Un cittadino ghanese, residente in Italia da circa vent’anni e segretario dell’associazione dei ghanesi di Puglia, è stato prima tamponato e poi colpito alla testa con una bottiglia da un gruppo di giovani nelle campagne di Manfredonia. Un episodio gravissimo che non può essere liquidato come un semplice fatto di cronaca.
Da anni in Italia si alimenta un clima in cui gli stranieri, soprattutto quelli neri, vengono descritti come un problema. Le campagne politiche e la retorica portate avanti da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Roberto Vannacci hanno contribuito, secondo molti osservatori, a normalizzare un linguaggio che divide le persone tra “noi” e “loro”.
Quando si trasforma lo straniero nel capro espiatorio di ogni problema, qualcuno finisce per sentirsi autorizzato a insultare, umiliare o aggredire chi considera inferiore.
Le responsabilità penali spettano agli autori dell’aggressione e saranno accertate dalla magistratura. Ma esiste anche una responsabilità politica e culturale di chi ha alimentato per anni paura e ostilità verso il diverso.
La vittima è un lavoratore, un uomo che vive nel nostro Paese da due decenni e impegnato nella sua comunità. Aggredire lui significa colpire i principi di uguaglianza e convivenza che dovrebbero essere alla base di una società democratica.
Un pizzaiolo viene barbaramente ucciso e la Lega annulla i comunicati contro lo straniero appena si scopre che l'assassino è un italiano pluripregiudicato. Perché "chi uccide per una pizza non può avere posto nella comunità" solo se non è italiano.
- via @giuditta_pini
Una persona costa tra i 40 e i 300 dinari alla frontiera tra Tunisia e Libia: dodici, novanta euro a testa. Gli uomini meno, le donne di più, perché in Libiasecondo i testimoni rendono di più. A fissare il prezzo sono agenti in divisa da un lato e milizie dall’altro, e il pagamento arriva in contanti, in hashish, in barili di carburante. Lo raccontano le testimonianze del rapporto State Trafficking del collettivo RR[X], con ASGI e Border Forensics: dal giugno 2023 al dicembre 2025, circa 7.400 persone sono finite dentro questo ingranaggio.
Ora quattro di loro hanno fatto una cosa mai vista prima. Quattro persone migranti, originarie di Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, hanno depositato altrettanti ricorsi contro la Tunisia davanti alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. È la prima volta che la Corte dovrà giudicare le violazioni della Tunisia ai danni di cittadini stranieri. L’ASGI, che li assiste insieme all’avvocato tunisino Ibrahim Belguith, presenta i ricorsi in conferenza stampa il 30 giugno. Le condotte contestate: detenzione arbitraria, tortura, violazione del diritto alla vita, espulsioni collettive, tratta, discriminazione razziale e di genere.
Quanto vale una persona al confine
Funziona come una catena logistica. Si viene catturati in mare, sul posto di lavoro, davanti a uno sportello bancario, e il criterio è uno solo: si dà la caccia ai neri, di ogni nazionalità. Poi i bus verso il deserto, le gabbie sotto le antenne a pochi metri dalla linea di confine, la vendita ai libici, la prigione di Al Assah dove si paga il riscatto, dai 400 ai mille euro. Il 5 aprile 2024, al largo di Sfax, secondo la ricostruzione di immagini satellitari e testimonianze una motovedetta tunisina avrebbe speronato un barcone per fermarlo: nel naufragio morirono donne e bambini. Uno dei quattro ricorrenti era a bordo.
Tutto questo accade in un paese che dal febbraio 2023, da quando il presidente Kais Saied ha evocato un “piano criminale” per modificare la composizione demografica della Tunisia, dà la caccia ai subsahariani come politica di Stato. Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, nel 2023 e nel 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100.000 persone, l’ottanta per cento dall’Africa subsahariana. Amnesty International e le Nazioni Unite ripetono da anni la stessa cosa: la Tunisia non è un paese sicuro, e non è un luogo di sbarco sicuro.
Il timbro che cancella i fatti
Eppure il timbro è arrivato lo stesso, anzi due volte. L’Italia teneva già la Tunisia nel proprio elenco nazionale dei paesi di origine sicuri. E dal 12 giugno 2026 la Tunisia è entrata nella prima lista europea dei “paesi di origine sicuri”, votata dal Parlamento europeo il 10 febbraio con 408 sì e adottata dal Consiglio il 23. Relatore, in Aula a Strasburgo, è stato Alessandro Ciriani, eurodeputato di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Significa procedura accelerata e presunzione che chi arriva da lì non rischi niente. Lo decide la lista, non il caso specifico all’attenzione del funzionario.
