Il diplomatico, la russa, il silenzio
C’è una storia che dovrebbe stare in prima pagina e invece sta a pagina dodici, quando va bene. Riguarda un ambasciatore della Repubblica, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, nome che pare uscito da un romanzo ottocentesco, e una donna russa, Tatiana Tarakanova, sua collaboratrice da anni. Riguarda Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, e tre agenzie di viaggio moscovite registrate allo stesso indirizzo, Happy Travel, Visa4you, Park Lane. Riguarda almeno novantacinque cittadini russi entrati in Italia con visti Schengen di lunga durata, tra dicembre 2024 e luglio 2025, mentre l’Europa cercava di chiudere le porte a chi viene da Mosca per via della guerra in Ucraina. Riguarda sedici mila euro a pratica, un patrimonio da tre milioni, una conversazione registrata in cui Papadia, messo con le spalle al muro, ammette: “Sì, è quello il motivo, ti do quello che vuoi, la scuola dei tuoi figli sarà pagata per sempre”. E riguarda, soprattutto, il silenzio.
I fatti, ricostruiti dalla procura di Roma e dalla Guardia di Finanza, sono questi. Il 2 dicembre 2024 Papadia si insedia a Tashkent. Diplomatico di carriera, entrato per concorso nel 2001, sulla carta un curriculum lineare. Solo che dentro quel curriculum c’è un dettaglio che oggi pesa come una pietra: dal 2012 al 2017 è stato Console Generale a Mosca, competenza su tutta la Federazione Russa. Cinque anni. Conosceva gente, ambienti, intermediari. Conosceva Tatiana Tarakanova, che ai suoi tempi lavorava al consolato italiano nella capitale russa. Quando arriva a Tashkent, due settimane dopo l’insediamento, la fa inserire nell’ufficio visti. Una scelta che la procura considera decisiva. Esautora gli altri funzionari, accentra le pratiche nelle sue mani, si avvale della russa e di tre interinali uzbeki assunti da lui. L’ufficio visti, da quel momento, è cosa sua.
Il sistema, secondo gli inquirenti, funziona così. Le richieste arrivano da Mosca, smistate da quelle tre agenzie allo stesso indirizzo. A volte arrivano direttamente all’ambasciatore via Telegram, fuori da ogni protocollo. I richiedenti non vivono in Uzbekistan, non si presentano fisicamente, le firme non corrispondono a quelle dei passaporti. Niente di tutto questo conta. Si paga, dai quattromila ai sedicimila euro a visto, contro i cinquanta euro della tariffa ufficiale, e si entra in Europa. I bonifici finiscono su un conto bulgaro intestato alla Tarakanova, mascherati da prestito. Su novantadue pratiche esaminate dagli ispettori a luglio 2025, in ottantuno casi i richiedenti non risultavano mai entrati in ambasciata. Mai visti, mai identificati. Solo nomi su carta, e quei nomi, oggi, sono in Italia.
Le accuse formali sono corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non spionaggio, attenzione. La procura è esplicita: il reato di spionaggio non viene contestato. Però gli atti contengono una frase che chi sa leggere dovrebbe leggere due volte. Gli investigatori, scrivono, non sono in grado di escludere che qualcuno dei novantacinque russi entrati abbia svolto attività informative verso Mosca. Tradotto in italiano corrente: non sappiamo chi sono, non sappiamo cosa fanno qui, non sappiamo se qualcuno di loro lavora per i servizi russi. Sappiamo solo che sono entrati grazie a un ambasciatore della Repubblica, e che adesso sono qui.
Provate a pensarci un attimo. In un anno in cui in tutta Europa si parla di sabotaggi attribuiti a Mosca, cavi sottomarini tagliati nel Baltico, droni sopra le basi NATO, incendi sospetti nei magazzini logistici della Polonia, attentati alla Bundeswehr sventati per un soffio, l’ambasciata italiana a Tashkent funziona come un imbuto attraverso cui passano cittadini russi senza requisiti, in un canale parallelo gestito da una sola persona, su segnalazione di agenzie moscovite, con pagamenti su un conto bulgaro intestato a una donna russa naturalizzata italiana ed ex Enit. E noi dovremmo credere che dietro non ci sia altro che la cupidigia di un singolo diplomatico annoiato e indebitato? La risposta onesta è: forse sì, forse no. Ma il fatto che nessuno stia cercando seriamente la risposta è il vero scandalo.
