Cinque donne. In dodici mesi, cinque. Nessun uomo.
Le prime due le hanno cacciate e l’hanno chiamata promozione. La terza è passata al privato. La quarta è tornata dal marito malato. La quinta, ieri, è tornata dai figli.
Karoline Leavitt, ventotto anni. A dicembre ringraziava Trump e Susie Wiles per l’ambiente amico della famiglia costruito alla Casa Bianca. Tre mesi dopo il parto scrive che non riesce a essere la madre che i suoi due bambini meritano.
Rileggetela, quella frase. Non ha scritto che il lavoro è disumano. Non ha scritto che il capo ad aprile le aveva dato della incapace davanti a tutti. Ha scritto che la sbagliata è lei.
Questo è il punto. Non il licenziamento, la confessione. Il patriarcato che funziona non ti caccia, ti convince. Ti mette addosso una colpa che non passa mai, la colpa verso i figli, e aspetta. Poi quando molli ti ringrazia commosso davanti a tutti e mette un uomo alla tua scrivania. Cinque volte su cinque.
Vannacci vende la stessa merce con meno diplomazia. Le donne al loro posto, la famiglia naturale, il resto è ideologia. Voi ridete delle sue medaglie. Io guardo Washington e vedo il modello già in funzione, con i sondaggi favorevoli.
L’articolo 51 dice parità di accesso agli uffici pubblici. Non dice istinto materno. Ma nessuna Corte annulla una dimissione volontaria, e loro lo sanno. Per questo non serve toccare la Costituzione. Basta rendere insostenibile restare.
Non torna con gli stivali e il manganello. Torna con un post commosso e la parola famiglia scritta in maiuscolo.
"È stata un’avventura straordinaria. Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese.
Un grande abbraccio".
4 anni fa ci lasciava Piero Angela.
Rastrellamento
L'ho letta in fila alla posta, sul telefono, e mi è salita una rabbia tale che ho perso il turno. Vannacci presenta Carmelo Burgio come candidato sindaco di Milano e spiega che quello saprebbe come rastrellare Rogoredo. Cinque giorni prima aveva già proposto di mandarci l'esercito, identica parola. Chi la pronuncia due volte in una settimana l'ha scelta.
Un generale conosce la differenza tra controllo del territorio e rastrellamento come io conosco quella tra un caffè e una camomilla. Sa benissimo cosa evoca. Le porte sfondate alle cinque del mattino, i camion fermi con il motore acceso, i nomi letti a voce alta da una lista. Non mi interessa cosa intendesse davvero. Mi interessa perché ha avuto bisogno di dirla, e di dirla a Milano.
Ieri a piazzale Loreto si commemorava l'eccidio del 10 agosto 1944, quindici uomini fucilati e lasciati per ore sull'asfalto perché la gente passasse a guardarli. Nello stesso giorno l'Anpi milanese ha dovuto rispondere a un ex generale che parla di rastrellamenti. La storia ogni tanto risparmia le metafore. Le basta un calendario.
Oggi esce il programma di Futuro Nazionale. Remigrazione in ventidue misure, cittadinanza dopo vent'anni, destra identitaria pura e vitale, abrogazione della legge Mancino perché sarebbe una legge bavaglio. Prima si indica chi deve andarsene. Poi si irrigidisce la cittadinanza, torna in circolo la parola rastrellamento, e alla fine si chiede di cancellare le norme contro la propaganda razzista e l'istigazione alla violenza, oggi articoli 604-bis e 604-ter. Prima stacchiamo l'allarme, poi entriamo.
Questa Repubblica non è nata da un convegno. Ragazzi ammazzati nei fossi, uomini appesi ai lampioni, donne messe contro un muro. Gli operai della Breda e della Falck presi dopo gli scioperi del marzo 1944 e spediti a Mauthausen. Ci sono lapidi davanti alle quali passiamo da anni senza vederle. Sotto i nomi, a volte, c'è l'età. Diciannove. Ventidue. Ventisei. Sono morti anche per lasciarci il lusso di dimenticarli.
