L'estratto nell'immagine mostra perfettamente il corto circuito comunicativo attorno alla Commissione Covid. Tra accuse di "deriva autoritaria" ed epiteti sulla "fuga", si perde completamente il focus istituzionale.
Una Commissione parlamentare d'inchiesta non è un'arena per processi sommari, ma un organo che deve operare nel pieno rispetto delle regole procedurali. Le dimissioni evocate o contestate non cambiano la sostanza: per fare chiarezza su dinamiche complesse (come le forniture e i contratti citati nel testo di Massimo Sanvito) serve rigore documentale, non la rincorsa all'insulto o al tweet più aggressivo. Finché la politica userà l'emergenza sanitaria come clava elettorale, la verità resterà in secondo piano.🌫️
Una commissione nata per fare consenso, non verità
La legge che ha istituito la Commissione Covid l’ha scritta questa maggioranza. È un punto di partenza semplice. Ma spiega quasi tutto quello che è successo dopo.
Guardiamo cosa hanno deciso di lasciare fuori dal perimetro, prima ancora di guardare cosa hanno messo dentro. Il testo approvato nel 2024 esclude dall’indagine lo stato di emergenza, i Dpcm, le restrizioni. Esclude proprio le misure contro cui Lega e Fratelli d’Italia avevano costruito, per anni, una parte consistente della loro opposizione, intercettando spesso le stesse parole d’ordine dei movimenti contrari alla vaccinazione e ai lockdown. Indagare davvero su quelle scelte avrebbe rischiato di dare ragione a chi le aveva imposte, oppure di mettere in imbarazzo chi le aveva criticate con toni sopra le righe. Meglio non aprire quel cassetto.
Il testo iniziale esclude pure le Regioni, che hanno competenza diretta sulla sanità, sugli ospedali, sulle terapie intensive, sulle Rsa dove la gente moriva davvero. Le hanno reinserite solo dopo, con una modifica successiva, quando le proteste dell’opposizione erano diventate troppo forti da ignorare. Eppure l’idea iniziale era proprio quella: lasciarle fuori. Non è un dettaglio secondario, considerando che una parte rilevante delle Regioni coinvolte era ed è governata dalle stesse forze politiche che hanno promosso la commissione.
Il perimetro d’origine di questa commissione teneva fuori le proprie responsabilità politiche passate e quelle dei propri territori. Dentro restava il resto: gli appalti, i contratti, la gestione Conte-Arcuri. Non è un caso.
Non parliamo nemmeno di un’inchiesta pensata solo per capire cosa non aveva funzionato durante la pandemia. Parliamo di uno strumento costruito, fin dal programma elettorale del 2022, per intercettare un pezzo preciso di elettorato. Fratelli d’Italia lo scrisse nero su bianco: commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia e sulle reazioni avverse al vaccino. Non un dettaglio tecnico finito lì per caso, ma una promessa rivolta a chi durante il Covid si sentiva ignorato dalla scienza ufficiale.
Appena insediato, il governo lo dimostra con i fatti. Il ministro Schillaci nomina una commissione consultiva sui vaccini con Bellavite e Serravalle, due medici noti per posizioni fortemente critiche verso la politica vaccinale e per tesi considerate prive di fondamento dalla comunità scientifica. Dopo le proteste della comunità scientifica è costretto a revocarli nel giro di pochi giorni. Intanto due parlamentari della Lega, Bagnai e Borghi, entrambi membri della Commissione Covid, li difendono pubblicamente. La stessa relatrice del provvedimento istitutivo, Alice Buonguerrieri di Fratelli d’Italia, dichiara in Aula che questa commissione nasce anche per chi ancora oggi soffre di reazioni avverse e rilancia il tema delle cure domiciliari negate, uno dei temi ricorrenti della narrativa no vax.
Lo suggeriscono il testo della legge, il programma elettorale e le dichiarazioni rese in Aula: la legge è stata costruita escludendo se stessa e includendo l’avversario. La domanda, allora, è un’altra: per chi.
Dentro questo disegno, il caso Bianchi e la vicenda JC Electronics finiscono quasi per inerzia. Diventano il terreno di scontro più comodo e meno rischioso rispetto al tema dei vaccini. Non è un caso. Nel 2023 le commissioni Affari Sociali di Camera e Senato rimasero bloccate per settimane proprio sull’inserimento dell’efficacia del piano vaccinale tra i compiti della Commissione, con Forza Italia e Lega contrarie per evitare che il nuovo organismo fosse percepito come una commissione no vax. Il tema più identitario è anche quello che i partiti della maggioranza hanno preferito trattare con maggiore cautela.
