Mark Carney: "This fall we will begin intense discussions with the European Union, the world's second-largest economy, to build a much stronger and deeper economic and security partnership"
Quando ho visto Maria Corina Machado raggiungere Stoccolma per ritirare il meritato Nobel per la pace, ho capito che qualcosa si era incrinato – non nella storia, ma nell’equilibrio che la storia finge di poter imporre a lungo. In un paese come il Venezuela, dove ogni uscita è un atto di grazia o di collusione, dove nessuno lascia senza che qualcuno apra la porta, la sua partenza era già un gesto, un avvertimento, una crepa che si allarga. Vengo da un paese dove le crepe non si vedono finché non crolla tutto: l’Albania del 1991, dove gli studenti abbatterono la statua del dittatore con la stessa furia con cui avevano imparato a tacere. So cosa significa vivere dentro un regime che cade prima nelle coscienze, poi nei palazzi. Ed è proprio per questo che non partecipo al giubilo automatico di chi oggi legge il Venezuela come un capitolo chiuso. Non c’è bisogno di credere alla retorica del “regime change” per riconoscere che in Venezuela si è consumato un cambio di fase, e che questo passaggio non è avvenuto nel nome della democrazia, ma nel linguaggio delle risorse. Maduro è stato esfiltrato nella notte, il potere negoziato nei corridoi della PDVSA, la transizione affidata a un algoritmo di convenienze incrociate, non a un principio. Non c’è nulla di ordinato, né di legittimato – ed è proprio per questo che tutto appare tanto più efficace: perché l’opacità non richiede consenso, basta l’efficienza. Non siamo più nell’epoca dei colpi con le bandiere, ma in quella delle rimozioni chirurgiche, operate con l’assenso silenzioso degli attori locali: cooptati, comprati, o semplicemente sopravvissuti abbastanza da voler restare in piedi quando la marea cambia. E mentre l’Europa balbetta e l’Italia si rifugia nella formula ambigua della “difesa contro le minacce ibride”, Washington stringe la morsa – non solo sul petrolio, ma sul racconto. Non un’invasione, ma un’operazione di sicurezza. Non un’amministrazione provvisoria, ma una stabilizzazione tecnica. Non un disegno egemonico, ma una riparazione morale. L’ennesima. Solo che stavolta non funziona nemmeno più come illusione: perché non c’è più nemmeno il tentativo di convincere. Si agisce, si comunica il fatto compiuto, e si attende che la realtà si adatti. Ed è qui che bisogna smettere di dire “Occidente”, perché l’Europa è immobile, attonita, reticente. Gli attori sono gli Stati Uniti. E chiunque parli oggi di processo multilaterale, sta solo cercando di diluire le responsabilità. L’opposizione interna è stata evacuata non per debolezza, ma per eccesso di forma: Edmundo González è troppo pronto, troppo legittimo, troppo democratico per servire a qualcosa, in un momento in cui gli Stati Uniti non cercano partner, ma strumenti. Non alleati, ma interfacce. E chi ha ancora bisogno di essere liberato da qualcun altro, dovrebbe imparare a guardarsi le spalle. Il Venezuela ha fatto parte dell’asse più autoritario del mondo, ha sostenuto l’invasione russa, ha denigrato la resistenza ucraina, e ha incarnato il socialismo reale nella sua espressione piena: centralizzazione del potere, annullamento dell’autonomia individuale, amministrazione della povertà come strumento di controllo sociale, soppressione del dissenso come fondamento dell’ordine. Non è stato un uso distorto dell’ideale: è stato l’esito coerente di una dottrina politica che, ogni volta che si è realizzata senza contropoteri, ha prodotto non emancipazione ma dominio. Non c’è un volto autentico del socialismo da opporre a questa degenerazione, perché questa è la sua forma storica ogniqualvolta si è svincolato dalla democrazia liberale, dalla pluralità, dalla proprietà diffusa. E tuttavia – ed è qui che la critica si complica – nemmeno questa genealogia di fallimenti rende legittimo un dispositivo post-democratico fondato sull’intervento esterno, sulla sospensione del diritto, sulla riduzione della sovranità popolare a quota azionaria in una trattativa geopolitica. Perché anche chi si presenta come antidoto può operare secondo logiche indistinguibili da ciò che dice di voler neutralizzare. E chi ha conosciuto entrambe le forme – l’autoritarismo ideologico e la gestione imperiale – ha il dovere di non confondere la fine di un regime con l’inizio della libertà. Eppure, nonostante tutto, si sente nell’aria qualcosa che assomiglia alla fine di un incubo. Non è libertà, è solo la sua ipotesi. È giusto rallegrarsene? È giusto dubitarne? Sì, entrambe le cose. Perché ciò che comincia oggi non è la democrazia, ma la sua ennesima promessa sospesa. Un regime non cade, si riconfigura. Un potere non muore, si traveste. La fine di Maduro non è la fine dell’autocrazia, è solo il suo aggiornamento. E forse, per chi viene da certi paesi, questa è la cosa più difficile da far capire: che la democrazia vera comincia sempre dopo la caduta, quando nessuno ti guarda più, e il vuoto che hai invocato ti chiede cosa intendi farne. È lì che inizia la parte non spettacolare della storia: la fatica di costruire istituzioni senza carisma, l’obbligo di scegliere senza una figura da odiare, la responsabilità di tenere insieme la pluralità senza rifugiarsi nell’eccezione. E se non si è pronti a questo compito – lento, conflittuale, ingrato – allora si resta nel desiderio della liberazione, ma non nella sua pratica. Si resta prigionieri della scena in cui tutto cade, e niente nasce. La democrazia non è un evento, è una costruzione quotidiana. E chi ha conosciuto la caduta dei regimi, sa che il pericolo più grande non è il ritorno del tiranno, ma la tentazione del vuoto amministrato.
