Ryan Murphy says a ‘GLEE’ reboot may be happening.
“I just finished the script a hour ago… I’ve been in touch with around 10 of the original cast members.”
(Source: @etnow)
ma come fa Velasco a rimanere fermo immobile io mi sarei strappata i capelli in diretta prima ancora della fine dell'azione solo per quel piede messo lì di fers
Alice Rohrwacher is set to direct a film adaptation of Italo Calvino’s coming-of-age novel “The Baron in the Trees.”
It revolves around a 12-year-old baron, who after a dispute with his father, climbs up a tree and remains there for the rest of his life.
https://t.co/v51CEv8L9V
IN CHE SENSO ELODIE AL MARRA BLOCK PARTY E STA CANTANDO NIENTE CANZONI D'AMORE CON MARRACASH NON CI POSSO CREDERE ODDIOLFVALBFLHTASGBLSGBSGBGABLAFBLFBAAFBKAFBKFBKAFBKFB
Matteo Rizzo: “Le parole di #Gravina? Ridurre il tema al fatto che “solo il calcio è professionistico” è una lettura burocratica, non sportiva.
Il riconoscimento giuridico non è una medaglia da esibire, ma una responsabilità. E se uno sport viene definito professionistico, allora deve esserlo davvero: nella governance, nell’organizzazione, nella programmazione, nella credibilità, nella cultura sportiva, nella tutela degli atleti, nel merito e nei risultati.
Ed è proprio qui il punto.
Il professionismo non è un’etichetta, ma un modo di essere: serietà, visione, competenza, responsabilità, autocritica, capacità di costruire e di rappresentare un Paese con credibilità.
Per questo sostenere che “gli altri sono dilettanti” è non solo sbagliato, ma anche irrispettoso verso un sistema sportivo italiano che dimostra l’opposto. Esistono discipline che, pur senza riconoscimento formale, operano a livelli altissimi di professionalità: preparazione scientifica, staff qualificati, pianificazione, sacrificio, cultura della performance e risultati concreti.
E i risultati parlano chiaro.
Le medaglie olimpiche e paralimpiche, estive e invernali, raccontano di un’Italia che eccelle ben oltre il calcio. Sono la prova che il valore dello sport italiano si fonda su un sistema ampio, spesso poco visibile ma estremamente solido.
Lo vediamo nel tennis, nel motorsport, nelle discipline olimpiche e paralimpiche: contesti dove magari ci sono meno riflettori, ma spesso più sostanza.
La domanda allora è semplice: ha davvero senso continuare a identificare il professionismo solo con il calcio?
Perché oggi il professionismo reale è diffuso: nelle discipline che competono ai vertici mondiali, in quelle che producono medaglie, in quelle che costruiscono cultura sportiva ogni giorno, spesso con meno risorse ma con maggiore rigore.
Il tema non è chi ha il “bollino”.
Il tema è chi incarna davvero il professionismo.
Si può essere professionistici per legge e non esserlo nella sostanza.
E si può non esserlo formalmente, ma vivere da professionisti ogni giorno.
Proprio per questo il calcio italiano, che ha più risorse, visibilità e potere, dovrebbe essere il modello del sistema sportivo nazionale: per organizzazione, meritocrazia, visione, tutela del talento, cultura sportiva.
E invece troppo spesso accade il contrario: si rivendica lo status, ma non sempre si accetta la responsabilità che comporta.
Va detto con chiarezza: se sei l’unico sport riconosciuto come professionistico, non puoi esserlo solo sulla carta. Devi dimostrarlo nei fatti, nelle scelte, nei comportamenti, nei risultati.
Il professionismo non si proclama. Si dimostra.
E sia chiaro: questa non è una critica ai calciatori.
Gli atleti sono professionisti veri. Si allenano, si sacrificano, si espongono, portano sulle spalle pressioni enormi e il peso simbolico di un Paese. Meritano rispetto, sempre.
Spesso, però, operano dentro un sistema che non li supporta abbastanza, che non li tutela come dovrebbe e che non sempre li mette nelle condizioni ideali per esprimersi.
Se serve più umiltà, allora, non va chiesta a chi scende in campo.
Va chiesta a chi guida, a chi decide, a chi governa.
Perché gli atleti hanno bisogno di strutture all’altezza del loro sacrificio. E chi dirige dovrebbe saper ascoltare, assumersi responsabilità e imparare anche dagli altri sport, invece di guardare il resto del movimento dall’alto in basso.
Oggi in Italia molti sport dimostrano una verità semplice:
il professionismo non è un titolo, è un comportamento.
E il rispetto non si pretende. Si conquista.
Il calcio non ha bisogno di sentirsi superiore.
Ha bisogno di tornare a essere all’altezza di ciò che rappresenta.