@federicacaladea Dovresti scrivere all' URP per segnalare quanto successo. Sono tenuti a protocollare la segnalazione e a rispondere. Magari non cambia nulla, però, in questo caso è giusto farlo.
Una presidente del Consiglio che, per suoi complessi di inferiorità, si fa chiamare con pronomi maschili non ce la meritiamo. Non ci meritiamo nemmeno una presidente del Consiglio che, il giorno dopo cinque quesiti referendari, si fotografa con un infantile sorriso di sfida. Ieri Giorgia Meloni – che interpreta la maschera dell’impegnatissima – ha chiamato il suo fotografo di fiducia, si è messa in posa in una stanza dorata di Palazzo Chigi e si è fatta immortalare con postura da maranza di Stato.
Quel sorriso avrebbe voluto essere la risposta alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Elly Schlein dice che i voti del referendum dicono no a questo governo…», ha fatto scrivere Meloni. Lei ha dettato, lui ha citato il capo per digitare compulsivamente, poi ha schiacciato il tasto invio e alla fine, soddisfatti, avranno sorriso convinti di avere segnato una tacca nella storia della Repubblica.
Non ce la meritiamo la maranza di Stato Giorgia Meloni, arrivata a capo del governo con un solo chiodo fisso: vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi. I suoi elettori hanno cercato su Google le foto del mare da postare sui social. Al mare non ci sono stati. Stanno aspettando un condono tombale per tornare a respirare, hanno come massima aspirazione che vengano puniti quelli più poveri di loro, finché non diventeranno poveri come loro.
Non ce la meritiamo una maggioranza di governo che ha attaccato il Jobs Act quando è stato votato e oggi lo difende perché non ha mai studiato le carte. L’ignoranza ha vita breve, come i suoi portatori.
Buon mercoledì.
(il mio #buongiorno per @Left_rivista)
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C’è un Paese dove lavori e resti povero. Dove sei utile finché produci, ma invisibile quando chiedi diritti. È l’Italia del 2025, dove oltre sei milioni di persone, pur lavorando, non arrivano a mille euro al mese. Dove quasi undici milioni di lavoratori guadagnano meno di 25 mila euro lordi l’anno. È un’Italia che ha smesso di garantire, che ha reso il lavoro una scommessa quotidiana. E la perdita è sempre dello stesso giocatore.
L’83,5% dei rapporti di lavoro cessati nel 2023 è durato meno di un anno. Uno su due meno di novanta giorni. La precarietà non è una deriva: è la regola. È costruita con metodo, alimentata da contratti a termine, part-time obbligati, qualifiche basse e ricatti salariali. È un’architettura sociale in cui il lavoro non libera, ma incatena.
Questo modello è stato venduto come modernità. È solo un capitalismo che si nutre di disuguaglianza, che scarica i rischi su chi lavora e protegge solo chi incassa. E quando l’inflazione morde, quando il carrello della spesa pesa come un affitto, ci si sente dire che serve “flessibilità”. Flessibilità, cioè disponibilità a rinunciare a tutto: tempo, stabilità, diritti, salute.
I referendum dell’8 e 9 giugno sono un’occasione storica. Non per correggere qualche stortura, ma per mettere in discussione l’impostazione stessa del lavoro in Italia. Sì per chi non ha voce nei talk show. Per chi si alza all’alba e torna quando i figli dormono. Per chi ha visto il futuro ridotto a un contratto di tre mesi. Un sì collettivo, necessario, radicale. Un no secco a chi ha trasformato il lavoro in povertà a norma di legge.
Buon lunedì.
(il mio #buongiorno per @Left_rivista)
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Per la serie "ci vuole tanta pazienza", succede questo:
- la Cassazione condanna il governo a risarcire i migranti che furono tenuti per giorni sulla nave di Diciotti a causa dell'allora ministro Salvini e della sua politica dei porti chiusi.