Quello che sta accadendo ora nelle stanze del potere degli🇺🇸 è oltre ogni immaginazione: un intreccio di incompetenza, lotte interne e, soprattutto, un livello di infiltrazioni russe che mette in luce l’enorme fragilità della sicurezza degli 🇺🇸 e, di riflesso, di tutti noi
Can we finally close the curtain? 600 million Europeans. Twice the size of the US! Merge Europe's armies and establish the European Army. The greatest in the world
Le lacrime di Simon Yates.
Chi ha scritto la sceneggiatura di questa pazzesca penultima tappa?
Gli ripetono: hai vinto il Giro 2025!
Ma lui continua a piangere e non trova le parole.
Come fai a non emozionarti per l'impresa della vita del britannico?
Ciò che gli aveva tolto il Colle delle Finestre sette anni fa, oggi lui se lo riprende. Con gli interessi.
E pensi ai suoi incubi. A quanto lo abbia tormentato il ricordo del Giro 2018: era in maglia rosa da 13 tappe, nella penultima tappa la crisi nera sul Colle delle Finestre. Al traguardo ci arrivò da fantasma...a quasi 40 minuti di distacco da Froome.
Ha saputo aspettare.
Ha voluto sfidare proprio il nemico, il suo "maledetto" Colle delle Finestre.
È stato ricompensato.
La FINE DELLA STORIA la voleva scrivere lui.
Dopo sette lunghi anni Simon può scacciare tutti i fantasmi.
Che meravigliosa rivincita.
Ah. Nell'albo d'oro del #GirodItalia 2025 non ci sarà scritto il nome di Van Aert, ma ciò che ha fatto per Simon Yates, come compagno di squadra (ma forse più giusto definirlo angelo custode), vale un trofeo: quello del rispetto di chi ama lo sport
🚨🪖🇪🇺 Mario Draghi: "Le crescenti minacce al nostro confine orientale sono evidenti da almeno un decennio. La Russia non fa mistero di considerarci un nemico da indebolire tramite la guerra ibrida. Dieci anni fa ha invaso la Crimea e tre anni fa ha proceduto con l'invasione dell'Ucraina. Ma con l'aumentare di questa minaccia, abbiamo fatto ben poco per rafforzare la nostra difesa comune. Oggi l'Europa ha 1,4 milioni di militari, il che la rende una delle forze più grandi al mondo. Ma è divisa in 27 eserciti, senza una catena di comando comune, frammentata tecnologicamente e priva di strategie comuni – tutti fattori che ci rendono irrilevanti dal punto di vista militare.Con il ritiro dell'ombrello di sicurezza statunitense, ci stiamo rendendo conto della nostra debolezza. Ma dovremmo essere sorpresi solo dalla velocità di questo cambiamento. La strategia della Russia è stata annunciata anni fa. Potrebbe essere troppo tardi per influenzare gli eventi a breve termine. Ma non è troppo tardi per cambiare le prospettive tra 5-10 anni, se adottiamo oggi le misure giuste per sviluppare la nostra capacità industriale di difesa e le nostre capacità strategiche. Dobbiamo ridurre la frammentazione della nostra industria della difesa e incoraggiare il consolidamento in pochi grandi attori. Dobbiamo creare un piano di difesa europeo basato sull'interoperabilità tra tutti i mezzi militari che produciamo: terra, mare, aria e spazio. Dobbiamo creare un cyberspazio europeo sicuro attraverso un maggiore coordinamento e investimenti in tecnologie digitali comuni. E dire che tutto ciò è un'utopia e impossibile da realizzare equivale ad accettare la nostra irrilevanza militare".