio di una purezza italica perduta. Peccato che Roma antica fosse il contrario di tutto questo. Caracalla nel 212 d.C. estese la cittadinanza a tutti gli uomini liberi dell’impero, dalla Britannia alla Mesopotamia. Un siriano, un nordafricano, un gallo erano cittadini romani quanto uno nato sul Palatino. Settimio Severo era libico. Filippo l’Arabo era, appunto, arabo. Chi oggi rivendica l’eredità di Roma per chiudere le frontiere, rivendica esattamente l’opposto di quello che Roma fu. Un autogol storico che funziona perché nessuno glielo fa notare.
Poi c’è la religione, l’altra grande sostituzione. La Lega che impone il presepe nelle scuole, che si fa fotografare con il crocifisso in mano sui palchi dei comizi, che invoca le radici cristiane dell’Europa. Tenta di far coincidere italianità e cattolicesimo, come se fossero la stessa cosa. Funziona perché trova terreno preparato: l’Italia è da decenni un paese di appartenenza senza credenza, dove ci si dichiara cattolici per abitudine culturale anche quando in chiesa non ci si mette piede. È il guscio rimasto dopo che la fede si è prosciugata, ed è quel guscio vuoto che le destre identitarie agitano. Lo hanno fatto in Polonia con Solidarność, in Ungheria con Orbán, lo fanno da noi con il rosario. Religione civile, non religione. Salvini che bacia il rosario non difende il cattolicesimo, lo strumentalizza. Un cristianesimo senza il discorso della montagna, senza il buon samaritano, senza “ero straniero e mi avete accolto”. Una croce ridotta a confine, a recinto, a documento d’identità. Non a caso il papa argentino, figlio di emigrati italiani, è il loro nemico più costante. Ricorda che la fede di cui si riempiono la bocca dice il contrario di quello che fanno.
E poi c’è il cibo, l’ultima trincea. La polenta contro il cous cous, la lasagna contro il kebab, il vino contro tutto. Il razzista alimentare costruisce confini con il piatto, come se l’identità fosse una ricetta protetta da denominazione di origine. Hai mai provato a offrire la polenta a un siciliano? Ti guarda come se gli stessi proponendo cartone bagnato. La cassoeula, piatto identitario lombardo, al napoletano provoca lo stesso rifiuto antropologico che la trippa provoca al milanese, che la trippa l’ha sempre vista come roba da poveri. La pizza che oggi è bandiera nazionale era cibo plebeo, schifato dai borghesi del Nord fino agli anni Sessanta. Il pomodoro, simbolo italianissimo, è arrivato dalle Americhe nel Cinquecento. La pasta secca l’hanno perfezionata gli arabi in Sicilia. Il caffè è etiope, turco, arabo, e siamo noi ad averlo imparato da loro nel Seicento. C’è di più: la cucina italiana come la conosciamo oggi è stata costruita in larga parte all’estero, dalle comunità di emigrati in America, e poi rimportata in patria nel dopoguerra. La pizza margherita ha attraversato New York prima di tornare a Napoli come icona nazionale. Gli spaghetti con le polpette, che chiamiamo americanata, erano il piatto identitario degli italoamericani che cercavano di mantenere un’italianità che a casa loro non esisteva più. Stiamo difendendo dalle contaminazioni esterne ciò che ci è stato restituito già contaminato, e che amiamo proprio per quello. Difendere la cucina italiana dalle contaminazioni straniere è come difendere un fiume dall’acqua.
La lingua. La faccenda si fa interessante e un po’ comica. L’italiano come lingua nazionale parlata è roba del secondo dopoguerra, della televisione, di Mike Bongiorno più che di Manzoni. Tullio De Mauro lo ha documentato fino allo sfinimento: al momento dell’unità, l’italiano lo parlava qualcosa come il 2,5% della popolazione, a essere generosi. Tutti gli altri parlavano dialetti che erano e sono lingue a tutti gli effetti, spesso reciprocamente incomprensibili. Un nonno friulano e un nonno siciliano, messi nella stessa stanza nel 1950, non si sarebbero capiti. Se l’italianità è la lingua, allora siamo italiani da settant’anni scarsi. Una nazionalità adolescente.
Da cui il paradosso che mi diverte sempre. I valligiani altoatesini o valdostani che il congiuntivo lo bestemmiano, che a casa parlano tedesco o francoprovenzale o ladino, e che però votano partiti che dell’italianità etnica fanno bandiera. I veneti leghisti che si dichiarano “popolo veneto” distinto dagli italiani, salvo poi indignarsi se un ragazzo nato a Seriate da genitori marocchini si dichiara italiano. Una contraddizione che non si risolve, perché non è logica, è identitaria. L’italianità per loro non è un fatto, è una proprietà privata da difendere. Come tutte le proprietà private, va difesa proprio da chi rivendica di esserne legittimo erede.