Perché qui veniamo al nocciolo. Chi ha nominato Papadia ambasciatore in una sede sensibile, in piena guerra in Ucraina, con accreditamento anche in Tagikistan, frontiera caldissima? Il governo Meloni. Tecnicamente, la proposta di nomina passa dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, viene firmata dal Presidente della Repubblica, segue il parere della commissione esteri. Burocrazia di routine, certo. Ma è proprio nella routine che le responsabilità si annidano. Possibile che le procedure di vetting per una sede del genere non abbiano notato i cinque anni a Mosca, la collaboratrice russa al seguito, le frequentazioni? Possibile. Probabile, in Italia, dove il vetting serio è una parola straniera. Però le conseguenze di quella superficialità le paghiamo tutti.
E poi c’è il silenzio del governo. Il 22 aprile scorso Tajani convoca l’ambasciatore russo a Roma, Paramonov, per protestare contro le battute volgari del conduttore tv Solovyov contro Meloni. Comunicati di indignazione, dichiarazioni roboanti. Due settimane dopo, l’8 maggio, scatta l’arresto di un suo ambasciatore, accusato di aver fatto entrare almeno novantacinque russi in barba alle direttive europee. E il Ministro che fa? Niente. Una conferenza stampa? Niente. Un’informativa al Parlamento? Niente. Un’inchiesta interna pubblica? Niente. Si gestisce sotto traccia, sperando che la notizia si sgonfi nel ciclo mediatico di una settimana.
Le ragioni di questa afasia sono nude. Questo governo ha dentro una componente, la Lega, dichiaratamente filorussa, con un leader che girava con la maglietta di Putin. Ha un’altra componente, Fratelli d’Italia, che sull’Ucraina si è allineata alla NATO ma non vuole strappare con un elettorato che a Mosca guarda ancora con simpatia. Tirare fuori il caso Papadia con il giusto risalto significherebbe aprire una discussione pubblica sulla penetrazione russa nelle istituzioni italiane, e quella discussione, a questo governo, fa più paura di un terremoto. Quindi si tace. Si lascia che la procura faccia il suo mestiere, sperando che il processo arrivi tra due o tre anni, quando nessuno ricorderà più nulla.
C’è da chiedersi anche dove sia l’opposizione. Il Partito Democratico, che dovrebbe trasformare una vicenda così in cinque giorni di prime pagine e otto interrogazioni parlamentari, mormora. Il Movimento Cinque Stelle, con i suoi trascorsi sulla Russia, si volta dall’altra parte. Calenda e Renzi, che pure sull’atlantismo battono il tamburo, alzano la voce solo quando conviene. Nessuno chiede l’audizione urgente di Tajani. Nessuno chiede chi controlla i visti rilasciati dalle altre ambasciate italiane in Asia centrale. Nessuno chiede dove sono adesso quei novantacinque, cosa fanno, chi frequentano.
Si dirà: è una vicenda di corruzione, l’ennesima, un funzionario marcio che vende lo Stato al miglior offerente. Vero. Ma è anche altro. È il sintomo di un paese che ha smesso di prendere sul serio se stesso. Un paese che non vetta i suoi ambasciatori, non controlla le sue sedi consolari, non si fa domande sui suoi confini. Un paese in cui la parola “sicurezza nazionale” si usa solo per giustificare leggi contro i migranti africani, mai per chiedersi chi sta entrando dalla porta principale, con visto regolare timbrato da un nostro diplomatico. La frontiera, in Italia, è un concetto a geometria variabile. La applichi ai disperati che attraversano il Mediterraneo, non ai novantacinque russi con i soldi giusti e il bonifico sul conto bulgaro.
Mah. Resta una domanda, e questa la voglio lasciare sospesa, perché non ho la risposta e nessuno me la sta dando. Tashkent è davvero un caso isolato, il marciume di un singolo? Oppure è la punta di qualcosa, la prima crepa che diventa visibile in un edificio che scricchiola da anni? Quante altre Tashkent ci sono, in giro per le nostre ambasciate? Quanti altri Papadia, quante altre Tarakanove? Il governo non si pone la domanda. La stampa non la pone. L’opposizione la sussurra. E intanto novantacinque persone, di cui non sappiamo niente, vivono accanto a noi.