Ottant'anni dopo uno pronuncia quella parola, incassa gli applausi, vende libri, sta al sette per cento nei sondaggi, e i giornali scrivono che ha il coraggio di dire le cose. Il coraggio era nascondere qualcuno in cantina con i tedeschi che bussavano di sopra. Dire rastrellamento davanti a una telecamera, con la scorta che aspetta fuori, non costa niente a nessuno tranne che ai morti. È una schifezza, chiamiamola col suo nome.
Vannacci si muove sul filo del rasoio e lo sa benissimo. Misura la parola, la lascia cadere, poi spiega di aver detto altro. Nessun saluto romano, nessun manganello. Il fascismo del 2026 non ha bisogno dell'orbace, gli bastano un vocabolario, un partito al sette per cento e un ceto politico che guarda altrove. Chi aspetta il braccio teso aspetterà comodo fino alla fine.
La legge, intanto, esiste. La dodicesima disposizione finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. La Scelba dice quando quella riorganizzazione prende forma: quando un'associazione, un movimento o un gruppo di almeno cinque persone persegue le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista attraverso le condotte indicate dalla legge. Tra queste ci sono l'esaltazione della violenza come metodo di lotta politica, la richiesta di sopprimere le libertà garantite dalla Costituzione, la denigrazione della democrazia e dei valori della Resistenza, la propaganda razzista. Non devono esserci tutte insieme. Quel testo è del 1952. Lo scrisse un Parlamento che aveva ancora addosso la guerra.
Lo scioglimento viene dopo e richiede una sentenza. Solo allora il ministro dell'Interno, sentito il Consiglio dei ministri, ordina scioglimento e confisca; nei casi straordinari di necessità e urgenza previsti dalla stessa legge può intervenire il Governo con decreto-legge. Nessuno scioglie un partito domattina per una frase, sarebbe falso pretenderlo. La sentenza però non arriva da sola. Prima vengono i fatti, poi gli accertamenti, poi eventualmente la magistratura. Vuota non è la legge.
Togliamo di mezzo anche l'altra favola, quella dell'intoccabile. L'immunità europea non è un salvacondotto sulla persona: tutela le opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari e, quando opera, l'autorità nazionale competente può attivare la procedura per chiederne la revoca al Parlamento europeo. Le garanzie servono, e in uno Stato di diritto servono soprattutto per chi ci sta antipatico. Raccontarle come una corazza invalicabile trasforma una procedura in un alibi.
Piantedosi, non ti chiedo di mettere fuori legge chi non mi piace. Ti chiedo dove passa il confine. Rastrellare basta? Remigrazione no? Chiedere di abolire le norme sull'odio razziale nemmeno? Qual è la parola dopo, che almeno ci prepariamo. Dillo, mettilo per iscritto, firmalo. Il mestiere delle istituzioni è tracciare il limite prima che qualcuno scopra che non c'è più.
Nel frattempo tocca a te che leggi, e non è roba nobile. Andare alle commemorazioni anche ad agosto, anche se siete in venti e si suda. Contestare quella parola ogni volta che la senti, in televisione, al bar, nel gruppo di famiglia dove c'è sempre il cognato, sapendo che la discussione non la vinci. Iscriversi all'Anpi, roba da vecchi finché non serve. Guardare, prima di votare, chi si allea con chi. Nessuno ti applaudirà. Costa poco oggi, costava la vita a chi ce l'ha lasciato in eredità.
Il silenzio non è prudenza. Prudenza è scegliere le parole quando hai qualcosa da perdere. Il silenzio davanti a certe parole è lasciarle entrare, sedersi, prendere confidenza, finché nessuno ricorda più perché facevano paura. È già successo. Ricordiamo i nomi di chi disse no. Sarebbe ora di ricordare anche quelli degli altri.
