Una notizia tristissima, arrivata pochi minuti fa.
Si è spenta per sempre la partigiana Iole Mancini, l’ultima testimone degli orrori nazisti di via Tasso.
Orrori che lei, Iole, visse in prima persona quando aveva appena 24 anni.
Era una staffetta partigiana e insieme al marito Ernesto faceva parte dei Gruppi di Azione Patriottica. Procurava cibo, distribuiva munizioni, trasportava bigliettini. Praticava Resistenza.
Quando Ernesto fu portato nel carcere di Regina Coeli e riuscì ad evadere, Iole Mancini fu rinchiusa in via Tasso, sede della Gestapo, dove venne interrogata dal boia e capo delle SS Erich Priebke nella cella numero 22.
La torturarono. Non le diedero sosta. “Dove è Ernesto?”, le chiedevano.
Ma lei, Iole, resistette fino alla fine. Resistette alle violenze, alle minacce, alle intimidazioni. Resistette al capo delle SS in persona.
E anche quando la caricarono su un convoglio per portarla alla fucilazione, da cui scampò per puro caso, non parlò mai.
Per amore di suo marito Ernesto, per amore della Resistenza, per amore della libertà.
Bella ciao, Iole Mancini.
Bella ciao, partigiana.
@MaistroukV@liberioltre@pinapic@f_onori@NonaMikhelidze È davvero indicativo vedere con quanta velocità i disfattisti si odoperino per rispondere negativamente al tweet. Per far sapere che l’iniziativa non rispecchia un’idea condivisa.
Invece la velocità e la ridondanza della risposta negativa evidenzia altro…..paura? Disagio?🤷🏻♀️
Non abbiamo una foto insieme pubblicabile perché tengo alla nostra amicizia. Ma proprio perché ci tengo, sappi che stasera col pensiero sarò accanto a te su quel tappeto della festa del cinema di Roma dove il tuo lavoro grande sarà applaudito.
Spacca tutto, sorella.
@mannocchia
"Per essere sicura che una persona sia donna deve essere mamma". Sono parole di Deborah Giovanati, una consigliera comunale di Milano, di Forza Italia. Mi dispiace quindi il doppio dover sottolineare che si tratta di una frase davvero grave, perché è profondamente sbagliata ed offensiva.
Sono parole che umiliano tutte quelle donne che avrebbero voluto un figlio e non hanno potuto averne. Mortificano tutte quelle altre che non si sono arrese e hanno avuto la generosità e l'opportunità di adottare. E sono uno schiaffo per quante, con figli o meno, sanno che per essere donne non devono rispondere a nessun decalogo dei requisiti, dettato da chicchessia.
Verrà il giorno in cui alle donne nessuno si permetterà più di dire come dovrebbero essere o quello che dovrebbero fare per essere accettate. Verrà quel giorno, e verrebbe molto prima, se la si smettesse di dire certe sciocchezze.
Mentre la nostra campagna elettorale scivola tra insetti fritti e uomini incinti, questa sera a Tbilisi sfilano migliaia di persone portando una gigantesca bandiera europea contro il governo filorusso. La Georgia non si arrende. 🇬🇪🇪🇺
Dice la questura di Roma che la cronista del Fatto Quotidiano Angela Nittoli, il fotografo del Corriere della sera Massimo Barsoum e il video maker freelance Roberto Di Matteo non avevano dichiarato di essere giornalisti. Per questo sono stati identificati, perquisiti, portati in commissariato, lasciati due ore dentro una cella costretti a pisciare con la porta aperta e infine lasciati andare quando ormai l’evento che dovevano seguire per lavoro (un’incursione degli attivisti di Ultima generazione) era passato.
A Padova un cronista del Mattino di Padova, Edoardo Fioretto, il 12 aprile era stato fermato dalla Digos della questura patavina all’interno della mostra “Da Monet a Matisse” assieme ad altre sei persone sospettate di far parte di Ultima generazione e di aver pianificato un’azione di protesta contro le opere esposte a palazzo Zabarella. È stato trattenuto per quattro ore in cui non ha potuto comunicare con la redazione, con i familiari, con un avvocato, con nessuno. Quattro ore per scoprire se fosse o meno un giornalista sono una barzelletta che non farebbe ridere nessuno e a cui non crederebbe nessuno. L’ex direttore della Stampa Massimo Giannini ha raccontato a Otto e mezzo di essere stato «svegliato alle 4 di notte per una notifica di diffamazione».
