Recap #SinnerRuud
Il Foro italico per mezzo secolo ha vissuto la solitudine dell’autogrill: un luogo di passaggio nella storia degli altri. Ha visto tutti i più grandi campioni avvicendarsi, ordinare un Camogli, un caffè e poi riprendere la strada.
Nell’attesa di tornare ad essere la destinazione e non una tappa, come una mamma italiana, il Foro ogni anno rassettava e indossava il vestito buono della domenica, non sia mai viene qualcuno.
L’ultimo era stato Panatta nel 1976.
Adriano aveva l’aria di una sigaretta accesa davanti a un cinema. Era come Roma: la bellezza che non ha l’ossessione per la perfezione. Il talento come forma di libertà. La classe di chi sembra sempre improvvisare, anche quando sta facendo qualcosa che gli altri non saprebbero fare mai. Forse è per questo che ancora oggi il suo nome a Roma non suona come quello di un atleta. Suona come un quartiere. Un aggettivo.
Da quel giorno in Italia è cambiato tutto: i governi, i Papi, le abitudini, il tennis, persino la ricetta della Fiesta. Ma se dobbiamo litigare, lo facciamo sempre in cucina.
Arriviamo a ieri.
Il Centrale è pieno di tifosi e di speranza. La tribuna autorità è gremita di politici fotocopiati, sembra il pubblico di Propaganda live fatto coi cartonati durante il covid. Il Signor Mattarella è l’unico umano nel mare delle giacche blu.
L’ultima volta che Ruud aveva affrontato Sinner, l’aveva presa sportivamente dondolandosi nell’armadietto dello spogliatoio. Stavolta entra in campo metodico e ordinato: se dovessimo copiare il compito in classe sceglieremmo lui.
Sinner fatica a trovare il ritmo, non mette una prima e subisce il break. A quel punto diventiamo cartonati pure noi e la Signora Siglinde vorrebbe tornare sul ponte dalle nutrie amiche sue.
Ma è qui che la cronaca della partita smette di essere importante.
Sinner fa Sinner, ma soprattutto fa la storia.
La sua, la nostra. È la storia del tempo che tradisce e ripaga, scritta negli occhi buoni di uno spietato talento.
Hai visto mamma: qualcuno, alla fine, è arrivato davvero.
#sinner #janniksinner #tennis #ibi26
Tre Mondiali senza Italia non sono solo un fallimento, ma anche la pietra tombale su una narrazione mediatica che ha fallito.
Lasciamo da parte i moduli, le scelte tattiche.
Il calcio è il prodotto narrativo più potente del nostro Paese. È un rito collettivo che viene nutrito a ciclo continuo. Più corretto dire ingozzato come le oche per il foie gras.
Questa centralità nelle prime pagine lo rende intoccabile pure quando è indifendibile.
Il linguaggio mediatico si autoregola: sfrutta lo shock, ma ha l’urgenza di ricucire gli strappi per assicurarsi la produzione di paté. Il disastro deve rientrare in un meccanismo che in psicologia viene chiamato “finestra di tolleranza”, il limite entro cui si riesce a sopportare un evento negativo senza esserne sopraffatti, ma molto più importante senza creare una distanza emotiva. In sostanza: la complicità con il sistema ha radici impossibili da recidere.
Il risultato, però, è che nessuno ci crede più.
La sensazione è che raccontare il calcio con onestà possa distruggere qualcosa di più profondo. Quasi a modificare il dna stesso di una Nazione.
Per tutti gli altri sport questo non avviene.
Nel tennis, nelle discipline invernali, nell’atletica, nel nuoto, nella pallavolo. Eccellenze alle quali è riservato un linguaggio spesso spietato, gossipparo, inadeguato, tranchant. Vittore minori da sfruttare all’occorrenza. Il tavolo dei bambini al pranzo di famiglia. Il nipote da applaudire quando recita la poesia di Natale.
Il tutto con estrema consapevolezza. Con lo scopo preciso di mantenere la gerarchia interna immutata. Antistorico, ad essere buoni. Il protezionismo genera isolamento che genera irrilevanza. Basta aprire un libro di storia a caso.
Il Presidente Gravina ne parla come sport di Stato. Ciò che gli sfugge, è che se dei campioni devono campare con stipendio e strutture pubbliche non è un demerito, è il fallimento della cultura sportiva di una nazione.
Più la narrativa è deformata, più si radicalizza un’ostilità verso il calcio che il calcio non merita. Calcio inteso come patrimonio collettivo.
Come spesso accade, la società è più avanti di chi la racconta. I media hanno un’opportunità gigantesca.
Come Dorian Grey possono scegliere di continuare a guardarsi allo specchio compiaciuti, o affrontare il ritratto che ne rivela la decadenza.
#BosniaItalia #calcio #mondiali
@Valeria__79@la_bongia È aumentata solo la tassazione della garanzia per gli infortuni, sono al massimo 5/10 euro in più. Le assicurazioni aumentano come aumenta tutto il resto.
@anna30048679@Eurosport_IT Troll, ma seguivi eurosport durante il mondiale femminile? C'è forse una foto con la sola Egonu. Per quanto riguarda Doualla, ha già detto tutto la stessa Saraceni.