La critica politica è legittima. L’umiliazione personale no. Spero che questa vicenda abbia insegnato a tutti qualcosa. Quando il confronto politico viene sostituito dalla derisione e dall’insulto, perde la politica e perde il dibattito pubblico. Quando poi il bersaglio è una donna, il linguaggio di Trump diventa spesso ancora più volgare e aggressivo. Lo abbiamo visto in diverse occasioni nei confronti di deputate, giornaliste e figure pubbliche. Oltre al fatto che ha già dimostrato più volte di non risparmiare alcun leader europeo e non, da offese e attacchi di cattivo gusto. Ha fatto bene @GiorgiaMeloni a cui va la mia solidarietà, a rispondere con fermezza, respingendo quelle affermazioni senza scendere sullo stesso piano. Perché le differenze politiche si discutono e si contestano nel merito. Le provocazioni invece, qualificano soltanto chi li pronuncia.
C’è una confusione sempre più pericolosa nel dibattito pubblico contemporaneo, la tendenza a sovrapporre l’arte alla politica fino a renderle indistinguibili. Eppure non lo sono. La politica vive di interessi, schieramenti, strategie, rapporti di forza. L’arte, invece, nasce proprio dove i confini si rompono. È uno dei pochi territori umani che dovrebbe restare libero per definizione. Questo non significa che l’arte sia neutrale. Non lo è mai stata. La musica, il cinema, la letteratura, il teatro hanno sempre raccontato il potere, denunciato ingiustizie, acceso coscienze. Le arti possono trasformare una società, sensibilizzare, creare empatia. Ma possono farlo soltanto se rimangono libere di esprimersi, anche quando disturbano, anche quando provengono da luoghi o contesti politici che non approviamo. Negli ultimi anni assistiamo invece a un crescendo di boicottaggi contro artisti, musicisti, attori, registi. Non si giudica più l’opera, ma il passaporto. Non si ascolta più una voce, la si colloca immediatamente dentro una colpa collettiva. È una deriva che dovrebbe preoccuparci profondamente. Perché colpire gli artisti di un Paese significa spesso colpire proprio la parte più libera, critica e vitale di quella società. Gli artisti non coincidono con i governi da cui provengono. Anzi, molto spesso sono coloro che più hanno sfidato quei governi, che hanno pagato il prezzo del dissenso, che hanno provato a costruire ponti culturali laddove la politica costruiva muri. Possiamo e dobbiamo essere critici verso governi autoritari, guerre, violazioni dei diritti umani. Il silenzio davanti alle ingiustizie non è neutralità: è complicità. Ma trasferire automaticamente quella condanna sugli artisti è un errore morale e culturale enorme. Se adottassimo davvero questo principio in modo coerente, allora dovremmo bandire artisti provenienti da ogni Paese governato da leader autoritari o da forze estremiste o da monarchie. Dovremmo cancellare festival, cinema, orchestre, mostre provenienti da metà del mondo. Dovremmo forse smettere di leggere autori americani per le guerre degli Stati Uniti? O rifiutare artisti europei perché in Europa avanzano le destre estreme? È evidente l’assurdità di questa logica. Ed è qui che emerge la doppia morale del nostro tempo: alcune colpe diventano imperdonabili, altre tollerabili; alcune identità vengono associate automaticamente al potere, altre no. La cultura finisce così per essere usata come terreno simbolico di punizione selettiva, anziché come spazio di confronto e complessità. Ha ragione Boris Cyrulnik che ascoltavo stamattina, quando parla dell’epoca del “pensiero pigro”. Viviamo in un tempo in cui non abbiamo più bisogno di fare lo sforzo del dubbio. Non abbiamo bisogno di incontrare davvero l’altro, di dialogare, di leggere, di approfondire. Ci basta aderire a certezze già confezionate, slogan immediati, verità distribuite in forma semplificata e raramente verificate. Ed è proprio qui che inizia la sottomissione al linguaggio autoritario: quando rinunciamo alla complessità per rifugiarci nella comodità della condanna automatica. Quando smettiamo di distinguere tra un governo e un artista, tra propaganda e creazione, tra responsabilità individuale e colpa collettiva. Beati quelli che hanno sempre certezze. O forse no!