Anche stavolta, come sempre, dovevi battermi sul tempo. Non posso, non devo mai pensarti lontano, ma sempre qui come alle Dame, al Tenco o da Vito, burbero, dilagante, geniale, eterno amico mio: comincia a versare vino. Non fare che ti raggiunga con il bicchiere vuoto.
Roberto
At first glance, this looks like nothing more than two lovers holding each other against a garden wall. But look at what her hands are doing...
The painting is by John Everett Millais, and the scene is set in Paris, on a specific and terrible date: the 24th of August, 1572, the eve of the St. Bartholomew’s Day Massacre, when thousands of French Protestants, the Huguenots, were slaughtered in the streets by their Catholic countrymen.
On that night, there was only one way for a man to be spared: if he tied a white cloth around his arm, a sign that he was a Catholic, the killers would pass him by.
The man in this painting is a Huguenot. And the woman who loves him is desperately trying to save his life... she is winding a white band around his arm, gazing up at him, pleading with him to just wear it, to tell the small lie that will let him live and stay with her.
But gently, without anger, he is stopping her. With one hand he loosens the cloth she is tying. He will not wear it. To wear it would be to deny his faith, to save his body by betraying his soul, and he cannot do it, not even for her, not even to live.
Millais fills the scene signs of what is coming: she wears a ring, he wears none, a marriage that will never happen. And the two of them are pressed so close that you cannot tell, at a glance, whether this is an embrace or a struggle. It is both. It is a woman trying to hold a man in this world, and a man who has already made his peace with leaving it…
Il metodo è vecchio e si riconosce a occhio nudo. Serve un nemico interno, deve essere debole, non deve poter rispondere. Il migrante non ha voto, non ha giornali, non ha un sindacato, non ha un’ora in prima serata per replicare. È il bersaglio perfetto perché è disarmato. Prendersela con chi non può reagire, in qualunque cortile di scuola, ha un nome preciso, e chi lo faceva veniva chiamato per quello che era. Farlo da Palazzo Chigi non lo rende politica, lo rende soltanto impunito.
Sanno di mentire, ed è questa la parte che non merita mezza parola di comprensione. Sanno che l’affitto a Torino non lo alza chi consegna le pizze in bicicletta. Sanno che il pronto soccorso è in ginocchio perché mancano medici e infermieri, e mancano per scelte scritte nei loro documenti di finanza pubblica. Sanno che i salari reali sono sotto il livello del 2021. Lo sanno e indicano il gommone lo stesso, ogni settimana, con la puntualità di un turno di fabbrica.
Berlusconi vendeva il comunista quando i comunisti non c’erano più, perché un fantasma non querela. Poi è toccato ai magistrati, la mossa di chi vuole togliere l’arbitro dal campo prima di truccare la partita. Salvini ci ha messo la ruspa, il rosario, il nemico quotidiano. Meloni ha fatto il salto vero, ha smesso di improvvisare. La paura è finita dentro i decreti. È finita nei centri in Albania, costruiti per restare vuoti a spese nostre. È arrivata in bocca a un ministro che parla di sostituzione etnica, che è il lessico di Renaud Camus, quello dei manifesti degli attentatori. Amministrazione ordinaria, non più sfogo da comizio. Un partito nato dai reduci di Salò, che la fiamma non l’ha mai tolta dal simbolo, ha portato al governo il vecchio mestiere e lo ha reso procedura. Possono rifiutare la parola quanto vogliono. Rispondono ai fatti.
La merce va venduta dove costa meno venderla. Non nei quartieri buoni. Nelle periferie, nei paesi svuotati, dai penultimi. Da chi ha già perso quasi tutto, e a cui si offre l’unica cosa che il potere regala gratis, qualcuno da guardare dall’alto. Povero contro più povero, così nessuno alza gli occhi. Un imbroglio a spese di chi ha già pagato, servito da gente che si presenta come il popolo mentre lavora per il contrario.
