In un’epoca dominata dalla tecnologia, in cui l’efficienza e il profitto spesso hanno la precedenza, è molto importante che continuiamo a coltivare uno spirito di contemplazione e concediamo tempo e spazio alla bellezza. Questo atteggiamento sarà di grande aiuto, specialmente ai giovani, per scoprire la capacità dell’arte di elevare e di rivelare le profondità dello spirito umano e la nostra apertura al divino. La contemplazione offre una straordinaria opportunità per incontrare il Dio che è Bellezza.
In quest’era dell’intelligenza artificiale diventa urgente distinguere l’arte umana da ciò che viene prodotto dalle macchine. C’è una differenza ontologica, prima ancora che estetica, tra l’arte e ciò che una macchina può generare per calcolo statistico a partire da milioni di immagini altrui. Agli algoritmi manca la scintilla dell’umano. Per questo, la Chiesa desidera rinnovare con gli artisti e con le istituzioni culturali un’alleanza: un’alleanza per custodire l’umano.
Black History Month is a time to recognize the lived, shared experience of all Black folks who have fundamentally shaped, challenged, and ultimately strengthened America. It’s about taking an unvarnished look at the past so that we can create a better future. As we mark 100 years of celebrating Black history, let’s honor the sacrifices of the leaders who came before us, and recommit ourselves to continuing their work.
Meloni era pronta. Da giorni.
Tutta tronfia, in attesa del segnale: quando arriva Trump?
Perché la politica estera del governo ormai è una disciplina semplice: non si misura in risultati, ma in vicinanza fisica al tycoon. Più stai vicino, più sei “autorevole”.
Poi arriva l’invito: Board of the Peace per la Palestina.
Una frase che da sola vale una conferenza stampa, tre tweet, cinque post con la musica epica e il solito coro: “l’Italia torna centrale nel mondo”. E lei già si vedeva lì: la premier che porta la pace, la leader che media, la donna che fa quello che gli altri non sanno fare.
Solo che Meloni, come capita spesso, si era innamorata del titolo, ma non aveva letto il contratto.
Perché quando leggi le carte, scopri che quel “Board” non è un tavolo tra pari: è un tavolo apparecchiato da Trump, e tu sei invitato non per decidere, ma per decorare. È la pace come format, non come politica.
E soprattutto: per entrare, si paga.Un miliardo. Un miliardo per sedersi. Un miliardo per avere la sedia. Un miliardo dei soldi degli italiani per poter dire “io c’ero”.
Ma il dettaglio più rivelatore, quello che fa davvero capire che non stiamo parlando di un organismo di pace, ma di un monumento personale, è un altro: Trump presiede il Board non in quanto presidente degli Stati Uniti.
Lo presiede lui. Punto.
E lo presiede anche dopo.
Anche quando non sarà più alla Casa Bianca. Anche quando avrà “cessato la carica”. Anche quando, formalmente, non avrà più alcun mandato democratico a rappresentare gli Stati Uniti.
Cioè: la pace come proprietà privata.
Un consiglio di amministrazione della geopolitica intestato a un uomo solo. Un “Board” che dovrebbe occuparsi della tragedia palestinese ma che in realtà è costruito come un’appendice del personaggio Trump, una sua estensione permanente, una poltrona che non scade mai.
E qui il film cambia genere: da trionfo a commedia dell’imbarazzo.
E allora, improvvisamente, la premier che fino a ieri correva dietro a Trump come una fan dietro al cantante, oggi si scopre prudente. “Oddio, qui me fregano”.
Meloni aveva già pronto il copione: “Guardate come contiamo”, “guardate come ci rispettano”.
E invece oggi la Meloni fa l’unica cosa che le riesce bene quando la realtà entra nel salotto: cerca l’uscita laterale. Un corridoio secondario. Una porta sul retro di Davos. Una scusa istituzionale.
Perché lei voleva Davos non per Gaza, non per la Palestina, non per la pace.
Voleva Davos per la foto con Trump.
E così la premier che doveva essere “autorevole” scopre una verità antica: l’autorevolezza non è farsi invitare. È sapere cosa stai firmando.
L'immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell'Ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare il gesto della sigaretta per richiamare l’attenzione dei media. E per dire che non ci stancheremo di gridare donna, vita, libertà.
As Dr. Martin Luther King, Jr. taught us, darkness cannot drive out darkness, and hate cannot drive out hate. Only light and love can do that. So today, let’s remember our responsibilities to march hand in hand, to stand peacefully with dignity and purpose in the ongoing fight for justice. To organize. To mobilize. To vote. To believe, no matter how far away the mountaintop might feel, it is in our capacity to change our communities and our country for the better.