C’è anche un problema tecnico, prima che morale. Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che un paese si può dichiarare sicuro solo se la designazione regge il controllo di un giudice, poggia su fonti aggiornate e vale per “tutto il territorio”. Difficile far reggere “tutto il territorio” quando quel territorio è il deserto in cui si vendono le persone. La Tunisia, da parte sua, ha già provato a chiudere l’altra porta: ha ritirato la dichiarazione che permetteva ai singoli di rivolgersi alla Corte africana, ritiro efficace dal marzo 2026. I fatti contestati, però, sono del 2023 e del 2024, quando la porta era ancora aperta.
Chi paga, e chi sapeva
I soldi sono italiani ed europei, e sono tracciati. Il 16 luglio 2023 Meloni ha mediato, con Ursula von der Leyen e l’allora premier olandese Mark Rutte, il Memorandum tra Unione europea e Tunisia: 150 milioni di sostegno al bilancio, 105 milioni per la gestione delle frontiere. L’Italia, da sola e a partire dal 2017, ha speso quasi 75 milioni in mezzi e addestramento per le guardie di frontiera tunisine. E Al Assah, la prigione dove finiscono i venduti, è sorvegliata dalla guardia di frontiera libica che figura tra i beneficiari del programma europeo EUBAM: l’Europa addestra, da un lato e dall’altro, chi compra e chi vende.
Restano le domande, ed è qui che la Tunisia amica diventa scomoda. Il nostro governo sa cosa accade in quei campi nel deserto? Lo sanno i suoi elettori, lo sanno gli italiani che applaudono il segno meno davanti ai numeri degli sbarchi? La risposta più indulgente è che non lo vogliono sapere, perché il calo che si esibisce in conferenza stampa è fatto di gabbie sotto le antenne e di riscatti pagati al buio, mentre i corpi restano nel deserto. Un paese che vende esseri umani lo abbiamo chiamato sicuro. La Corte africana, adesso, dovrà solo dire ad alta voce quello che a Roma si sa già.
(il mio articolo per @LaNotiziaTweet)
https://t.co/UQQ4DkhzCL
Strumentalizzano Marx per fargli dire ciò che non dice, storpiano il concetto di "esercito industriale di riserva", scaricano sui più deboli storture causate dai più forti.
è il momento di fare chiarezza sulle bugie dei sovranisti, di destra e di sinistra.
Link al primo commento
Smontiamo in 2 minuti il festival della disinformazione andato in onda a #4disera con Susanna Ceccardi. Un bignami di retorica populista per difendere lo 0,1% dei super-ricchi, terrorizzando (come sempre) chi non c'entra nulla. 🧵👇
Il trucco del "ceto medio"
Ceccardi dice che la patrimoniale colpirebbe "i soliti fessi che guadagnano 1.500 o 2.000 euro al mese". Falso. La proposta di AVS parla chiaro: si parte da patrimoni superiori a 2 milioni di euro (con esclusione della prima casa). Confondere volutamente il reddito mensile da lavoro dipendente con i patrimoni milionari cumulati serve solo a spaventare l'elettorato. Chi prende 2.000€ al mese non è il target, ne è escluso.
I capitali che "scappano" (spoiler: non hanno le gambe)
"Chi ha grandi patrimoni si sposta facilmente". Altra balla. I grandi patrimoni in Italia non sono fiumi di contanti su un conto corrente svizzero svuotabile con un clic. Sono fatti di immobili di pregio, terreni e quote societarie ben radicate sul territorio. Non puoi spostare a Montecarlo un palazzo in centro a Milano o una fabbrica in Toscana. Inoltre, i modelli moderni prevedono criteri di residenza fiscale e exit tax che rendono la fuga fittizia un salasso.
Il jolly delle "Case Green"
Infilare la direttiva UE sull'efficientamento energetico nel calderone della patrimoniale è pura ginnastica mentale. La direttiva EPBD serve a ridurre consumi e bollette, non è una tassa. E indovinate un po'? La sinistra chiede proprio che i lavori per i redditi medio-bassi siano coperti da incentivi pubblici, finanziati magari proprio tassando gli extraprofitti. L'esatto opposto di ciò che racconta la Ceccardi.
