@DFGBA11@serieA_amarcord Il 16 è Giulio Casale. Al tempo nelle giovanili Virtus, ora colonna del nuovo corso in B regionale.
Per gli altri non riesco ad aiutarti
Molti di voi non conoscono la persona in foto. Lui, però, è stato uno dei migliori giocatori europei di basket della storia. Ma soprattutto è stato colui che ha creato dal nulla, sotto le bombe, una nazionale di basket: il suo nome è Mirza Delibasic.
La carriera di Mirza è stata incredibile quanto breve: porta il Bosna Sarajevo a vincere per la prima volta i campionati jugoslavi ma soprattuto la porta a vincere la coppa dei Campioni. In Nazionale trascina la Jugoslavia a dominare la pallacanestro mondiale: 10 medaglie in 7 anni tra cui Oro e Argento Olimpici, Oro e Bronzo Mondiali e due Ori europei: un dominio totale.
Tutto questo nonostante una vita extra campo scellerata trascorsa tra gravi problemi con l'alcool, sigarette fumate anche all'intervallo delle partite, e allenamenti saltati per serate protratte fino all'alba. Ma la Bosnia lo ha incoronato Re, anzi “Kinde”, (pronunciato “Chingie”), vocativo dell’inglese “king”.
Dopo un'ischemia nel pre-campionato con la maglia della Juve Caserta, sopravvissuto per miracolo, con un fisico completamente debilitato, a 30 anni annuncia il ritiro.
Depresso, e con i soliti problemi con la bottiglia mai risolti, si rifugia in un piccolo appartamento in un quartiere popolare di Sarajevo. Qui, per un attimo, l'avventura da direttore sportivo del Bosna sembra ridargli la gioia di vivere ma la situazione precipita a marzo del 1992, quando il conflitto balcanico diventa guerra vera e propria. Salva il piccolo figlio mandando a Trieste a casa di Boscia Tanjevic, e, con la compagna, si rifugia in un hotel. Due ex compagni del Real gli offrono anche una casa a Madrid, ma lui rifiuta: vuole lottare e se necessario morire insieme alla città che lo ha incoronato Re.
Ed è proprio sotto le bombe che quella entità ancora informe che era il “Kinde”, decide di fare qualcosa da Re per la sua Terra: usare lo sport come veicolo di salvezza.
A Delibasic viene l'idea di mettere in pratica un progetto totalmente folle: creare una squadra nazionale da mandare alle qualificazione per gli Europei del 1993. Europei? Con gran parte dei giocatori bosniaci impegnati come soldati? Mirza però ci crede fortemente.
Stila una lunga lista di papabili, ma tutti quelli etnia croata e serba (tra i bosniaci di nascita ci sarebbe un certo Predrag Danilovic…) si sfilano subito e altri si fanno da parte per evitare problemi.
Nelle mani di Delibasic e Ibrahim Krehic, che accetta il ruolo di allenatore, restano dieci nomi. Pochi ma devono bastare. Quei dieci accettano. Ma il problema più grande è portare la squadra e lo staff fuori da Sarajevo. C’è solo un modo: correre di notte, il più velocemente possibile, sulla pista dell’aeroporto cittadino, evitando tanto i controlli dell’Onu (che lo tiene sotto la sua giurisdizione come canale umanitario per la cittadinanza) quanto il fuoco serbo che arriva dalle colline.
La notte prescelta per la fuga è quella tra il 3 e il 4 aprile 1993: con Mirza alla testa, il gruppo, con addosso solo qualche maglietta e tutti i soldi che ha tenuto da parte, supera la prova più difficile, avventurandosi nottetempo tra caccia e aerei cargo. A bordo di un vecchio furgone, l’ancora informe Nazionale bosniaca, sfinita dopo giorni di viaggio, supera posto di blocco dopo posto di blocco e riesce ad arrivare a Zagabria, dove ad attendere c’è l’ospitalità di Cibona e Federazione cestistica croata. Al resto pensano Dino Radja e Toni Kukoc, che pagano di tasca loro il materiale tecnico necessario al gruppo. «Arrivati in centro a Zagabria sembravamo dei selvaggi».
Salvata la pelle, ora però c’è da rimettere in sesto un gruppo di giocatori che nell’ultimo anno più che al basket ha pensato a sopravvivere, a uccidere il nemico, a seppellire fratelli e amici trafitti lungo il Viale dei Cecchini. Sfiancata nel fisico ma non nell’animo, la prima nazionale bosniaca della storia si sposta a Trieste, ospite dell’amico Tanjevic, e poi fa il suo debutto in amichevole a Bologna, dove espone uno striscione che all’epoca era tutt’altro che banale e che fa il giro del mondo: "STOP THE WAR".
