@er_tenedevianna@LazialiVeg E vabbè, la morte come fatto privato ma qui si usa la nostra Lazio per inneggiare a un fascista mafioso... che se lo piangano a casa
Siamo costretti a smentire l’articolo uscito oggi sul Corriere della Sera, dal titolo “Soldi dal magnate vegano, un nuovo caso Report”. Nell’articolo vengono riportate diverse falsità che riguardano Food For Profit, il documentario diretto e prodotto da Giulia Innocenzi, che dopo aver riscontrato un enorme successo di pubblico nelle sale cinematografiche, essere stato distribuito in tantissimi paesi in tutto il mondo e aver ottenuto prestigiosi premi internazionali, è stato trasmesso a Report.
Secondo il Corriere della Sera, “tra le soluzioni proposte nel servizio mandato in onda da Report, si sponsorizzava il maggior consumo di cibi a base di insetti e la carne sintetica”. Questa notizia è falsa. Food For Profit denuncia come gli allevamenti intensivi in Europa vengono finanziati con i soldi pubblici, e il legame fra le lobby, l’industria della carne e i politici. Non parla mai di carne a base di insetti né di carne a base cellulare.
Per saperlo sarebbe bastato la visione del docufilm, ma perfino una veloce ricerca su Google. Report continuerà il suo lavoro di denuncia: grazie alle inchieste portate avanti in questi anni, a firma di Giulia Innocenzi, sono stati chiusi allevamenti, macelli e lanciate allerte alimentari di carne scaduta rimessa in commercio. Un vero e proprio servizio pubblico per i cittadini, che Report continuerà a portare avanti anche nella prossima stagione.
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Da anni ci raccontano la storiella di come, in nazioni economicamente depresse, il turismo sia una ghiotta occasione di sviluppo nonché uno straordinario volano di benessere per la società tutta. Eppure basta guardare questa mappa di Eurostat per accorgersi di un dettaglio che fa crollare l’intero castello di carta della retorica promotrice della “thailandizzazione” dell’Italia e degli altri paesi euromediterranei.
Nella lista degli Stati UE in cui è presente la quota maggiore di popolazione che non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza (UNA SETTIMANA), compaiono infatti tutte le principali economie turistiche del Mediterraneo: Grecia, Spagna, Italia e Portogallo. Ovvero le stesse destinazioni scelte da mezzo mondo per andare in vacanza. Nella condizione opposta, ovviamente, olandesi, lussemburghesi, scandinavi eccetera. Gli stessi che (insieme a britannici , israeliani e statunitensi) stanno saccheggiando a prezzi stracciati il patrimonio immobiliare delle mete vacanziere più ricercate del Mediterraneo. Un paradosso che è tale solo in apparenza perché il tanto decantato modello economico di sviluppo turistico produce sì ricchezza, ma la concentra tra rendita immobiliare, fondi d’investimento, grandi operatori del settore e piattaforme digitali. Nel mentre distribuisce sui territori interessati occupazione precaria (stagionale e non sindacalizzata), salari bassi e inflazione (di beni e servizi primari). Detto in altri termini: una forte specializzazione turistica non coincide automaticamente con un maggiore benessere diffuso della popolazione. Anzi, l’esatto contrario. Perché per i cittadini dei paesi euromediterranei non diventa sempre più complicato soltanto fare la spesa e comprare casa, ma conseguentemente anche andare in vacanza. Per giunta nel proprio stesso paese che nel frattempo - diventato sempre più dipendente dal turismo - si è adeguato su prezzi letteralmente inaccessibili ai residenti.