La mossa della disperazione: l'attacco ad hominem
Quando finiscono gli argomenti economici e non si sa come difendere i privilegi dei multimilionari, qual è la strategia? Buttari la palla in tribuna attaccando Ilaria Salis e le occupazioni. Classico rumore di fondo per distrarre dal punto reale: perché in un Paese con la sanità e la scuola pubblica al collasso, lo 0,1% della popolazione non dovrebbe contribuire in modo progressivo come dice l'Art. 53 della nostra Costituzione?
La prossima volta che sentite parlare di "tasse sui poveri" da chi difende i ricchi, date un'occhiata ai numeri reali. Fa bene alla salute e al portafogli. 😉🤡🎪🤦♂️
Un ragazzino di 15 anni per terra. Intorno, venti adulti in cerchio: la faccia nascosta dietro caschi e passamontagna, le spranghe che salgono e scendono.
È arrivato in Italia da solo, senza madre né padre, a vivere come si può. A sopravvivere come si prova.
Venerdì sera era ai giardini sotto casa, con altri come lui. Tutti ai margini della città. Tutti ai margini della società.
A fare le cose che i ragazzi di 15 anni, abbandonati, fanno: rubare. Bere. Fumare.
Come gli scugnizzi a Napoli negli anni '70.
Come i ragazzini di strada di ogni periferia del mondo, da che mondo è mondo.
Come i nostri nonni con la valigia di cartone, quando a rubare il pane in terra straniera eravamo noi.
A sopravvivere, dicono loro.
A rubare in casa nostra, dicono "le persone per bene".
Già.
Le persone per bene.
Quelle che lavorano tanto e guadagnano poco, sempre troppo poco.
Quelle indietro con la rata dell'iPhone.
Quelle che se il Paese va a puttane la colpa è di questi qua, che campano alle nostre spalle.
Sono arrivate con le spranghe, le persone per bene. Con le mazze, i caschi e le bandane, perché "non se ne può più!".
Non se ne può più.
Mica della corruzione.
Mica della mafia, che la droga da vendere nei parchi è lei a rifornirla a quei ragazzini.
Mica dei politici populisti che promettono ponti immaginari per un pugno di voti.
No. Non se ne può più di un ragazzino.
Così si sono dati appuntamento. Si sono infilati il casco. Si sono coperti la faccia. E sono andati, in venti, a spaccare la testa a un quindicenne steso a terra.
Orgogliosi. Eroici. Patriottici.
Con il volto nascosto.
Come si nasconde la vergogna.
Come si nascondono i vigliacchi.
Come si nasconde la gente per bene.
#immigrazione #razzismo
Settantacinque anni fa, il 28 luglio 1951, a Ginevra si firmava la Convenzione sullo status di rifugiato: chi scappa da guerra e persecuzione ha diritto a chiedere protezione, e lo Stato che lo accoglie non può ricacciarlo dove rischia la vita. Oggi, 20 giugno, quel diritto compie gli anni con la Giornata mondiale del rifugiato. E l’Europa lo festeggia smontandolo.
A dirlo, alla vigilia, è SOS Humanity, l’organizzazione tedesca che gestisce la nave di soccorso Humanity 1. Parla di una crisi dello Stato di diritto nelle politiche migratorie europee, e richiama un memorandum per la protezione dei rifugiati promosso insieme ad altre sigle tedesche, da Pro Asyl a Diakonie ad Amnesty International. L’allarme poggia su due atti molto concreti che, nel giro di un mese, hanno spostato l’asticella.
Strasburgo e Bruxelles
Il primo è la Dichiarazione di Chişinău. L’hanno adottata il 15 maggio 2026tutti i 46 Stati del Consiglio d’Europa, e pur non essendo vincolante chiede di rileggere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo quando di mezzo ci sono stranieri da espellere o estradare. Amnesty International la legge come l’apertura di un sistema di diritti umani a due livelli: pieni per i cittadini, ridotti per i migranti. La stessa dichiarazione apre all’esame delle domande in Paesi terzi e agli hub di rimpatrio fuori dai confini europei. Da dove nasce? Da una lettera di nove capi di governo del maggio 2025, guidati da Italia e Danimarca, che accusava la Corte di Strasburgo di proteggere “le persone sbagliate”.