La Bosnia chiede ed ottiene l'ok a partecipare al torneo di qualificazione agli Europei in Polonia: è già un risultato eccezionale. Nel primo turno, i bosniaci fanno il loro battendo con pochi problemi Inghilterra e Slovacchia e cedendo solo alla solida Ucraina: un secondo posto basta per accedere alla cervellotica fase finale. Qui la Bosnia fa di nuovo due su tre, perdendo dalla Slovenia e battendo sia Estonia che Polonia. Il primo match point per volare agli Europei in Germania vede la squadra di Mirza ritrovare quell’Ucraina che l’aveva sconfitta una settimana prima. Ma stavolta la musica è diversa: 74-66 il finale in favore della Bosnia, che con quattro soldati denutriti e due giocatori in meno delle altre formazioni vola incredibilmente agli Europei di basket.
Il primo miracolo si è compiuto, la Bosnia è la Cenerentola di un Europeo dove le tensioni della guerra scombussolano gli equilibri. Nessuno si aspetta granché dalla Bosnia, la FIBA ha addirittura paura che la squadra non si presenti alle partite e piazza tutti i match alle 9 di mattina per non creare caos nel calendario in caso di cancellazioni. E un girone con le forti Russia e Spagna e l’outsider Svezia non aiuta. L’inizio va, purtroppo, come immaginabile: il -22 dai russi e la sconfitta di misura contro gli iberici mettono già spalle al muro la Bosnia, tanto più che la Svezia ha firmato un’improbabile impresa battendo la Russia all’overtime. Solo vincendo di almeno 15 punti la fine dell’avventura più allontanarsi ancora un po’. E come davanti a una trincea, la Bosnia sfodera una partita da urlo contro gli scandinavi, e vince 89-69: è qualificazione per la seconda fase.
Qui la strada è di nuovo in salita, e con la Lettonia è di nuovo dentro o fuori, ma stavolta in palio ci sono i quarti di finale, un risultato che qualche mese prima, sotto i bombardamenti nemici a Sarajevo, non si poteva nemmeno contemplare. Ma non basta: serve anche che la Russia, già qualificata, batta di 20 o più punti un’Italia che invece deve ancora staccare il pass.
Fantascienza.
E invece… Bilalovic (capocannoniere del torneo) sbatte 36 punti in faccia ai baltici, l’Italia fa harakiri contro la Russia e contro ogni pronostico la Bosnia è nelle prime otto d’Europa, tutt’oggi il miglior risultato mai ottenuto dalla Nazionale.
«Il nostro unico sogno prima di arrivare in Germania era appendere alla parete del palazzetto la bandiera bosniaca», dice un raggiante Delibasic.
La qualificazione della Bosnia era ritenuta talmente improbabile che l’organizzazione, che deve appendere alla parete dell’Olympiahalle di Monaco le bandiere delle otto qualificate ai quarti di finale, non ne ha neanche una della Bosnia. È Mirza a “immolare” la sua. È quattro volte più piccola delle altre, ma per l’occasione se la fanno andare bene tutti quanti: ora la missione ora è davvero compiuta.
Da Monaco inizia la diaspora, che porta tutto il gruppo lontano da casa per anni, spargendo il messaggio di pace bosniaco ai quattro angoli del continente europeo. Nessuno rientra a Sarajevo nell’immediato. Nessuno tranne uno: Mirza. Il Re non lascia il suo trono, non importa se sotto le bombe. Kinde è Sarajevo e Sarajevo è Kinde. Ma la sua salute peggiora giorno dopo giorno.
«La guerra l’ha distrutto più delle sigarette e del tumore», assicura Corbalan suo ex compagno al Real.
E infatti quando le truppe serbe si ritirano e dalle macerie si può cominciare almeno ad immaginare la Sarajevo che verrà le sue condizioni precipitano. L’8 dicembre 2001, a 47 anni di età, all’ospedale cittadino anche la sua guerra finisce una volta per tutte.
Mirza visse due vite: metà di giorno, metà di notte. Ma soprattutto coronò due sogni: diventare una leggenda del basket europeo, e regalare alla Bosnia una nazionale di basket che ha dato speranza ad un intero popolo.
(di @loupaya)
#Giambruno bello, bisogna lavorare sull’uomo e non sulla donna.
È l’uomo-bestia che stupra.
Un uomo-persona davanti a una donna ubriaca o drogata o svenuta o in difficoltà, la protegge, non la stupra.
Bisogna lavorare sull’uomo, è lui che fa la differenza, che decide chi essere.
#22luglio
Caro @alesallusti, scrivo a te perché ti so persona diversa, almeno nel comportamento minuto, dalla spranga che dirigi. Anche per questo, perché ho la tendenza ad amare il dialogo e le persone, abbiamo periodicamente intrattenuto rapporti civili. Alla fine di queste righe ti chiederò un favore.
Dopo avermi fatto spiegare la meritocrazia in prima pagina da un articolo di tuo nipote – ne converrai: curioso – oggi mi onori di un nuovo pezzo in prima nel quale, attraverso il solito copincolla capzioso che è un po’ lo stile della casa, vengo dipinto come vittima di protagonismo per un post su Twitter in cui cito la biografia di Giorgio Almirante. Il senso è che invento presunte stragi del fondatore missino, il quale si limitò a fare da passacarte di ordini altrui. Anzi: manco quello. Era praticamente un usciere.