- Giorgia Meloni scrive un lungo post a commento della sentenza. Attacca i giudici (come al solito), spiega che è assurdo dover risarcire "migranti illegali", che è assurdo doverlo fare con i soldi dei contribuenti onesti italiani che finiranno a chi è entrato illegalmente nel nostro paese, che è "frustrante" doverlo fare quando non si hanno le risorse per fare "tutto quello che sarebbe giusto fare".
Allora, con ordine:
- la Cassazione applica la legge e ribadisce un principio giuridico ampiamente noto: una operazione di salvataggio si conclude con lo sbarco nel porto sicuro più vicino. Ritardare quello sbarco è una lesione del diritto del naufrago. C'è poco da prendersela coi giudici
- i migranti non sono "illegali", che non vuol dire nulla. Anche se arrivano con modalità di fortuna nel nostro territorio hanno diritto a chiedere asilo e se l'asilo gli viene riconosciuto restano nel nostro paese in piena legalità. Altrimenti possono essere rimpatriati
- nel caso in questione i migranti erano a bordo della Diciotti, che è una nave militare italiana. Non una ong, non un barchino. Sono arrivati con una nave militare, che escluderei sia "entrata illegalmente" in Italia
- sicuramente è assurdo dover risarcire i migranti, su questo ha ragione la Meloni. Ma quell'assurdità è dovuta all'allora ministro Salvini e a Piantedosi che era suo capo di gabinetto e ideatore della genialata dei porti chiusi. Bastava farli sbarcare subito e non dopo 10 giorni e oggi non dovremmo risarcire nessuno. Magari la Meloni nei ritagli di tempo può spiegarlo ai due geni in questione
- a proposito della frustrazione per non riuscire a fare "tutto quello che sarebbe giusto fare" per mancanza di risorse, ho un suggerimento costruttivo per la Meloni: chiuda i centri in Albania e risparmierà quasi un miliardo.
Se non basta, può rinunciare anche al ponte sullo stretto e ne recupererà ancora di più
- infine mi permetto di segnalare alla nostra presidente del Consiglio che continuare a cercare modi sempre più assurdi per aggirare le norme non farà altro che esporre il governo al ripetersi di queste situazioni: nuove condanne, nuovi risarcimenti, nuovi sprechi.
E non basterà l'ennesimo orribile post populista o il consueto attacco ai giudici per nascondere il fallimento del governo.
Sono passate poche ore da quando il ministro ai Trasporti Matteo Salvini ha parlato di un operaio “di una ditta privata” che ha sbagliato a piantare un chiodo e quindi sarebbe il vero colpevole del tilt del traffico ferroviario di tre giorni fa. Attilio Franzini, uno degli operai che in subappalto martella i chiodi, ieri è morto investito dall’Intercity Roma-Trieste lungo la linea Bologna-Venezia, a ridosso della stazione di San Giorgio di Piano, nel Bolognese, intorno alle 4.30 di mattina.
Il ministro Salvini di fronte alle telecamere aveva annunciato tronfio di volere sapere in fretta “nomi e cognomi” dei colpevoli dei ritardi. Qualsiasi persona di buon senso ha provato un forte senso di disagio ascoltando un vice presidente del Consiglio che scaricava la colpa sull’ultimo degli operai del complesso e costoso sistema di trasporto nazionale di cui è a capo.
Qualsiasi esperto di comunicazione politica avrebbe potuto consigliare al leader della Lega di smetterla una volta per tutte di fare il forte con i deboli per sottrarsi alle proprie responsabilità politiche. Anche perché in questa Italia i lavoratori deboli, gli ultimi della catena, sui binari troppo spesso muoiono.
Non è un caso che Antonio Laganà, fratello di una delle vittime della strage di Brandizzo, avvenuta sui binari poco più di un anno fa, ieri sia sbottato confessando di avere sperato “che almeno Brandizzo fosse un punto di non ritorno” e che “le regole potessero cambiare”. E chi si occupa delle regole? Salvini, al di là dei chiodi.
(il mio editoriale per @LaNotiziaTweet in edicola)
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