Prima o poi doveva succedere.
È stato un percorso lungo, ma ho preso la mia decisione.
E mentre aspetto di scendere in campo per l’ultima volta la mia mente corre a quando tutto è iniziato.
A quel “soldo di cacio” che crebbe mangiando gnocchi, lasagne e salsicce.
Ogni anno il 26 gennaio suona una sveglia: tutto è cambiato eppure niente è cambiato. Spiegarlo è impossibile senza rischiare di apparire pazzi o profondamente disillusi. O forse entrambe le cose. È uno spiffero d’aria gelata che continua ad entrare, imperterrito, solo che non riusciamo a trovarlo.
È qualcosa che è successo a decine di migliaia di chilometri da qui, ad una persona che non conoscevamo e che eppure era un metronomo involontario della nostra canzone. È la fine delle cose per come le conosciamo, è l’interruzione della giovinezza, le colonne d’Ercole dell’innocenza. Per gente come noi è uno spartiacque, è il nostro uomo sulla luna, però al contrario. È una polaroid del destino, è il sipario che cala mentre gli Dei si cambiano d’abito, è il contenuto per il contenitore. Eppure al contempo è profondamente illogico questo nostro attaccamento, è irrazionale.
Quello iniziato da poche ore è il sesto anno della nostra vita senza Kobe. Per molti è stato un riferimento, non con accezioni positive o negative, ma nel senso specifico di un punto fisso in un paesaggio in movimento. È cambiato rimanendo fermo, “the same, but different”, accompagnando in un certo qual senso la parabola di una generazione, passando da Campione della gara delle schiacciate a vincitore del Titolo, a MVP, a leader più mentale che fisico ed infine a leggenda. Ci piacerebbe dire che Bryant è stato un compagno di strada, per molti di noi, anche se suona un po’ isterica e maniacale come affermazione, anche se sentiamo che in un certo senso c’è un fondo di verità in tutto questo.
Fatto sta che a distanza di cinque anni fa ancora un effetto strano svegliarsi il 26 gennaio, e sapere che lui non c'è.
Ho la fotografia più bella della mia vita, il
cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, in questi 21 giorni, che sarei stata a casa oggi. Grazie