Il secondo atto è già in vigore. Il Patto europeo su migrazione e asilo, dieci provvedimenti approvati nel 2024, si applica dal 12 giugno, una settimana fa. Introduce una procedura di frontiera obbligatoria per chi arriva dai Paesi con un tasso di riconoscimento sotto il 20%, fino a dodici settimane in cui, scrive Human Rights Watch, il richiedente resterà quasi sempre trattenuto. Famiglie con bambini comprese. Sulla carta è efficienza. Di fatto è detenzione amministrativa per chi non ha commesso alcun reato. L’Italia, da parte sua, ha fatto da apripista con i centri costruiti in Albania per spostare l’esame di una parte delle domande fuori dal proprio territorio.
La frontiera spostata in mare
E poi c’è il mare, dove la frontiera l’Europa l’ha già spinta verso sud da tempo. Dal 2016 l’Unione finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti i barconi e li riporti indietro. Tra il gennaio 2018 e il settembre 2025, secondo l’OIM, sono state riportate in Libia circa 145mila persone; Sea-Watch parla di oltre 169mila dal 2016. Rispedite nel Paese da cui erano fuggite, dentro quei centri di detenzione dove torture, percosse e stupri sono documentati da anni. Un respingimento per procura, vietato dalla Convenzione di Ginevra ma pagato con denaro europeo, circa 74 milioni solo per i programmi sul confine.
A ottobre un gruppo di eurodeputati ha chiesto alla Commissione di chiudere i rubinetti, citando tratta, lavoro forzato, violenze sessuali e torture. Bruxelles ha difeso la collaborazione definendola necessaria. E la stessa Humanity 1, in Italia, è già stata fermata per decreto: chi documenta cosa accade in mare diventa il problema da rimuovere.
Intanto il conto dei morti non si ferma. Nel 2025 l’OIM ha contato quasi 7.900persone morte o scomparse sulle rotte migratorie, 1.330 solo nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale del mondo. Dal 2014 sono oltre 80mila.
Settantacinque anni dopo Ginevra la promessa era semplice: nessuno va rimandato verso il pericolo. Domani la si celebra con cortei e comunicati, mentre i governi che l’hanno firmata lavorano a smontarla un comma alla volta. Marie Michel, di SOS Humanity, parla di un diritto individuale all’asilo ormai sotto attacco in Europa. E a guidare l’assalto, stavolta, c’è anche l’Italia.
(il mio articolo per @LaNotiziaTweet)
https://t.co/oza5zdMzKJ
Sull’embargo imposto a Cuba dove la gente non ha più nemmeno gli occhi per piangere non lo aprono l’incidente diplomatico con gli USA, qui nessuna solidarietà per nessuno.
Si agitano per le scemenze dette da Trump di cui fra due settimane non si ricorderà più nessuno.
Vergogna.
Il Parlamento Europeo ha appena approvato una risoluzione per introdurre sanzioni contro Cuba.
Nella risoluzione, approvata con 283 voti favorevoli e 199 contrari (85 astenuti) si legge: “Cuba è vicina a diventare uno Stato fallito”.
La risoluzione chiede sanzioni contro il presidente Miguel Diaz-Canel e contro il conglomerato militare Gaesa, responsabile del controllo di circa metà dell’economia.
Mosse che arrivano in scia all’analoga mossa di Washington nel quadro della strategia di massima pressione su L’Avana.
Washington ha privato Cuba del petrolio con l’embargo petrolifero imposto dopo la caduta di Nicolas Maduro in Venezuela a gennaio scorso; ha sanzionato membri del governo cubano e imposto pressioni secondarie sull’isola; ha emesso un mandato d’arresto per l’ex presidente Raul Castro.
L’Eurocamera approva la mozione in cui si dice che la povertà a Cuba “non è il prodotto di alcun embargo esterno, ma la diretta conseguenza del modello e dei fallimenti del regime stesso”.
Cuba vive un embargo pluridecennale che si è recentemente inasprito con il blocco petrolifero USA. Da allora l’isola caraibica è sottoposta a un vero e proprio assedio economico che ha provocato una crisi umanitaria senza precedenti.
Il Parlamento Europeo chiede anche un’esplicita modifica della leadership politica a Cuba: “L’unica via d’uscita dalle difficoltà, dalla povertà e dall’isolamento che affliggono il popolo cubano risiede in un profondo cambiamento economico e politico”.
Nemmeno per gli Usa il regime change è ancora posizione ufficiale da perseguire.
Per Strasburgo, si.
L’assedio a Cuba è totale. L’ipocrisia europea anche.