Quattro anni. Cosa resta? Niente sulla sanità, niente sull’industria, niente sui salari. Restano le nomine, i cognati, i cerchi magici, i fedelissimi promossi per obbedienza e non per competenza, la Rai occupata come un cortile di casa. Chiamarla incapacità è troppo generoso, l’incapacità è involontaria. Qui c’è un mestiere svolto con applicazione: non si governa il paese, si governa l’umore del paese, perché l’umore basta a farsi rieleggere e il paese no.
Il conto lo pagano i ragazzi che stanno crescendo dentro questa lingua. Imparano che l’estraneo è un pericolo, che la pietà è ingenuità, che il vicino con la pelle scura è una questione di ordine pubblico. Queste cose non si tolgono con un’elezione. Restano addosso per una generazione.
Infame è la parola esatta. Avevano davanti una ferita e hanno calcolato che infettarla rendeva più che curarla.
This is one of the most beloved paintings in America, and it puts its finger on something we all pass through, first as the child, and one day as the parent left behind...
The painting is Breaking Home Ties, by Norman Rockwell, on the cover of the Saturday Evening Post in 1954. A father and his teenage son sit side by side on the running board of a battered farm truck, waiting at a railway stop. A single track runs along the bottom of the picture. A ticket pokes from the boy's pocket. His suitcase is stacked with schoolbooks and wears a "State U" pennant. The train is coming to carry him off to college, away from home, for the first time in his life.
Everything is in the way they sit.
The son sits upright, scrubbed and dressed in his best, eyes fixed on the horizon, on the track, on the future rushing toward him. He is already half gone. For him that train is the beginning of everything.
His father sits beside him in worn work clothes and scuffed boots, looking the other way, down the line, as if he cannot bear to watch it arrive. The same train means the opposite thing to him. For the son it is the start of a life. For the father it is the day the house grows quieter, the chair at the table sits empty, and the person he built his world around walks out into a life that no longer has him at its centre.
Look at his hands. He is holding two hats. His own battered one, and resting on top of it, his son's crisp new one, held carefully together, because it is the last small thing he can still do for the boy...
And then the dog, its head laid in the son's lap, gazing up, refusing to look away. Rockwell knew exactly what that was for: "The father couldn't show how he felt about the boy's leaving," he said. "The dog did."
It has moved people for 70 years because every leaving is a beginning for one person and an ending for another. The child steps out into the world, as they should. And someone stays behind, watching them go, and loving them enough to let them go anyway...
Dopo aver visto all'opera 44 governi posso dire che la classe politica di oggi rappresenta senza dubbio una delle peggiori espressioni della nostra storia repubblicana: superficiale, approssimativa e del tutto incapace di verificare i fatti prima di parlare.
Sheldrick Wildlife Trust es una de las organizaciones de conservación más famosas y respetadas de África, conocida mundialmente por su trabajo pionero en el rescate, rehabilitación y reinserción de elefantes huérfanos. No dejar a ningún elefante atrás, es un valor bajo el cual viven los elefantes: son increíblemente leales y solo abandonarán a los suyos en las circunstancias más extremas. Durante la sequía, la búsqueda de agua de una madre y su cría se convirtió en una trampa mortal. Atrapada sin escapatoria, la madre continuó protegiendo a su pequeño de la única manera que podía: escudándolo con su trompa. Su bebé fue igualmente valiente, corriendo de vuelta hacia su madre y negándose a apartarse de su lado.
Fue una operación monumental rescatar a la pareja, en colaboración con el Servicio de Vida Silvestre de Kenia (KWS), pero lograron liberar tanto a la madre como a la cría. 🐘❤️
Today at noon thousands of red rose petals will flutter down through the oculus of the Pantheon in Rome. This spectacular tradition is held each year on the feast of Pentecost.
Da gennaio a luglio di quest’anno, siamo nel 1572, mi daranno come ricompensa una “pensione” di due ducati al mese.
Il minimo dopo quello che ho fatto.
E soprattutto dopo quello che ho subito.
Quando è successo?
Pochi mesi fa.
Una domenica.
Esattamente il 7 ottobre 1571