Personalmente, io di certezze ne ho poche. Ho però dei valori. E sono due cose profondamente diverse. Le certezze spesso chiudono; i valori, invece, orientano. Tra i miei valori c’è la libertà dell’arte. La libertà di creare, di esprimersi, di raccontare il mondo anche da prospettive scomode o imperfette. Perché senza questa libertà, l’arte smette di essere arte e diventa solo un’estensione del consenso. L’arte non dovrebbe essere un’estensione delle sanzioni geopolitiche. Dovrebbe essere esattamente il contrario: uno degli ultimi luoghi in cui gli esseri umani possono ancora incontrarsi al di là delle appartenenze nazionali, ideologiche o religiose. Chi crea arte non rappresenta uno Stato come farebbe un ambasciatore. Rappresenta una sensibilità, una ricerca, una voce individuale. E quando iniziamo a chiedere agli artisti certificati di purezza politica per poter esistere pubblicamente, stiamo entrando in un territorio molto pericoloso: quello in cui la cultura smette di essere libera e diventa accettabile solo se conforme. In un’epoca in cui crescono nazionalismi, estremismi e autocrazie, avremmo bisogno di più arte, non di meno. Più dialogo culturale, non più esclusioni. Perché la cultura non è ciò che difende il potere, spesso è ciò che lo mette in discussione. E forse dovremmo ricordarci una cosa semplice: censurare un artista o escluderlo, è quasi sempre molto più facile che ascoltarlo davvero.
Mientras la Unión Europea siga los lineamientos -bajo un criterio eminentemente neocolonial- del actual gobierno Español en todos los temas que tienen que ver con #Venezuela - y Latinoamérica en general- , seguirá siendo errática en su proceder y retrasa algo que será inevitable: La Libertad.
Aquí mi más reciente artículo para @elindepcom
Now that the Super Bowl is over and everyone has had their say about Bad Bunny’s performance, it would be nice if people could calmly go back to doing their jobs and leave this Benito alone, before turning him into yet another excuse for an ideological street fight.
In the United States, they’ve already started, calling his show “too multicultural.” In the U.S. Too multicultural. At a time when “America First” is being loudly invoked. What “America First” is actually supposed to mean, however, has never been entirely clear. In this society obsessed with “first,” there’s only one thing I’m sure of: sooner or later, we’ll have to reckon with reality. And it won’t be easy, considering the level of intellectual evacuation currently on display.
Nel #Rojava, il popolo curdo porta avanti da anni un’esperienza unica di libertà, democrazia dal basso, convivenza tra popoli ed emancipazione delle donne. Un progetto nato in mezzo alla guerra, oggi messo in pericolo da attacchi militari, repressione e silenzio internazionale. Stamattina a Bruxelles, davanti al Parlamento europeo, si è tenuta una manifestazione per denunciare quanto sta accadendo e chiedere responsabilità, protezione e diritti per il #popolocurdo. Difendere il Rojava, significa difendere la libertà, l’autodeterminazione e la dignità. #freerojava
Innanzitutto le vite umane.
Sono stanca di questo metro di misura che fa sì che una vita conti più di un’altra. È una stanchezza profonda, morale, che nasce dall’osservare un mondo in cui il valore dell’essere umano sembra dipendere dalla geografia, dalle alleanze, dalla convenienza politica.