Leggi l’articolo di andrea muratore
https://t.co/jCFUlepAf0
#cuba #europe #usat
Remigrazione 3
Mi tocca fare una breve lezione sulla remigrazione, per i tanti nazisti che girano su questo social e non sanno nemmeno cosa difendono. Ignoranti e arroganti: non conoscono le teorie naziste che sposano e non hanno nessuna voglia di conoscerle.
Qualcuno lo fa apposta, certo. Annacqua il discorso per far sembrare la remigrazione una cosa quasi per bene e non l’abisso che è. La maggior parte no. La maggior parte è convinta che remigrazione significhi rispedire al loro paese gli stranieri che delinquono.
Mi spiace informarvi: non è questo. Quello è un normale procedimento del codice penale, si applica già adesso, quattro o cinquemila persone che commettono reati ogni anno vengono rimpatriate. Potrebbero essere di più o di meno, può darsi. Non c’entra niente con la remigrazione.
La remigrazione è una teoria inventata pochi anni fa da un fanatico nazista austriaco. Prevede la deportazione coatta, forzata, di massa di tutti gli stranieri che vivono sul nostro territorio. Tutti. Seconda generazione, terza generazione. Quelli che lavorano, quelli che hanno una casa, quelli che ci vivono accanto da anni, quelli che hanno fatto le scuole in Italia. Cinque milioni di persone, più i loro figli nati qui. Deportati con la forza per il solo fatto di essere stranieri.
Questa è la remigrazione. Questo è ciò che difendete.
Una cosa la sapete fare bene: scegliere chi deportare. La remigrazione che sognate non riguarda l’americano che si è comprato il casale in Toscana, né l’inglese con la villetta sul Garda. Quelli restano, quelli vanno bene. La pelle giusta, il passaporto giusto.
Riguarda l’africano. Riguarda chi prega rivolto alla Mecca. Riguarda chi ha la pelle scura e un nome che non sapete pronunciare. La vostra non è una questione di stranieri, è una questione di razza e di religione, come sempre lo è stata per i nazisti. Lo dite pure voi, basta ascoltarvi: non vi danno fastidio gli stranieri, vi danno fastidio quegli stranieri lì. Chiamatela col suo nome, allora. Non è remigrazione. È pulizia etnica con l’ufficio stampa.
Per questo sì, il paragone con i vagoni blindati delle SS è pienamente valido. Nessun errore. La chiamate remigrazione perché la parola suona carina, o almeno più carina di deportazione.
Non siete stupidi, sarebbe troppo comodo. La stupidità si perdona. Potete anche ignorare il nome di chi ha inventato la vostra teoria, ma sapete benissimo cosa chiedete, e lo dite con la parola morbida apposta per non sentirla. Cinque milioni di persone. Più i loro figli, cresciuti qui, che parlano come voi e meglio di voi. Volete spostarli. Con la forza. Allora ditemi come. Ditemi dove li tenete mentre aspettano il treno, ditemi chi sale sul vagone per primo, il bambino o la madre.
Ditemelo, perché ogni vostra parola sulla remigrazione presuppone un campo, e un campo qualcuno deve costruirlo, sorvegliarlo, riempirlo. Lo sappiamo già chi si offre volontario. Lo abbiamo già visto in faccia. Aveva la vostra stessa identica espressione.
Vannacci, il prodotto politico del capitale
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere
https://t.co/drGQ8u6LFF
While the EU was asleep, our Aurora 2 rescued 40 people from a rubber boat in distress. All guests are now on board and on their way to the port of Lampedusa. Every hour at sea matters - close ports of safety save lives.
Aurora 2, la nuova nave veloce di Sea-Watch, questa mattina ha soccorso 40 persone, tra cui due bambini, a bordo di un gommone in difficoltà. Tra poco sbarcheranno in sicurezza a Lampedusa.
Dopo la due giorni di vannacci resta la domanda: come ha potuto un uomo del genere, evidentemente estraneo alla costituzione, arrivare a cariche apicali nell’esercito di una democrazia europea? Quanti altri come lui sono ancora in divisa?
Remigrazione
C’è una parola nuova che gira, e ha un suono pulito. Remigrazione. La pronunciano in tanti senza pensarci, come si ordina un caffè. Comoda, leggera, igienica. Le parole pulite servono a questo da sempre: coprire ciò che ad alta voce farebbe vomitare.