Ecco perché dovremmo smetterla - una volta per tutte - di misurare il “successo” di un territorio contando entusiasticamente gli arrivi col pallottoliere. Il vero indicatore non è quanti turisti riesce ad attirare una città, ma quante sono le persone che ci vivono che possono ancora permettersi un lavoro ben pagato, una casa e almeno una settimana di vacanza, insomma una vita dignitosa. Al contrario, se i visitatori aumentano costantemente ma nel contempo diminuisce la capacità dei residenti di vivere il proprio Paese, allora non siamo mica davanti a un modello di sviluppo. Ciò che abbiamo di fronte è esclusivamente un sofisticato modello di estrazione di ricchezza, cresciuto e sviluppatosi nel vuoto di una politica che, incapace di creare benessere reale, ha venduto ai suoi cittadini il sogno di cartone del turismo. È infatti molto più facile convincere un’intera popolazione senza prospettive a inseguire l’illusione della rendita che impegnarsi a costruire un’economia realmente capace di generare ricchezza e benessere diffusi. Così il cittadino smette di colpo di essere il soggetto destinatario delle politiche pubbliche e tira a campare in autonomia, trasformandosi in una sorta di infrastruttura umana dell’industria dell’accoglienza. Possibilmente senza lamentarsi. #Turistiacasanostra
Ogni anno inorridisco leggendo le dichiarazioni degli esponenti di questa destra che ricordano a modo loro il disastro di Marcinelle.
Inorridisco perché ogni anno, puntualmente, omettono quelle cose che metterebbero in discussione il loro approccio troglodita al fenomeno dell’immigrazione.
I 136 migranti italiani che morirono l’8 agosto del 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier, erano discriminati e trattati da esseri umani di serie C, esattamente come gli immigrati che oggi sono sfruttati dal nostro italianissimo caporalato.
Perché no, non è assolutamente vero che gli italiani erano accolti e ben voluti in tutto il mondo perché erano onesti lavoratori. Come in tutte le migrazioni, ad emigrare erano sia gli onesti lavoratori che i criminali. Ne sanno qualcosa i Paesi che hanno avuto e hanno ancora a che fare con le nostre mafie.
E come in tutte le migrazioni, lo “straniero” era guardato con diffidenza e talvolta disprezzato.
E come in tutte le migrazioni, c’era chi partiva con i documenti in regola e chi cercava la fortuna da “irregolare”.
I migranti italiani morti nel disastro di Marcinelle erano come gli immigrati invisibili che raccolgono la frutta e la verdura nelle nostre campagne. Quelli che raccolgono la frutta e la verdura che compriamo al supermercato e che subiscono il ricatto di chi li schiavizza promettendo loro i documenti necessari per richiedere un permesso di soggiorno.
Molti migranti italiani morti nel disastro di Marcinelle vivevano in delle baracche di fortuna e tutti facevano parte di un grottesco scambio tra Italia e Belgio, uno scambio che prevedeva l’invio di minatori in cambio di un prezzo agevolato per l’acquisto di carbone.
Lavoravano in condizioni disumane perché chi gestiva quelle attività non investiva nulla per garantire la sicurezza e la salute dei minatori, trattati di fatto come schiavi.
I morti di Marcinelle ci insegnano il contrario di ciò che predica questo governo.
Ci insegnano che nascere in un Paese povero non può e non deve essere una colpa.
Ci insegnano che anche noi siamo stati migranti e un giorno potremmo tornare ad esserlo.
L’ex avvocato personale della Meloni, poi sottosegretario alla Giustizia, era in affari con la famiglia di un prestanome del clan Senese.
Il governo lo difende a oltranza. La maggioranza ha votato no alla procura che chiedeva le sue chat con un mafioso detenuto.
Però il problema sono i marocchini a Ceuta.
Ma questa infamia potrà mai essere dimenticata?
"Non è colpa mia se delle mie canzoni non ha capito nulla. Una volta mi telefonò per invitarmi ad Atreju: ma figuriamoci! Stanno provando a sostituire ‘l’egemonia culturale di sinistra’ piazzando cinque sfigati alla Cultura, ma non hanno niente".
Così Francesco Guccini su Giorgia Meloni.
Lucidissimo fino all’ultimo.
Ciao Maestro, buon viaggio.
#guccini
La vignetta che non avrei mai voluto disegnare ma sentivo che sarebbe arrivato il momento. Provo dolore come fosse morto una specie di papà, conosco tutte le tue storie, tutte le tue parole.
Addio Guccio, scusa se ti ho disegnato giovane ma ora che sei morto vale come ti ricordiamo.
#guccini #natangelo
@Ignazio_LaRussa Traduco in italiano: la magistratura ha detto che sono stati quelli nel nostro album di famiglia, con sentenze definitive. Ma siccome non ci fa gioco, cerchiamo ancora, magari un anarchico comunista palestinese gay woke si trova.
La vergogna, spiegata bene