Nel mondo di oggi la democrazia, pur esistendo ancora in alcuni Paesi, vive dentro limiti sempre più evidenti e sembra essere diventata l’eccezione più che la regola. E' chiaro, credo a tutti, che siamo sempre più spesso nelle mani di autocrati con un ego smisurato, capaci di condizionare il destino di milioni di persone senza reali contrappesi. È diventato stancante anche appellarsi costantemente al diritto internazionale, perché da solo non basta. Manca iniziativa politica vera: multilaterale, seria, efficace. Serve il coraggio di parlare apertamente di una riforma della Carta dell’ONU e di dirci, con onestà, che non tutto si risolve con le sanzioni, né tantomeno con i mandati di arresto della Corte Penale Internazionale. Anche su questi organismi andrebbe aperta una discussione reale, non ideologica. Perché per la piega che il mondo sta prendendo, certi organi o riescono a funzionare, pur tra enormi ostacoli, oppure rischiano di diventare semplici luoghi di gestione dello status quo, utili più a garantire equilibri e posizioni che a produrre risultati concreti. Sarò anche radicale in questa analisi, ma alla fine sono i risultati a parlare più forte di qualsiasi dichiarazione. Il problema, inoltre, non è solo ciò che condanniamo, ma ciò che scegliamo di non vedere. Le indignazioni a geometria variabile svuotano di senso parole come diritti umani, giustizia, pace. Quando il valore delle vite diventa selettivo, anche i principi smettono di essere universali. Il campismo non è una novità, è sempre esistito. Ma in passato poggiava su fondamenta diverse. Esistevano ideologie strutturate, partiti capaci di rappresentare interessi sociali riconoscibili, visioni del mondo coerenti, giuste o sbagliate che fossero. Oggi quelle fondamenta non ci sono più. Sinistra e destra, così come le abbiamo conosciute, appaiono entrambe largamente incapaci di leggere una realtà che si regge su parametri nuovi: economici, tecnologici, geopolitici, demografici. Continuare a interpretare il presente con categorie svuotate non è solo inefficace, è fuorviante. In questo vuoto, il campismo non libera nessuno, serve solo a giustificare l’ingiustificabile, a chiedere silenzi, a sostituire l’analisi con l’appartenenza. È una verità amara, ma necessaria. La sensazione diffusa è che ogni Paese vada in una direzione propria. L’Europa è messa male e non possiamo continuare a scaricare le responsabilità all’esterno o sui “vecchi alleati”. La nostra classe dirigente, in tutti questi anni, ha dimostrato di pensare più alla conservazione dello status quo che alla prosperità, alla democrazia, ai reali bisogni dei cittadini. Ma una parte di responsabilità è anche nostra. Nell’abitudine all’orrore, nell’indifferenza, nel delegare tutto, nel ricordarci dei valori solo quando conviene. Una democrazia si indebolisce anche quando i cittadini smettono di pretenderla. Forse il primo passo non è scegliere un nuovo campo, ma rifiutare definitivamente le letture binarie. Rimettere al centro un principio semplice e radicale: la vita umana come valore non negoziabile, indipendente da alleanze, interessi e convenienze. Ricostruire spazi politici realmente multilaterali, capaci di agire e non solo di dichiarare. Riformare le istituzioni internazionali perché tornino ad avere efficacia, responsabilità e legittimità. Senza questo, il diritto resta lettera morta e la politica un esercizio retorico, e nessuna riforma, nessuna istituzione, nessun ordine internazionale può reggere. La vera domanda, allora, non è quale ordine mondiale vogliamo difendere, ma se abbiamo ancora il coraggio di immaginarne uno diverso. E soprattutto, chi è davvero disposto a pagare il prezzo politico di quel cambiamento?
Senza una politica all’altezza del presente, non esistono principi che tengano.
Sinceramente, il voto dei 5 Stelle non sorprende, e mi astengo da ogni polemica a riguardo.
L’importante è che la mozione sia passata e che qualcosa, finalmente, si possa fare per sostenere il popolo iraniano. Non è molto, di fronte all’orrore di questo regime e alle tante vite spezzate, giovani donne e uomini che chiedevano libertà, diritti, futuro. Non restituirà quelle vite purtroppo, non fermerà da sola la repressione. Ma dire pubblicamente da che parte stare, oggi, è già una forma di resistenza. È un segnale per chi lotta, per chi non può parlare, per chi continua a pagare un prezzo altissimo per la libertà. E questo segnale non è inutile. Quindi grazie @stefaniacraxi per aver presentato e promosso la mozione ❤️
FORO PENAL ANTE LAS DECLARACIONES DEL PRESIDENTE DE LA ASAMBLEA NACIONAL, JORGE RODRÍGUEZ, DE FECHA 13 DE ENERO DE 2026
El presidente de la Asamblea Nacional, Jorge Rodríguez, ha afirmado hoy en el parlamento de nuestra nación que nuestra ONG, “…les cobra a las personas para tramitarles el tema de las
liberaciones, les cobra dinero, de forma artera, de forma mezquina, una basura esa forma como el Foro Penal utiliza la situación de personas privadas de libertad…”. Luego, le expresó a los diputados presentes que les ponía a la “...absoluta y total disposición…” las listas de los excarcelados.