Eppure è su un altro terreno che la Commissione continua a concentrare la propria attenzione. La vicenda Bianchi, la sentenza di Roma, l’informativa della Guardia di Finanza su Wenzhou e Luokai, il fascicolo per abuso d’ufficio appartengono alla magistratura, non a un’aula parlamentare. Una commissione può acquisire quegli atti e ascoltare i testimoni. Ma il lavoro di accertamento lo sta già svolgendo un pubblico ministero, con le garanzie e i tempi propri della giurisdizione. Insistere lì, mese dopo mese, portando Bianchi in audizione due volte senza mai chiedergli conto della transazione che aveva già in tasca, non significa fare giustizia. Significa scegliere un bersaglio più semplice, perché il tema davvero divisivo, quello dei vaccini, continua a creare imbarazzo nella stessa maggioranza, mentre quello delle proprie Regioni e delle proprie posizioni sui Dpcm è stato escluso dal perimetro fin dall’inizio.
Una commissione che nasce escludendo se stessa dall’esame e che intercetta un elettorato invece di cercare i fatti smette di svolgere la funzione per cui è stata istituita. Quando poi concentra il proprio lavoro su vicende già affidate alla magistratura, non sta più indagando. Sta facendo propaganda con i soldi e gli strumenti dello Stato.
Non si riforma. Si scioglie.
A pagare il conto, come sempre, sono i cittadini che avrebbero avuto diritto a sapere perché, in quei mesi, si moriva.
Cento milioni e otto mesi di silenzio
C'è una data. Trentuno ottobre 2025. Quel giorno il governo firma un accordo da oltre cento milioni con un'azienda che fino a poco prima vendeva materiale elettrico e articoli antincendio. Da quel giorno, per otto mesi, non lo sa nessuno.
Il problema di fondo è questo: per otto mesi quella decisione resta sottratta alla conoscenza del Parlamento e dei cittadini. E quando un governo lascia nell'ombra un pagamento pubblico da oltre cento milioni di euro, la domanda non è più se abbia fatto un buon affare. È perché abbia scelto di farlo senza dirlo a nessuno.
Se esisteva una ragione di interesse pubblico per tenere nascosta quella transazione, il governo ha il dovere di spiegarla. Perché, osservando la sequenza dei fatti, gli effetti di quel silenzio sembrano essere stati soprattutto politici. E per capirlo bisogna guardare il calendario di un'altra vicenda, apparentemente parallela: le audizioni di Dario Bianchi davanti alla Commissione Covid.
La prima è di gennaio 2025. La transazione non esiste ancora, arriverà solo a ottobre. Bianchi parla da creditore in causa, racconta la sua versione, accusa Arcuri, tira in ballo l'avvocato Di Donna. Scomodo per Conte, ma coerente: è un imprenditore che sta ancora litigando con lo Stato.
La seconda audizione è di aprile 2026. E qui il quadro cambia, anche se nessuno lo dice ad alta voce. La transazione è chiusa da mesi, cento milioni sono già praticamente in cassa. Bianchi torna davanti a Lisei, continua a fare il testimone chiave contro Conte, e sui cento milioni non spende una parola. Gli viene pure chiesto dei suoi rapporti con Fratelli d'Italia, lui nega di aver mai finanziato il partito personalmente. Ma dell'accordo, niente. Da nessuna delle due parti.
Fate un attimo il calcolo di quello che sarebbe successo se in quella sala fosse saltato fuori che il testimone stella contro Conte aveva già in tasca cento milioni versati dal governo che lo stava usando per demolire l'avversario politico. Se quella circostanza fosse stata nota durante l'audizione, il peso politico della testimonianza sarebbe cambiato all'istante. La Commissione avrebbe dovuto affrontare domande scomode sull'indipendenza del proprio testimone e sul contesto in cui le sue dichiarazioni venivano rese. È difficile non chiedersi se proprio questo, evitare quelle domande, non sia uno degli effetti che quel silenzio ha prodotto.