Non è spuntata dal nulla. L’ha teorizzata un austriaco, Martin Sellner, in un libro intitolato “Remigrazione, una proposta”, tradotto in italiano l’anno scorso. Ha preso corpo in una villa vicino a Potsdam, nel novembre del 2023, dove uomini dell’estrema destra tedesca si sono chiusi a discutere come allontanare due milioni di persone. Lo ha scoperto un gruppo di giornalisti, e mezza Germania è scesa in piazza. Nel piano c’era scritto pure dove spedirle, quelle persone: uno “Stato modello” da qualche parte in Nord Africa. Un’idea già vista. Si chiamava piano Madagascar, prevedeva di deportare quattro milioni di ebrei su un’isola, ed era il 1940.
Un dettaglio di quella riunione conta più di tutto. Sellner non ha mai detto deportazione. Diceva remigrazione. Sapeva cosa stava progettando e ha scelto la parola che non spaventa. Non lo dico io. Sta agli atti.
Te la traduco, la parola pulita. Remigrazione vuol dire prendere una persona e portarla via. Vuol dire bussare a una porta all’alba e far scendere una famiglia in pigiama. Vuol dire un bambino con le scarpe slacciate che non capisce dove lo portano. Vuol dire una madre che stringe una valigia con dentro niente, perché il tempo non glielo hanno dato. Non parlano solo di chi è sbarcato ieri. Parlano dei “non assimilati”, che nella loro lingua sono ragazzi nati qui, con la carta d’identità in tasca, che parlano romanesco o napoletano e il paese dei nonni non l’hanno mai visto.
Non è la prima volta che una parola viene lavata così. Quasi novant’anni fa cominciò con le parole e con le leggi. Si diceva trasferimento, reinsediamento, trattamento speciale. Si facevano le liste. I treni vennero dopo, poco più di ottant’anni fa, e su quei treni la gente stava in piedi, al buio, per giorni. Dove finivano lo sai. Lo sai senza che te lo scriva. L’hai studiato a scuola, hai pensato mai più, hai chiuso il libro. La parola pulita è tornata lo stesso, e ti scorre davanti mentre fai colazione.
Pensa alla gente normale di allora. Il farmacista. La maestra. L’impiegato che ogni mattina comprava il pane e un giorno ha smesso di salutare il fornaio, perché il fornaio era diventato un problema. Non erano mostri. Erano gente come te. Hanno solo girato la testa. Si sono detti che non li riguardava, che protestare era pericoloso, che ci avrebbe pensato qualcun altro. Quel qualcun altro non è arrivato mai. Quando i treni passavano sotto casa, chiudevano le tende e alzavano la radio.
Oggi la tenda è lo schermo del telefono. Scrolli, leggi remigrazione, senti un fastidio, tiri dritto. Intanto c’è già chi sussurra di “altre soluzioni”, perché a qualcuno la sola deportazione comincia a stare stretta. La frase non la finiscono. Gli manca il coraggio. Fanno come Sellner: dicono la parola che non spaventa e il resto lo lasciano al tuo silenzio. Prima la parola pulita. Poi la parola detta a metà. Poi non servirà più nessuna parola, perché sarà già successo.
Uno Stato sano avrebbe gli anticorpi. Tratterebbe chi istiga allo sterminio per quello che è, perché questa non è un’opinione, è il primo gradino di una scala che conosciamo a memoria. Invece la parola va di moda. Qualcuno la spaccia per libertà.
Resti tu. Non la maestra, non il farmacista, non quel qualcun altro che non arriva mai. Tu, che hai sentito quel fastidio mentre leggevi e adesso vorresti chiudere la pagina e lasciarti il fastidio alle spalle. Non chiuderla. Quel fastidio è l’unica cosa pulita rimasta in questa storia, ed è esattamente ciò che la gente di novant’anni fa ha deciso di non sentire. La differenza tra te e loro non è il cuore. È solo il momento. Loro si accorsero quando i treni erano già partiti. Tu te ne stai accorgendo adesso, prima. La prossima volta che leggi remigrazione non tirare dritto. Chiamala col suo nome, ad alta voce, dove gli altri ti sentono. Costa fatica e ti farà sentire fuori posto. Era esattamente la fatica che allora non fece nessuno.
Il problema del ciclo Gruber-Vannacci semplificato
1) un punto forte del programma politico di Vannacci è l'immigrazione
2) Vannacci ha preso parte a tutte le guerre illegali della Nato (Iraq, Siria, Yemen, Afghanistan, Libia ...) che hanno creato
1/