Ricapitoliamo: Giorgio Almirante fece affiggere in Maremma, nel maggio 1944, quello che i locali chiamavano “il manifesto della morte” in virtù del quale furono fucilati alcune centinaia di italiani che avevano rifiutato di andare a fare i camerieri di Hitler, tra cui 83 minatori nella sola notte tra il 13 e 14 giugno. A mio padre andò meglio: si fece solo due anni di vacanza in un lager tedesco. Tornò a casa che pesava 38 chili.
Inizialmente, Almirante disconobbe il manifesto che aveva firmato e sostenne fosse “vergognosamente falso”, “calunnioso”, stampato ad arte contro di lui, “un’infamia”, “una vergognosa campagna stampa” e querelò l’Unità che l’aveva definito “fucilatore di partigiani e “servo dei nazisti”.
Durante i sette anni di processo per la presunta diffamazione, funestato da una serie di tattiche dilatorie, improvvise sostituzioni della pubblica accusa, fandonie sbugiardate una via l’altra, emerse che il manifesto era autentico, come da copia notarile, ma soprattutto fu rinvenuto un telegramma di Almirante, datato 8 maggio 1944, che dava l’ordine di esporre la grida e applicarne le disposizioni.
Inoltre emerse che il fondatore del Movimento Sociale, il quale aveva esordito davanti ai giudici sostenendo di non aver mai subito alcun provvedimento per collaborazione con le forze occupanti, era stato oggetto di un confino di polizia di due anni per la sua attività filonazista. Il Pubblico Ministero che trasformò Almirante da accusatore ad accusato si chiamava Vittorio Occorsio: fu ucciso il 10 luglio 1976 dai terroristi neri di Ordine Nuovo.
Dopo la sua morte, l’Unità venne comunque assolta da ogni accusa di calunnia e oggi possiamo a buon titolo definire Giorgio Almirante “servo dei nazisti” e ���fucilatore di partigiani”.
Quanto alla corresponsabilità morale degli italiani morti nei lager, poco mi cale che “la matrice” dell’attuale partito di maggioranza abbia balbettato qualche parola di scusa. La sua parabola politica testimonia una coerenza col passato nazifascista e con i suoi articoli antisemiti che innervarono la nostra servile partecipazione all'Olocausto. Per questo, a differenza di altri che scrissero su La Difesa della Razza, ogni tentativo di lavarsi la coscienza mi risulta falso e ipocrita.
Quindi sì: come ho scritto e ribadisco, Giorgio Almirante aveva sulle mani il sangue di più italiani rispetto a Jozip Tito. Quello vero, non l'imperatore che il tuo Giubilei voleva far cancellare per errore dalla toponomastica di Roma.
Questo significa forse giustificare i crimini di guerra jugoslavi? Certamente no. Come ho già scritto, gli italiani infoibati, come le decine di migliaia di civili sloveni massacrati da Mussolini prima delle foibe, sono vittime innocenti. Le prime, di una vendetta ingiustificabile dei partigiani comunisti. Le seconde, dell’imperialismo nazifascista.
Concludo: il tweet che hai dato ordine di attaccare non ambiva a rilanciare il pericolo fascista ma solo a significare che Galeazzo Bignami, invece di occuparsi delle onorificenze di Tito per gettare fumo negli occhi identitario, farebbe meglio a far sbloccare i fondi per la terra da cui proviene, magari anche per i Comuni non amministrati dalla Destra.
Quanto al protagonismo, ti chiederei una cortesia. Io non sono come te, non sono come voi. Non meglio, non peggio: sono altro. Del teatrino di opinionisti, botte, risposte, tra gente che se le dà di santa ragione e poi va a fare comunella coi denari incassati simulando guerre di carta, non mi frega nulla.
Anche perché quelle guerre di carta fanno danno, proprio come certi manifesti.
Io scrivo quando ne sento l’urgenza. Per passione. Per volontà. Talvolta addirittura per senso civico. Se un Bignami spara sciocchezze e intanto non fa nulla per la sua terra, lo rilevo. Se un fucilatore di partigiani passa per un turista del fascismo (dal quale fuggì passando per una porta secondaria di palazzo Marino, travestito da partigiano) sento la necessità di farlo notare. Perché rappresenta la base ideologica di un partito, e di un Paese, che mai hanno fatto i conti con le proprie responsabilità.
Mentre Tito, o Stalin, o addirittura Togliatti, che pure contribuirono a toglierci i nazisti dai coglioni, sono la nostalgia di quattro gatti che peraltro albergano nella galassia rossobruna. Quindi dalle tue parti.
Ma se davvero pensi che le mie posizioni nascano da una volontà di esibirmi, fa’ così: puniscimi. Ignorami. Avete già tanto odio da distribuire, sul tuo giornale: inutile perdere tempo con un pesce piccolo come me, che i tuoi lettori manco sanno chi sia.
Ah, Almirante era un fucilatore di partigiani e servo dei nazisti.
Un caro saluto.
Luca Bottura
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#16luglio
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