E qui la vicenda smette di essere solo una storia di soldi. Diventa una storia su come funzionano certe commissioni d'inchiesta quando sembrano servire più a colpire un avversario che a cercare una verità scomoda anche per chi le presiede. Una commissione che indaga sul serio dovrebbe pretendere che ogni elemento capace di incidere sulla credibilità dei propri testimoni sia reso noto. Non otto mesi dopo. Nel momento stesso in cui ascolta quelle testimonianze e le usa in pubblico contro qualcuno.
C'è poi il decreto che ha creato la copertura finanziaria. Titolo innocuo, "Misure urgenti in materia economica", varato il 29 ottobre, due giorni prima della firma. Causale generica, di quelle che dentro un provvedimento omnibus passano senza che nessuno le legga davvero. Convertito in legge nei tempi previsti, tutto regolare sulla carta. Ma è davvero questo il modo in cui un governo che vuole essere controllato rende conoscibili le proprie decisioni? O è il modo in cui una decisione viene resa il meno visibile possibile, proprio mentre altrove si continua a costruire il racconto opposto, quello della malagestione di chi c'era prima?
E infine le persone, perché sono sempre le persone a raccontare la verità di una storia. L'atto lo firma una dirigente del Ministero della Salute che, stando al Fatto Quotidiano, è la moglie di un viceministro di Fratelli d'Italia. L'azienda beneficiaria ha finanziato quello stesso partito. Il suo amministratore, negli stessi mesi in cui incassa, sale sul palco di Atreju, diventa un habitué delle convention, viene portato in giro come il testimone che smonta Conte. Prese una per una possono essere coincidenze. Sommate a otto mesi di silenzio e a una commissione che non ha mai chiesto conto di quel silenzio al proprio testimone, raccontano qualcos'altro: quanto sia comodo, per chi governa, tenere insieme un accusatore appena risarcito dallo Stato e un'inchiesta che evita di metterlo davvero alla prova.
Perché un governo che è convinto di aver fatto la cosa giusta non ha bisogno del silenzio. Ha bisogno della luce.
Alla Camera è andato in scena un momento che svela perfettamente tutta la goffa retorica della destra-destra.
Per tre volte di fila il deputato vannacciano Emanuele Pozzolo - si, quel Pozzolo - si è rivolto alla Presidente di turno, Anna Ascani, chiamandola provocatoriamente “Signor Presidente”.
A quel punto Ascani glielo ha fatto gentilmente notare:
“Collega, mi scusi, siccome è la terza volta che lo sento: se usa ‘Signor’, dica ‘Signora Presidente’, se no va bene ‘Presidente’”
Risposta di Pozzolo, immediata:
“Grazie, SIGNOR Presidente”.
Proprio così, a sfregio.
A quel punto Ascani ha dato la risposta perfetta, l’unica possibile di fronte a una tale e conclamata mancanza di rispetto e di buon gusto:
“Grazie, collega DEPUTATA Pozzolo, prosegua” ha detto, scatenando la rabbia idrofoba di Pozzolo, che è letteralmente impazzito per quello che evidentemente considera un affronto.
“Lei non può permettersi!” ha urlato il deputato vannacciano in direzione di Ascani.
Allora, com’è che funziona, deputato (o deputata) Pozzolo?
Lei può declinare una Presidente donna al maschile, ma se la stessa osa chiamare lei al femminile all’improvviso diventa un’onta, una vergogna e un’offesa?
La risposta di Ascani è un manuale di come sia facile in fondo ridicolizzare questa destra.
Sono bastate quattro parole e una vocale per metterne a nudo tutta la inconsistenza politica e la penuria di argomenti, costretti ad aggrapparsi a queste polemiche da bar pur di esistere.
E sarà anche poco, ma dice moltissimo della miseria politica e intellettuale di certi personaggi.
Non sono cattivi, sono scarsi.
Utile consiglio: quando qualcuno afferma che é diminuita l’inflazione e scendono i prezzi dice una sciocchezza. Se con inflazione al 6% un prezzo é arrivato a 100 e l’anno dopo il tasso scende al 3% non é che il prezzo scende a 97. No, il prezzo aumenta ancora e si porta a 103.
Ebbasta! Ma sti cazzi di tg sono diventatati inascoltabili: saldi con famiglie che spenderanno cifre improponibili, vacanze con miliardi e miliardi di famiglie che ne usufruiranno. Italia come Abu Dhabi paese di ricchi. Ma non vi sembra che vi prendano un pochino per il culo?