Allora. Tenetevi forte Cattivi. ☕️😎
Mi sono appena arrivati freschi freschi sulla scrivania del Ministero della Cattiveria una serie di report medici molto critici su alcuni nostri cari amici.
La situazione è grave ma non è seria. (Cit.)
Quello che segue è il risultato del lavoro del nostro Ambulatorio Centralizzato di Diagnostica Politica, riassunto in 3 specifiche Sindromi.
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1⃣ Sindrome di Gioggia (SVP: Sindrome Vittimistica Primaria)
Sinonimo clinico: Sindrome di Calimero Egemonico
Eziologia e Patogenesi
La Sindrome di Gioggia si manifesta come una distorsione neuro-cognitiva della percezione del potere. Il soggetto, pur occupando l'apice della gerarchia decisionale, sviluppa un'ipertrofia del lobo della persecuzione. Scientificamente, si osserva una disconnessione tra la realtà oggettiva (detenzione dei mezzi di produzione legislativa) e la proiezione soggettiva (percezione di essere un'entità oppressa da complotti stalinisti/leninisti/marxisti/anarchici/maledettezecche).
Quadro Clinico (Sintomatologia)
🔹Logorrea Difensiva Reattiva: Il paziente risponde a qualsiasi rilievo critico — dal prezzo del pane alla terza guerra mondiale — evocando "i governi precedenti" o "il fango della sinistra".
🔹Delirio da Accerchiamento (Focus Group Effect): Convinzione radicata che il mondo intero, dai giudici di pace ai panettieri di Bruxelles, sia coalizzato per impedire al soggetto di "fare le cose".
🔹Paradosso della Meloni-Calimero: Manifestazione fisica di ingiustizia subita, espressa tramite un’alterazione delle corde vocali che passano dal registro tipico Ken Shiroiano della 64ª scuola di Hokuto Shinken, al "Sussurro della Martire in lacrime” in meno di 1,4 secondi.
Prognosi e Terapia
La prognosi è infausta per il contribuente. La terapia consigliata sarebbe la somministrazione massiccia di realtà sottoforma di "Orsinolina" o "Travagliotamina", ma il sistema immunitario del paziente rigetta i farmaci, catalogandoli come "propaganda comunista”.
2⃣ Sindrome di Picierno (SDC: Solipsismo Digitale Coatto)
Sinonimo clinico: Sindrome dello Specchio Riflesso (o Complesso del Riformismo Autistico)
Eziologia e Patogenesi
Il Disturbo di Picierno colpisce prevalentemente soggetti operanti in aree definite "di centro" o "riformiste", caratterizzate da un'altissima stima di sé proporzionale all'irrilevanza elettorale. La patologia nasce dall'incapacità biologica di processare l'ossigeno in presenza di anidride carbonica critica (il commento dell'utente medio). Il cervello del paziente interpreta il dissenso non come dialettica, ma come un'interferenza elettromagnetica da eliminare chirurgicamente.
Quadro Clinico (Sintomatologia)
🔹Atrofia del Tasto "Rispondi”: Il soggetto sviluppa una paralisi motoria che impedisce di rispondere nel merito, compensata da un'iper-reattività del muscolo flessore dell'indice sui tasti "Blocca Utente" e "Nascondi Commento".
🔹Ecolalia Speculare: Il paziente ama parlare in stanze vuote o davanti a monitor spenti, dove l'unica immagine riflessa conferma la sua superiorità morale e intellettuale. Tipico è il comportamento dei ceppi "Renzi-Calenda", che percepiscono il mondo come un grande talk-show dove il pubblico è ammesso solo se munito di cartelli con scritto "Genio".
🔹Negazione del Contraddittorio (Riflesso di Narciso): Se una critica riesce a penetrare la barriera difensiva, il soggetto attiva lo "Specchio Riflesso", una difesa infantile-evoluta in cui l'errore non esiste, poiché "voi non capite la complessità della nostra visione".
Prognosi e Terapia
Il paziente tende all'isolamento totale, finendo per governare regni immaginari composti da sé stesso e dal proprio social media manager. La terapia d’urto prevederebbe l'obbligo di frequentare un circolo Arci senza scorta e senza possibilità di silenziare i presenti, ma il rischio di shock anafilattico da "contatto umano non filtrato" è troppo elevato.
3⃣ Sindrome di Tajani (SDP: Stupore Diplomatico Persistente)
Sinonimo clinico: Encefalopatia del Moderato Sonnambulo o Sindrome del "Ma io che ci faccio qui?"