Il quattro dicembre di nove anni fa abbiamo perso il referendum costituzionale. Nonostante la delusione per la sconfitta, ho un ricordo meraviglioso di quella esperienza. Soprattutto della partecipazione di tanti che ci hanno creduto. Negli anni del mio Governo abbiamo riacceso una speranza: l’idea che le cose potessero cambiare, dalle riforme sociali a quelle civili, dalla cultura alle tasse, dal lavoro alla scuola. L’idea di fondo era quella di un’Italia basata sul merito dove si andava avanti perché si conosceva qualcosa, non perché si conosceva qualcuno. La sconfitta del referendum ha bloccato quel percorso di cambiamento della società: è tornato il mondo di prima, dal CNEL all’amichettismo, dall’immobilismo alla conservazione dello status quo. Nove anni dopo, sono grato per i doni che la vita mi ha regalato e continua a regalarmi: sono forte e fortunato, lotto per gli ideali di quando ero ragazzo, imparo cose nuove ogni giorno. Mando un abbraccio a chi nove anni fa è andato a letto triste, deluso, rassegnato: amici, abbiamo perso una battaglia ma abbiamo conservato la libertà. E soprattutto manteniamo il cuore lieto e grato. Quella sera mi sono dimesso da tutto, sono ripartito da zero e dopo un lungo percorso oggi mi sento felice e rinato. Mi auguro che l’Italia conosca presto una stagione di riforme e di cambiamento come quella di quegli anni. E che i più giovani possano vivere in un Paese che crede nel merito e nel talento senza bisogno di fuggire all���estero. Grazie a tutti
V.S.O.P. was a #jazz supergroup formed by Freddie Hubbard, Ron Carter, Tony Williams, Herbie Hancock, and Wayne Shorter, considered a reincarnation of Miles Davis's legendary quintet. V.S.O.P. was formed in 1976 as an attempt to reunite Miles Davis's Second Great Quintet.
Le immagini che ci arrivano dal Sudan sono relativamente poche. E quelle che raccontano meglio la gravità degli eventi sono troppo dure per poterle mostrare in tv o mettere in pagina sui giornali. Un esempio: la foto di una mamma e del suo bambino impiccati allo stesso albero.
150 mila morti in Sudan non li riusciamo a contemplare. La più grande crisi umanitaria del mondo, la più grande crisi di sfollati e di affamati del mondo, finché è descritta soltanto a parole non buca la nostra attenzione.
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La guerra in Sudan è cominciata il 15 aprile del 2023 perché il generale a capo di una milizia paramilitare - le Forze di supporto rapido (Rsf) - ha sfidato il capo dell’esercito regolare con l’ambizione di prendersi tutto il Paese.
I miliziani delle Rsf usano la guerra come un pretesto per uccidere e stuprare nelle aree etnicamente africane, in un Paese che oggi è a maggioranza araba.
Alcune vittime degli stupri etnici, che sono riuscite a scappare in Ciad, hanno raccontato che, durante le violenze, lo slogan degli stupratori era: “I vostri figli saranno arabi”. Oppure: “Quest’anno tutte le ragazze di qui saranno incinte dei figli dei Janjaweed”.
Janjaweed significa “I demoni a cavallo”. È il vecchio nome delle Forze di supporto rapido, che poi lo hanno cambiato per darsi un tono più serio ma senza rivedere di conseguenza i loro metodi.
Vent’anni fa i Janjaweed furono responsabili di una campagna di uccisioni di massa di persone nere che fece 300 mila morti e che non fu considerata un genocidio. Ora ce n’è un’altra, che va avanti da due anni.
Due giorni fa le Rsf sono entrare nella città di al Fasher, dove si erano riversati centinaia di migliaia di persone etnicamente africane in fuga, perché era l’unica grande città della zona dove i miliziani non fossero ancora arrivati.
Nelle immagini satellitari ad alta risoluzione si vedono grosse chiazze di sangue nella sabbia che indicano i punti delle città dove, nelle ultime 48 ore, sono avvenute le uccisioni. Ma le immagini più esplicite sono altre: le esecuzioni postate sui social network dagli stessi miliziani.
Si ascolta qui:
Rest in peace, Jack DeJohnette.
It is with a heavy heart that we acknowledge the passing of the legendary drummer, pianist and composer Jack DeJohnette….
Initially, his death was reported with confusion and lack of verification — rumours circulated, details were uncertain. Now, with confirmation that Jack has indeed left us, the sadness deepens.
Jack’s influence on jazz and beyond cannot be overstated. From his early days in Chicago, to his pivotal work with Miles Davis on albums such as Bitches Brew, to his own groundbreaking ensembles and recordings: he brought colour, depth and intelligence to his craft.
Thank you, Jack — for showing us how drums can sing, how rhythm can voice meaning, how a musician can keep evolving until the end.