@SusannaCeccardi vorrei ricordare che voi siete il partito che è stato al governo di piu di tutti negli ultimi 30 anni, piu che fare opposizione a voi stessi e alimentare odio per i vostri pitechi, che cazzo avete fatto? siete di nuovo li da 4 anni, avete fatto dl sicurezza a go go, pazzesco
Spariamo cifre per fare retorica da campagna elettorale, ma la realtà giuridica e contabile dice altro.
La condanna da 250 milioni del Tribunale Civile di Roma non nasce dal nulla, ma da una risoluzione contrattuale del 2020 (gestita durante il picco dell'emergenza) che i giudici hanno ritenuto civilisticamente viziata nei confronti della società fornitrice.
L'accordo a 100 milioni non è un favore della sinistra, ma una transazione firmata e blindata dall'Avvocatura dello Stato sotto l'attuale esecutivo. I tecnici del governo hanno messo nero su bianco che andare in appello avrebbe significato, con ogni probabilità, perdere tutti i 250 milioni più interessi e spese. Si chiama riduzione del danno patrimoniale, non "regalo".
Lo scudo penale ed erariale introdotto all'epoca (DL Cura Italia) serviva a proteggere i funzionari dalla colpa lieve in un momento in cui l'intero pianeta cercava mascherine che non c'erano. Ma lo scudo penale non cancella le regole del diritto civile: se lo Stato firma un contratto e lo rompe male, ne risponde sul piano contrattuale.
Confondere la difesa tecnica delle casse dello Stato operata oggi dall'Avvocatura con un attacco politico significa non saper leggere una sentenza o, peggio, far finta di non saperlo fare per racimolare qualche interazione.
È singolare urlare "chi sbaglia paga" quando l'accordo per pagare quei 100 milioni lo ha siglato l'Avvocatura che difende il vostro stesso ministero. Prima di fare sciacallaggio sulla gestione della più grande crisi sanitaria del secolo, mettetevi d'accordo con i vostri stessi uffici legali. Cala il sipario.🎪🎭
Une dame âgée de Floride a fait ses courses et, en revenant à sa voiture, a trouvé quatre hommes en train de partir avec son véhicule. Elle laissa tomber ses sacs de courses et sortit son pistolet, se mettant à hurler à pleins poumons,
« J’ai une arme, et je sais m’en servir ! Sors de la voiture - MAINTENANT ! »
Les quatre hommes n’attendirent pas une seconde menace. Ils sont sortis et ont couru comme des fous. La dame, quelque peu secouée, a alors chargé ses sacs de courses à l’arrière de la voiture et s’est installée au volant. Elle était tellement secouée qu’elle ne pouvait pas insérer sa clé dans le contact. Elle a essayé encore et encore, puis elle a compris pourquoi. C’était pour la même raison qu’elle s’était demandé pourquoi il y avait un ballon de football, un frisbee et deux packs de 12 bières sur le siège avant.
Quelques minutes plus tard, elle trouva sa propre voiture garée quatre ou cinq places plus loin. Elle a chargé ses sacs dans sa propre voiture et s’est rendue au commissariat pour signaler son erreur. Le sergent à qui elle a raconté l’histoire n’arrêtait pas de rire ! Il montra l’autre bout du comptoir, où quatre hommes pâles signalaient un vol de voiture perpétré par une femme âgée et folle décrite comme blanche, mesurant moins d’un mètre cinquante, portant des lunettes, des cheveux blancs bouclés et portant un gros pistolet.
Aucune charge n’a été engagée.
La morale de l’histoire ? Si tu vis un moment de senior... Rendez-le mémorable !
Sul razzismo.
C’è una frase che ricorre puntualmente ogni volta che qualcuno viene accusato di razzismo.
«L’Islam non è una razza.»
È vero. Ma non è una risposta.
Le razze umane non esistono. Il razzismo, invece, esiste eccome. Ed è proprio questo il punto che molti fingono di non capire.
La scienza ha chiarito da tempo che esiste una sola specie umana, caratterizzata da una variabilità continua, senza confini biologici che permettano di dividere l’umanità in razze. Se il razzismo dipendesse davvero dall’esistenza delle razze, sarebbe scomparso nel momento stesso in cui la genetica ne ha demolito il presupposto.
È accaduto invece il contrario.
Perché il razzismo non è mai stato una teoria della biologia. È un modo di classificare gli esseri umani. Di prendere milioni di individui, cancellarne le differenze e ridurli a un’unica categoria, alla quale attribuire un carattere, una morale, un comportamento, perfino un diverso valore umano.