Lo ius soli, lo ius scholae. La proposta più ragionevole, quella che lega la cittadinanza al luogo dove uno cresce, alla scuola che frequenta, alla vita reale che fa. La blocchiamo da vent’anni. Eppure il caso modenese mostra che il problema non è solo legale, è simbolico. El Koudri la cittadinanza ce l’aveva, italiano a tutti gli effetti, e se l’è vista revocare nel discorso pubblico nel giro di poche ore. C’è una parola che la sociologia usa da decenni per descrivere questo meccanismo: razzializzazione. Quello che succede a un italiano di seconda generazione non è che gli si revoca l’italianità, è che non gli era mai stata davvero concessa. C’è una differenza fra cittadinanza giuridica e cittadinanza sociale. La prima te la dà la legge. La seconda te la concede il vicino di casa, il professore, il datore di lavoro, il giornalista, il poliziotto al posto di blocco. “Seconda generazione” non è una categoria anagrafica, è una condizione sociale: indica chi è nato qui, è cresciuto qui, è formalmente cittadino, ma resta percepito come straniero. La sua italianità è condizionata, revocabile, sotto esame. Non gliela tolgono quando sbaglia: non l’aveva mai avuta piena. Lo “sbaglia” diventa la prova retroattiva di un’estraneità che era già lì, nascosta sotto la cittadinanza formale.
Il caso di Modena non rivela un’eccezione, rivela la regola. La regola di una società che ha costruito una zona grigia in cui milioni di persone vivono come italiani provvisori, e quella zona grigia è perfettamente legale, perfettamente quotidiana, perfettamente invisibile fino a quando non succede qualcosa che la rende visibile. Se la cittadinanza si può togliere con un titolo di giornale, allora nessuna cittadinanza è davvero sicura.
Cosa resta, allora? Forse l’italianità è semplicemente l’abitudine a un certo modo di stare al mondo, anche se devo ammettere che è una categoria scivolosa. Quale modo? Quello del napoletano o quello del bolzanino? Quello dell’industriale o quello del pastore? L’identità nazionale è sempre stata anche un fatto di classe: i terroni, prima ancora dei marocchini, sono stati il limite mobile dell’italianità, quelli che dovevano dimostrare di esserlo abbastanza. Forse l’unico modo onesto di pensarla è chiedersi non chi è italiano, ma chi ha il potere di decidere chi lo è. La risposta è meno romantica di qualunque definizione culturale: lo decidono il legislatore, i tribunali, le redazioni, i comunicati stampa. La cittadinanza non è un dato, è un campo di lotta. Ha vincitori e vinti che cambiano a seconda di chi tiene la penna.
Il sistema attuale produce italianità fittizie e ne nega di reali. Gli oriundi di terza generazione che votano dall’estero senza saper nemmeno dov’è Bergamo, e i ragazzi cresciuti qui che, se sbagliano, vengono retrocessi a stranieri con un tratto di penna giornalistica. Una nazione che non riconosce i suoi figli reali e adotta fantasmi anagrafici. Operazione di comodo che ha un costo. Il costo è che non possiamo nemmeno guardare in faccia i problemi che produciamo, perché ce li raccontiamo sempre come venuti da fuori.
Chi è italiano, quindi. Forse italiano è chi questo paese se lo porta dentro, nel bene e nel male, perché qui ha imparato a parlare, a pensare, a sperare e anche a fallire. La nazionalità non è una medaglia che si toglie quando il portatore si comporta male, è una responsabilità reciproca. Quando neghiamo l’italianità di chi è italiano, non stiamo proteggendo l’italianità: stiamo dichiarando che è qualcosa di così fragile da non reggere alla complessità. È il contrario dell’orgoglio nazionale, è la sua confessione di impotenza.
Tutto il resto è retorica del sangue. E il sangue, come categoria politica, ha sempre prodotto più cadaveri che cittadini.
"Ho mandato mio figlio dietro a quel ragazzo. Gli ho detto: prendilo, prendilo! È lui è andato, lo ha bloccato e gli ha tolto il coltello". Si chiama Osama Shalaby, ha 56 anni, vive in Italia da 30 e fa il muratore. Suo figlio di anni ne ha 20. Sono egiziani: anche loro hanno contribuito a bloccare Salim El Koudri, a Modena, mentre cercava di scappare dopo aver investito i passanti in pieno centro. La propaganda politica ora mette nel mirino gli stranieri: "Ma fra gli stranieri c'è gente brava e gente cattiva, non c'entra, l'importante era fermare quell'uomo". Osama ha ricevuto una chiamata per partecipare alla cerimonia di ringraziamento a Baggiovara con tutte le autorità. Ma lui non è potuto andare: "L'ospedale è lontano, non ho la macchina e la domenica con gli autobus..."
Video di Rosario Di Raimondo
Sako Bakari, bracciante, venuto dal Mali per lavorare. Accoltellato a morte senza un motivo da una banda di ragazzini di Taranto, che poi se ne sono pure vantati. Aspettava di diventare padre, era onesto e rispettato. Ma non era bianco. A questo siamo.