A novembre del 2023 a Messina il giornalista Fabrizio Bertè è stato fermato e perquisito dalla Digos, quindi trattenuto in questura e rilasciato dopo circa due ore. Si trovava in via Garibaldi per documentare una manifestazione di protesta di aderenti alla campagna “Fondo riparazione” promossa dal movimento Ultima generazione. Anche in quel caso non ha potuto documentare la protesta.
Il blocco preventivo dei giornalisti si aggiunge a tutti i fatti di questi ultimi mesi. Tre giornalisti del quotidiano Domani sono finiti sulle pagine dei giornali internazionali perché rischiano il carcere. L’inchiesta è iniziata dopo che il loro giornale ha pubblicato nell’ottobre del 2022 un articolo sui conflitti di interessidel ministro della Difesa, Guido Crosetto, per via dei compensi milionari ricevuti da Leonardo e altre aziende dell’industria bellica fino a pochi giorni prima del suo insediamento del governo Meloni, in un dicastero che ha rapporti diretti con quelle aziende. Dopo la pubblicazione dell’articolo, che conteneva notizie vere e documentate, il ministro non ha querelato ma ha cercato la fonte dei giornalisti tutelata dal segreto professionale.
Un giornalista del Giornale, Pasquale Napolitano, è stato condannato per il reato di diffamazione a otto mesi di carcere (pena sospesa): la condanna si riferisce a un articolo pubblicato nel 2020 su un sito campano. Il giornalista aveva correttamente pubblicato i chiarimenti e le rettifiche delle persone di cui scriveva nel suo articolo, ma è stato ugualmente querelato.
Poi c’è la Rai. Gli attacchi a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione Report sono diventati ormai un genere letterario. Il caso Scurati e la quasi matematica certezza che a pagare sarà solo la giornalista Serena Bortone è una notizia scivolata liscia. I giornalisti che gentilmente sono stati accompagnati all’uscita sono stati sommersi dall’accusa di volersi arricchire e quindi sono rientrati nelle cronache di gossip, più che nei ragionamenti sulla libertà di stampa. In una lettera all’Unione europea l’European Movement International ha scritto che «l’indipendenza dei media è stata sottoposta a forti pressioni in Italia. Il governo di Giorgia Meloni ha esercitato sempre più il suo potere sulla Rai, l’emittente nazionale italiana, estromettendo manager e conduttori televisivi dai loro incarichi e censurando programmi critici nei confronti del governo. Inoltre, recentemente giornalisti e giornali sono stati costantemente attaccati da membri del governo, soffocando le voci dissenzienti e ostacolando l’indipendenza dei media».
Ma perché la libertà di stampa per cui si riempivano le piazze ai tempi dei governi Berlusconi ora è diventata un brodino caldo che interessa solo agli operatori dell’informazione e a pochi appassionati cittadini? Questa è la domanda. Le pressioni sulla stampa hanno potuto essere affilate in questi ultimi mesi perché il terreno è stato preparato da anni, da forze politiche mica solo a destra, da una campagna diffamatoria sottile ma continua. Troppo facile pensare che l’Italia dell’informazione sia diventata la nuova Ungheria solo per l’insediamento di Meloni e del suo governo. Il concime è stato versato da chi proditoriamente ha declassato il giornalismo a un mero esercizio di opinioni spesso senza nessuna attinenza ai fatti reali. La credibilità è stata deteriorata dalla politica, da una parte del giornalismo stesso e dallo sdoganamento del diritto di essere avversi alla realtà.
Se la propaganda convince gli elettori ad avere diritto a mondi immaginari nonostante le regole, è ovvio che chi tiene fermo il punto viene visto come un sabotatore, un avversario politico, un nemico. È quello che sta esattamente succedendo. E qui si svolta in un lato ancora più pericoloso di un semplice attacco al giornalismo: siamo di fronte alla repressione delle idee contrarie al potere. Questo ha a che fare con la democrazia e interessa tutti coloro che oggi vorrebbero avere il diritto di non essere d’accordo.
(il mio abituale editoriale del sabato per @Lettera43)
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