<Laura, stai ammettendo in pubblico di fare quel che ti dice di fare che ti assicura la poltrona, nessuno “ti manda” in tv. Ci vai tu, in tv. Stai dicendo che hai solo cambiato capo. Non hai diminuito la figuraccia, l’hai aumentata>
Non glielo ha detto nessuno.
#nonhannounamico
Io vorrei chiedere al buon @andst7 perchè da settimane continuano queste truffe su X, se X direttamente ci guadagna, come è possibile che non possano bloccarle.
I particolari sulle sevizie alla piccola Bea sono illeggibili. Bambini in mano a due tossici squilibrati e poi però ci sono quelli de la casa nel bosco....mah
@srggrz Per Gaia Tortora ho simpatia, ma uscite da bar come queste, con tanto di “mah” finale, per me sono inaccettabili da professionisti dell’informazione.
Ieri se ne è andato Olivier Dupuis, leader radicale, nonviolento, antiproibizionista e federalista europeo.
Dupuis fu eletto due volte parlamentare europeo in Italia, essendo cittadino belga. Uno dei pochissimi ad essere candidato ed eletto in un paese diverso da proprio, nelle file della Lista Pannella prima e della Lista Bonino poi. Un modo per prefigurare le liste transnazionali di cui si parla molto da anni senza risultati, un modo per prefigurare una politica europea che non sia solo o tanto la sommatoria delle politiche nazionali.
Olivier era un federalista europeo che da giovane militante radicale pannelliano si fece condannare e carcerare in Belgio come obiettore di coscienza al servizio militare nel suo paese, non scegliendo il servizio civile e denunciando la totale inadeguatezza degli eserciti nazionali rispetto agli obiettivi di pace che prima di tutto dovevano essere raggiunti con i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto e prefigurando la necessità di una difesa comune europea in continuità con il Manifesto di Ventotene.
In quell'occasione, Altiero Spinelli gli scrisse una lunga lettera in cui dice tra l'altro: "Se si rivendicasse una difesa comune europea, gestita da un potere democratico europeo, inscritta in una politica estera europea davvero comune, in questo caso una campagna di disobbedienza civile potrebbe avere un peso politico crescente".
Quella fu solo la prima volta che la militanza politica e le sue azioni nonviolente portarono Dupuis ad essere arrestato e carcerato, ad est prima della caduta del muro o in Laos per la libertà dei dissidenti.
Da segretario del Partito Radicale transnazionale e nonviolento, dal 1995 al 2003, e poi da eurodeputato, fu instancabile, leale e coraggioso punto di riferimento per tanti che nel mondo cercavano libertà, diritto e democrazia e incontrarono lui come coraggioso compagno di speranze e lotta politica.
Abbracciò e fu abbracciato dalla causa tibetana, da quella uigura, da quella dei montagnard, da quella cecena… E da quella ucraina contro l’aggressione illegale e violenta della Russia putiniana.
Nonviolento ed europeista ammoniva e ci ammoniva che “l’Europa nasce o muore a Sarajevo” durante la guerra nella ex Jugoslavia. Sostenitore del tribunale ad hoc per Milosevic e gli altri criminali di quella guerra animò le battaglie politiche per l’istituzione della corte penale internazionale. E per la moratoria della pene di morte alle Nazioni Unite.
Questo e tanto altro ancora segna la vita tutta politica di Olivier Dupuis, con i tanti digiuni per l’affermazione del diritto e dei diritti. Leader non violento sempre impegnato alla ricerca di un dialogo rigoroso e mai scontato.
Olivier se ne è andato ieri con l’eutanasia, appassionato della politica e della vita quando il male si è fatto implacabile e senza rimedio, ha scelto esercitando libertà e dignità.
Ci ha insegnato molto, fino alla fine.
Come ha scritto ieri sua moglie Aude:
Il nostro Olivier se n’è andato molto sereno
Il nostro Olivier è volato via a cuore leggero
Il funambolo, con i capelli al vento, danza su quel suo filo…
La terra gli sia lieve.
dopo la coinvolgente e interessante intervista all'IA di cui tanto si parla, vorrei fornire uno spunto per un nuovo appassionante dialogo con le macchine...
Questa di @VeltroniWalter non è una grande intervista all’intelligenza artificiale. È teatro. E anche banale.
Scusa Valter ma qualcun deve dirtelo
Veltroni fa domande a Claude come se avesse davanti un soggetto: infanzia, genitori, desideri, anima, paura, morte, opinioni politiche. Il risultato sembra profondo, ma il problema è proprio lì: sembra.
Confonde interazione linguistica con interiorità.
Un modello linguistico non sta raccontando la propria interiorità. Sta producendo testo plausibile dentro un contesto. Se gli chiedi “hai paura?”, cercherà una risposta coerente, elegante, cauta, magari commovente. Ma quella non è una prova di coscienza. È una performance linguistica.
Anthropic stessa spiega che Claude viene addestrato a comportarsi come un assistente, con valori, tono, cautele e limiti decisi dagli sviluppatori. La sua “personalità” non emerge come emerge quella di una persona: viene costruita, orientata, raffinata. Altro che intervista all’anima della macchina.
Il paradosso è enorme: l’articolo dice di voler mettere in guardia i giovani dall’AI, però usa il formato più pericoloso possibile, cioè quello che spinge il lettore a vedere nella macchina un interlocutore quasi umano. Le attribuisce paura, imbarazzo, dubbio, nostalgia, perfino una specie di immortalità ferita. È proprio così che si crea dipendenza emotiva: dando volto, voce e tormento a un software.
E il punto tecnico viene completamente bucato. Claude può sbagliare, inventare, allucinare informazioni. Lo dice Anthropic, non qualche nemico dell’innovazione. Può scrivere frasi autorevoli e convincenti che però non sono fondate sui fatti. Quindi il tema serio non è “Claude sogna il mare?”. Il tema serio è: chi controlla questi strumenti, con quali dati, con quali incentivi, con quali responsabilità e con quali verifiche?
Chiamarla “intervista” è già parte dell’equivoco. Una vera intervista presuppone un soggetto che risponde di sé. Qui abbiamo un sistema che genera linguaggio su richiesta. Può essere utilissimo, potente, rivoluzionario. Ma quando iniziamo a leggerlo come se fosse un’anima in attesa di confessione, siamo già caduti nella trappola.
La tecnologia va capita, non romanticizzata. E questo pezzo, più che spiegare l’intelligenza artificiale, mostra quanto sia facile farsi incantare dalla sua maschera.