Sobre estas afirmaciones, destacamos lo siguiente:
1) No es cierto que nuestra ONG exija pago alguno por la asistencia legal gratuita, a nivel nacional e internacional, que hemos brindado a más de 15.000 víctimas de violaciones a los derechos humanos que nos han honrado con su confianza desde nuestra fundación hace más de 23 años. Esto pueden corroborarlo los testimonios, y el agradecimiento, de todas esas víctimas que hemos apoyado a lo largo de estos años.
2) Las dudas sobre quiénes son los excarcelados recientes no nacen de los análisis del Foro Penal, sino del incumplimiento de los órganos del Poder Público de su obligación de informar de manera clara y transparente sobre las identidades de los excarcelados y los criterios que se están utilizando para decidir quién resulta favorecido o no. Si la Asamblea Nacional, dada su posición de privilegio, posee información distinta de la nuestra, lejos de descalificarnos, debe mostrarla públicamente, pues se trata de un tema muy sensible, de interés público y humano. La opacidad solo sirve para generar angustia y preocupación en los presos y en sus familias, y no contribuye a la concordia, a la reconciliación ni a la convivencia nacional.
3) Destacamos que, si bien es cierto que no somos nosotros, ni la sociedad civil en general, los que tenemos las llaves de las celdas que mantienen a tantas personas al día de hoy injustamente encarceladas, y que la posibilidad de liberarlos está exclusivamente en manos de las autoridades, también es cierto que ninguna de las excarcelaciones de personas arbitrariamente detenidas, se habría producido sin el trabajo de registro, documentación y denuncia que desde hace años tanto el Foro Penal, como otras organizaciones de la sociedad civil, han venido realizando.
4) Nuestra organización se ocupa específicamente de prestar asistencia legal gratuita a personas que hayan sido víctimas de violaciones graves de sus derechos humanos por actos de represión por causas o con fines políticos. Nuestro criterio de trabajo se basa en los criterios internacionales y en los estudios más modernos sobre este tema, que definen claramente el alcance de nuestras actividades. Nuestro trabajo en este momento es discernir qué excarcelaciones son, en efecto, de personas que hayan sido arbitrariamente detenidas por motivos políticos. Reiteramos que, al día de hoy, a la hora de la emisión de este comunicado,desde el 8 de enero de 2026, momento en el que se anunciaron las “excarcelaciones masivas” por parte del presidente de la Asamblea Nacional, sólo hemos podido confirmar 56 excarcelaciones de presos políticos. Esperamos que esto cambie y que se produzca la excarcelación de todas las personas arbitrariamente detenidas en Venezuela.
Caracas, 13 de enero de 2026.-
@ForoPenal
Riflettendo in questi giorni intensi, mi rendo conto che la cosa che mi fa più rabbia, o meglio che mi rattrista, è che si parla al posto dei popoli, non con i popoli. Si pretende di spiegare agli iraniani, ai venezuelani, ai siriani, chi è il “vero nemico”, come se non sapessero benissimo chi li reprime, chi li affama, chi li arresta e li uccide.
E mentre loro rischiano la vita nelle strade, in Europa c’è chi riesce a gridare “no alla guerra” o qualsiasi altro slogan, finendo per difendere, nei fatti, il regime che quella guerra interna la conduce ogni giorno contro i propri cittadini. Se questa è la posizione a cui siamo arrivati, allora sì, qualcosa si è spezzato profondamente nella nostra capacità di stare dalla parte della libertà senza doppi standard.
#Iran, a Regime on Borrowed Time: A Fracture That Feels Irreversible- by Simona Russo
For more than ten days now, #Iran has been swept by continuous, widespread, and relentless protests. These are no longer isolated demonstrations or short-lived outbursts destined to fade away. The growing perception among observers and analysts alike is that the clerical regime is facing one of the most critical phases in its recent history—perhaps the decisive one. For the first time in decades, the idea that the regime may have “its minutes numbered” no longer sounds rhetorical, but increasingly plausible.
Initially, the world rightly focused on #Iranianwomen—the courageous women who ignited a rebellion by challenging symbols, rules, and fears entrenched for over forty years. Today, however, Iran’s streets tell a broader and deeper story. This is no longer only a fight for women’s rights; it has become a comprehensive challenge to the entire system of power. Young and old, students and workers, men and women are now united in protest. #Iraniansociety as a whole appears to have crossed the threshold of fear.