Succede quando si parla genericamente degli “africani”. Come se cinquantaquattro Paesi, migliaia di popoli, centinaia di lingue e una storia immensa potessero essere racchiusi in una sola parola. L’Africa è probabilmente il continente con la maggiore varietà genetica e culturale del pianeta. Anche il colore della pelle, che nell’immaginario razzista dovrebbe definirla, varia dall’ebano più scuro a tonalità quasi indistinguibili da quelle di molti popoli del Mediterraneo.
Eppure, nel discorso razzista, tutto questo scompare. Resta soltanto “l’africano”.
Lo stesso accade con i musulmani. Quasi due miliardi di persone, distribuite in ogni continente, appartenenti a etnie, culture e tradizioni profondamente diverse, vengono raccontate come se fossero un corpo unico, animato dagli stessi valori, dagli stessi obiettivi e dalle stesse intenzioni.
La sociologia descrive questo processo con un termine preciso: razzializzazione.
Il filosofo Étienne Balibar lo sintetizzò con una formula diventata celebre: «razzismo senza razze». Non c’è più bisogno di evocare il sangue o la biologia. Basta sostituire la parola “razza” con “cultura”, “religione”, “identità”. Il risultato non cambia. Si trasforma una differenza in un destino e un individuo in uno stereotipo.
Funziona sempre allo stesso modo. Si prende una moltitudine di persone diverse fra loro e la si trasforma in un unico soggetto. Da quel momento ogni individuo smette di essere una persona e diventa il rappresentante di una categoria. Se uno delinque, diventano delinquenti tutti. Se uno è un terrorista, diventano terroristi tutti. Se uno è un fanatico, allora il fanatismo diventa la natura stessa di quel gruppo.
È il meccanismo che alimenta da anni la teoria della cosiddetta “sostituzione etnica”, secondo cui africani e musulmani costituirebbero un unico soggetto collettivo impegnato a rimpiazzare la popolazione europea. Una teoria del complotto che presuppone esattamente ciò che pretende di dimostrare: che centinaia di milioni di persone condividano la stessa volontà, lo stesso progetto, la stessa identità.
La sconfitta delle teorie razziali non ha sconfitto il razzismo. Ha soltanto costretto il razzismo a reinventarsi. Poiché la scienza ha dimostrato che le razze non esistono, il vecchio linguaggio biologico è diventato poco credibile. Al suo posto sono arrivate altre parole: cultura, identità, incompatibilità, sostituzione etnica. Da qualche tempo si è aggiunta anche remigrazione. Un termine che si presenta come neutro, quasi amministrativo, ma che esprime l’idea di allontanare dalla comunità nazionale persone considerate irrimediabilmente estranee, anche quando sono cittadini, sono nate nel Paese o vi vivono da gran parte della loro vita.
L’obiezione «l’Islam non è una razza» sbaglia quindi bersaglio. Nessuno sostiene che lo sia. Il problema nasce quando una religione, un’origine geografica o una cultura diventano il marchio con cui classificare milioni di esseri umani, attribuendo loro una natura comune, immutabile e incompatibile con la nostra.
Il razzismo prospera quando la complessità viene sostituita dalla semplificazione. Non perché i razzisti siano necessariamente persone poco istruite. Nella storia non sono mancati razzisti colti. Il razzismo è piuttosto una forma di ignoranza scelta: il rifiuto di conoscere ciò che smentisce i propri pregiudizi. Dove la realtà presenta individui, vede categorie. Dove incontra storie diverse, vede un popolo indistinto. Dove esistono sfumature, pretende essenze.
Per questo il razzismo ha sempre avuto un cattivo rapporto con la conoscenza. La genetica ha demolito le razze. La storia ha demolito il mito della purezza dei popoli. L’antropologia ha demolito l’idea delle culture immutabili. Proprio per questo il razzismo è costretto, ogni volta, a cambiare linguaggio per sopravvivere.
Chi cambia le parole senza cambiare il meccanismo non sta superando il razzismo.
Sta soltanto cercando di renderlo di nuovo presentabile.
Polizia e Forze Armate in rivolta per un contratto dignitoso. La protesta in piazza a Roma il 18 luglio.
Quindi la destra farebbe i decreti sicurezza a scapito di chi deve rischiare la pelle? Strano, chi l'avrebbe mai detto?
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