Eziologia e Patogenesi
La Sindrome di Tajani è una rara forma di narcolessia istituzionale degenerativa. La patogenesi risiede in un trauma cranico-emotivo subito a seguito della scomparsa della "Sorgente Primaria" (identificata nel Berlusconismo Radiante). Privato della luce riflessa che ne guidava i movimenti motori, il paziente è precipitato in uno stato di Twilight Zone Istituzionale.
Scientificamente, si osserva un blocco delle sinapsi nel lobo frontale nel momento esatto in cui viene posta una domanda diretta. Il cervello del soggetto entra in modalità Stand-by con Risparmio Energetico, proiettando all'esterno l'immagine di un uomo che è appena stato teletrasportato da un pigiama party alla Farnesina senza passare dal caffè.
Quadro Clinico (Sintomatologia)
🔹Sguardo a "Cervo Abbagliato dai Fari”: Il paziente presenta costantemente un'espressione di sconcerto metafisico, come se stesse cercando di ricordare se ha spento il gas o se è il Ministro degli Esteri.
🔹Afasia del Moderatismo Liquido: Quando interrogato su temi caldi (guerre, crisi, riforme), il soggetto emette suoni che sembrano opinioni ma che, analizzati allo spettroscopio, risultano essere vuoto pneumatico pressurizzato. È l'unico caso medico di individuo capace di parlare per dieci minuti senza mai uscire dallo stato REM.
🔹Riflesso del "Caduto dalle Nuvole": durante le conferenze stampa di ogni evento, le domande dei giornalisti vengono accolte dal paziente con lo stupore di un bambino che scopre che la neve non è fatta di batuffoli di cotone. Il soggetto manifesta una disconnessione spazio-temporale tale per cui sembra sempre che lo stiano intervistando mentre cercava il reparto gastronomia.
🔹Ebetismo Istituzionale Reattivo: Di fronte a una crisi, il paziente attiva una difesa immunitaria che consiste nel sorridere con la stessa convinzione di un ostaggio costretto a fare un video in cui dimostra che è vivo.
Prognosi e Terapia
La prognosi è di "stabilità vegetativa permanente". Il paziente non guarisce perché, fondamentalmente, non ha capito di essere malato (né di essere al governo). La terapia d'urto prevederebbe l'iniezione di 500cc di Adrenalina Decisionale, ma il rischio è che il soggetto si svegli bruscamente, si guardi allo specchio, veda l’immagine di Silvio Berlusconi che sorridendo gli fa l’ombrello e svenga per l'emozione. Si consiglia di non svegliare il paziente: è l'unico modo per fargli mantenere quella "pacatezza" che molti scambiano per moderazione, ma che in medicina chiamiamo semplicemente morte cerebrale del contraddittorio.
Nota finale del Patologo
Il virus Tajani è particolarmente subdolo perché non attacca l'avversario. Semplicemente lo ignora per eccesso di sonno, rendendo impossibile ogni forma di dibattito, poiché non si può discutere con qualcuno che sta sognando di essere un portavoce della DC nel 1974. Tutte le suddette sindromi sono altamente contagiose tra i membri delle istituzioni e portano alla totale liquefazione del dibattito democratico, sostituito da un rumore bianco (a volte marrone) di lamentele e chiusure ermetiche.
Prof. Brunero Bromuro
[Ambulatorio di Diagnostica Politica - Ministero della Cattiveria - 24.03.2026]
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#IlCattivo #MinisteroDellaCattiveria #Meloni #Picierno #Tajani
SCOMPARSO da #Roma, se si può aiutare...
"Leo è alto un metro e novanta, non passa inosservato, pesa ottanta chili e ha capelli castani e occhi verdi".
#scomparso
@itstildas@StevLova@ginosecco Comunque troppo bellino Elmo! Mi ricorda molto la mia quando era più piccola (pastore australiano)! Che ora ha 8 mesi quindi qualche mese fa ma mi sembra una vita😢 andrò a vedere ma volevo proprio dei gusti diversi perché ha cominciato a stufarsi dei soliti
@itstildas Ho un pastore australiano di 6 mesi, una tragedia ogni volta che torno a casa, non tanto lo schifo ( Che comunque la metà basta) ma i forasacchi si infilano ovunque nelle zampette. L’ unica è controllare tutte le zampette al rientro, non credo ci sia una soluzione magica