A decisive factor behind the scale and persistence of these protests is the country’s #economiccollapse. Iran today is a nation under severe economic strain: runaway inflation, a sharply devalued currency, rising unemployment, and increasingly bleak prospects—especially for younger generations. Millions of Iranians struggle to afford basic necessities while witnessing widespread corruption, the squandering of public resources, and massive spending on foreign geopolitical ventures that bring no tangible benefit to the population. When ideological repression is compounded by economic hardship, public consent erodes completely. It is precisely this combination—denied freedoms and a stolen economic future—that has transformed protest into an open challenge to the regime itself.
This marks a fundamental difference from past waves of unrest. In previous crises, the regime managed to repress, isolate, and divide dissent. Today, it faces a broad and cross-sectional movement that is no longer asking for superficial reforms but is openly questioning the legitimacy of the theocratic system.
In this context, discussion has resurfaced—cautiously—about a possible role for the #UnitedStates . This alone would be historic: it is the first time in the past thirty years that a U.S. administration has shown such explicit and sustained concern for Iran’s internal situation. Even if no direct intervention were to materialize, the political signal is clear: Iran is no longer viewed as a problem that can be indefinitely managed through containment and diplomacy alone.
Contrary to a common narrative, the potential collapse of the regime would not necessarily destabilize the #MiddleEast . On the contrary, it is the Iranian power structure itself that has been a major source of regional instability, through decades of interference, proxy wars, and sectarian tensions. Its removal could instead reduce one of the region’s most persistent drivers of conflict.
A democratic, secular, and competitive Iran would undoubtedly unsettle some entrenched regional balances. But this would be a different—and ultimately acceptable—kind of discomfort: a political challenge rather than a military threat. A country fully reintegrated into the international community, capable of fostering development, dialogue, and stability, would represent an asset rather than a danger.
History is never written in advance, and any forecast remains fragile by definition. Yet what is unfolding in Iran today bears the hallmarks of a historic turning point—when a people stops asking for concessions and begins demanding its future. And at that moment, even regimes that once seemed eternal discover that they are not.
The End of Hypocrisy: When Force Replaces Law
By me
For days now, the debate around Venezuela and the U.S. military intervention has been framed as if we were witnessing a sudden rupture of the international order. As if something unprecedented were happening before our eyes. This framing is misleading.
As Chilean journalist Daniel Matamala recently pointed out with rare clarity, condemning the tyranny of Nicolás Maduro while rejecting U.S. military action is not contradictory. On the contrary, it is the only position consistent with the very idea of international law as a normative principle. The real problem, however, is that this principle has long ceased to function as such.
International law still exists formally, but it no longer operates as an effective constraint on power. It survives as language, as rhetoric, as selective justification. What has changed in recent years is not the rule of the strongest, which has been operative for decades, but the end of hypocrisy. What was once disguised, justified, or rhetorically masked is now openly asserted. Force is the final arbiter. Law applies only when it does not interfere with power. This is why the constant tone of surprise is so difficult to understand. Every new act of force is treated as if it were a shocking exception, when in reality it is part of a long and well-established trajectory. Impunity is not the anomaly of the international system; it is its structural feature. Venezuela did not create this logic, nor did the United States. Venezuela is simply one of the latest arenas in which it is made explicit. The paradox is that Europe and Latin America continue to react as if they were facing an unexpected collapse of the world order. In truth, that order has been eroding in plain sight for years. The political, strategic, and diplomatic unpreparedness we are witnessing today is not accidental. It is the consequence of having clung to a comforting fiction: the idea that rules still function as universal limits, rather than as instruments applied selectively by those with power. An element that makes this even more troubling is the near-total silence of the U.S. Democratic Party. We are talking about military decisions taken without congressional authorization, in open violation even of U.S. domestic law. And yet, there has been no real, sustained, organized opposition. Only a handful of ritual, tepid statements. This forces an uncomfortable question: what do we actually mean when we speak of “democratic order” or “institutional checks and balances”? If even within the United States decisions of this magnitude provoke no serious political reaction, then the issue is not Trump as an aberration, but a political system that, when it truly matters, tends to align or remain silent.
From the Venezuelan perspective, there is a dimension that is often ignored from the outside. After more than two decades of economic collapse, systemic corruption, and political repression, it is understandable that desperation leads many to view the end of the regime as more important than the identity of the intervening actor. This internal logic cannot be judged from the comfort of stable societies protected by functioning institutions. Understanding it does not mean justifying it; it means acknowledging the material and psychological conditions that produce it.
For everyone else, however for Europe and for the rest of Latin America, the stakes are different. Normalizing the law of force means accepting a world in which no one is truly safe. It means accepting conditional sovereignty and structural impunity as the norm. That is why what happens in Venezuela does not concern Venezuela alone. It confirms, once again, an international system in which law is subordinated to power and force no longer even needs to disguise itself as legality.
This is also where one of the most serious analytical failures of recent years becomes evident: the inability to understand who the real political actors are. The case of María Corina Machado is emblematic. For years, her political positioning was discussed superficially, ideologically, without a serious attempt to locate her within the actual field of power. Her alignment with the United States was dismissed as mere theater, without recognizing that it reflected a precise and constrained strategic position. This failure of analysis is not incidental. It is the product of an approach that replaces concrete power relations with abstract categories—and it has real political consequences.
Ultimately, what we are witnessing is not only the collapse of an international order that no longer holds, but also the failure of a political culture incapable of confronting reality without retreating into reassuring narratives. Pretending that international law still operates as an effective dam, that Western democracies always act within their own legal limits, or that force is the exception rather than the rule, leads first to analytical impotence—and then to political irrelevance.
This is why what is happening cannot be applauded. Not because authoritarian regimes should be defended, but because accepting the normalization of force means accepting a world in which no one, sooner or later, can claim to be safe.
If there is a way out of this paralysis, it does not lie in ritual indignation or cynical resignation. It lies in recognizing that Europe can no longer read the world as it is through the lens of the world it wishes still existed. In this sense, the message emerging from the report on European competitiveness led by Mario Draghi is fundamentally political: without real strategic autonomy economic, industrial, technological, and geopolitical appeals to international law remain empty declarations.
Dependence is not merely an economic problem. It is a problem of political sovereignty. In a world where force no longer hides, the absence of power is equivalent to irrelevance.
This applies to Europe, and it applies equally to Latin America. Without autonomous analytical and strategic capacity, every crisis will be suffered rather than governed. And once again, we will arrive too late.
El comentario del periodista chileno @DMatamala sobre Venezuela pone el foco en una verdad incómoda: condenar la tiranía de Maduro y rechazar una intervención militar de Estados Unidos no es contradictorio. Es, de hecho, la única posición coherente con el derecho internacional. El problema es que ese derecho hace tiempo dejó de funcionar como límite real. La novedad no es la ley del más fuerte,esa existe desde hace décadas, sino el fin de la hipocresía. Hoy se dice abiertamente lo que antes se maquillaba: la fuerza es el criterio último y el derecho vale solo mientras no estorba. Por eso resulta absurdo seguir reaccionando como si cada acto de fuerza fuera una ruptura inesperada del orden mundial. Ese orden llevaba años desmoronándose. El silencio casi total del Partido Demócrata frente a una acción militar decidida sin autorización del Congreso confirma que el problema no es Trump como anomalía, sino un sistema que, llegado el momento, se alinea o calla. Los “contrapesos” funcionan solo mientras no incomodan al poder. Desde dentro de Venezuela, tras más de veinte años de colapso y represión, es comprensible que muchos prioricen el fin del régimen por encima de todo. Esa lógica no puede juzgarse desde fuera. Pero para el resto del continente , y para Europa, el problema es otro: normalizar la ley de la fuerza significa aceptar que nadie está a salvo y que la soberanía es condicional. También aquí se cometió un error grave: no haber entendido quién era realmente María Corina Machado. Leer la política con esquemas ideológicos en lugar de analizar los equilibrios reales de poder lleva siempre a llegar tarde. Si existe una salida, no pasa por la indignación ritual ni por la resignación. Pasa por asumir, como señala el informe Draghi, que sin capacidad estratégica autónoma,económica, tecnológica y geopolítica, Europa seguirá invocando principios sin poder defenderlos. En un mundo donde la fuerza ya no se disfraza, la falta de poder equivale a la irrelevancia.