✍🏻 Roberto Riccardi
Con almeno dieci coltellate il tunisino Sami Khemaies ha ucciso Luigia Fortunato nella loro casa di Loreto. Ma non è femminicidio e non è colpa del patriarcato.
Il pubblico ministero ha scelto l’omicidio volontario aggravato. Non sono emersi, ad oggi, elementi di dominio, controllo, prevaricazione di genere.
Nessuna denuncia pregressa, nessuna segnalazione ai carabinieri, nessun codice rosso attivato.
L’avvocato difensore ha parlato di “dolo d’impeto”: una risoluzione criminosa sorta e attuata in quel momento.
Khemaies non è uno sconosciuto alla giustizia italiana. 39 anni, condannato per spaccio tra il 2017 e il 2019, evaso nel 2020 dopo aver distrutto il braccialetto elettronico con forbici da potatura e cacciavite.
Recluso, liberato, rimesso in circolazione. Mai espulso.
Fin qui la cronaca. Ed è da qui che comincia la sproporzione.
Quando Filippo Turetta ha ucciso Giulia Cecchettin, l’Italia si è fermata. Cortei in ogni città, fiaccole e persino panchine riverniciate. Il padre della vittima convocato in televisione come testimone di un’intera cultura malata.
Il patriarcato è stato elevato a emergenza nazionale. La mascolinità tossica è diventata materia di dibattito parlamentare. Ogni uomo italiano è stato chiamato alla sbarra collettiva: guardarsi dentro, fare autocritica, riconoscersi complice di un sistema.
Dai talk show alle cattedre universitarie, dagli hashtag ai codici etici aziendali, la narrazione era una sola: non è il gesto di un singolo, è la cultura di un intero Paese.
Quando Sami Khemaies massacra Luigia Fortunato, la parola patriarcato evapora.
Nessuno chiede se la cultura d’origine dell’assassino abbia avuto un ruolo. Con Turetta il verdetto culturale è arrivato prima della sentenza. Con Khemaies nessuno osa nemmeno formulare la domanda.
Nessun corteo. Nessun hashtag. Il dolo d’impeto sostituisce il dominio. La lite per il centro estivo sostituisce la sopraffazione.
L’omicidio diventa un incidente domestico senza radici, senza contesto, senza nome.
Persino la legge sul femminicidio, al primo caso che la costringe a misurarsi con i propri requisiti, si rivela un dispositivo a doppio taglio.
L’articolo 577-bis richiede la prova del movente di genere: odio, discriminazione, controllo, possesso, rifiuto di una relazione.
Prove che vanno cercate, non date per scontate. Ma la stessa militanza che per anni ha chiesto a gran voce una legge specifica adesso scopre, sgomenta, che quella legge ha dei requisiti.
Che non basta essere donna e morire per mano di un uomo. Che il diritto penale, a differenza degli hashtag, esige elementi, riscontri, fatti.
E allora si grida alla rivittimizzazione. L’avvocata della famiglia è “sconcertata.” I centri antiviolenza protestano. D. i. Re denuncia un problema di “applicazione.” Tutti scandalizzati che la legge funzioni esattamente come è stata scritta.
Ma il paradosso più feroce è un altro. Mentre Luigia Fortunato muore sotto dieci colpi di coltello da cucina in un appartamento di Loreto, il dibattito pubblico sul patriarcato ha preso una direzione che meriterebbe uno studio psichiatrico più che sociologico.
C’è chi denuncia come “molestia emotiva” il buongiorno di uno sconosciuto per strada. Chi invoca l’asterisco alla fine di ogni parola perché la desinenza maschile è “un saluto discriminatorio.”
Chi teorizza che la libertà di salutare finisce dove comincia il diritto a non essere “declinata al maschile.”
Questo è il femminismo che domina la scena pubblica. Un movimento che ha costruito un’industria – convegni, cattedre, consulenze, codici linguistici, campagne social – su un patriarcato gassoso, onnipresente e invisibile.
Un mostro che si annida nella grammatica, nelle buone maniere, nel lessico dei colleghi di ufficio. Un patriarcato così raffinato da nascondersi in una vocale.
E così selettivo da scomparire davanti a un coltello, purché il braccio che lo impugna appartenga alla categoria protetta.
Perché è questo il punto. Il patriarcato è sistemico quando l’assassino si chiama Filippo. Diventa un fatto privato quando si chiama Sami.
È una struttura culturale che esige la decostruzione della mascolinità occidentale, ma che non osa nemmeno nominare la mascolinità di chi proviene da società dove la donna è proprietà del marito per statuto giuridico e religioso.
È un’emergenza nazionale quando il carnefice è un ragazzo di buona famiglia veneta, un incidente sociologico quando è un pregiudicato tunisino che ha già sfidato lo Stato distruggendo un braccialetto elettronico con le forbici da potatura.
Come ha osservato con rara lucidità un’influencer di nome Flaminia: la parità si rivendica solo dove conviene, il patriarcato si invoca per ottenere, mai per rinunciare: “Prima di parlare di patriarcato in Italia, dovreste farvi un giro e vedere come vivono le donne in tantissimi paesi del mondo”.
Ecco la verità che nessuno scriverà. L’omicidio di Luigia Fortunato non rientra nel casting.
Non serve alla narrazione. Non alimenta l’industria. Un pregiudicato tunisino che massacra una donna italiana in una cittadina marchigiana non produce cortei, non genera hashtag, non riempie i palinsesti.
Perché ammetterlo significherebbe demolire in un colpo solo due finzioni.
Quella di un patriarcato italiano sistemico che opprime trenta milioni di donne attraverso i buongiorno e quella di un’immigrazione che arricchisce senza mai porre problemi di compatibilità culturale.
Luigia Fortunato aveva trentatré anni. Lavorava come operaia. Cresceva un figlio da sola accanto a un uomo che lo Stato aveva condannato, incarcerato, braccialettato, perso e ritrovato senza mai davvero fermarlo.
Viveva in un appartamento all’ultimo piano di una via di Loreto, nella città della Santa Casa. Adesso è morta e l’unico dibattito che la riguarda è se il suo omicidio meriti un nome o un numero.
L’Italia che litiga sulle desinenze non ha una parola per lei. Troppo scomoda, Luigia. Troppo chiara.
@soumi_ds Sai quanti post di questo tipo potremmo scrivere noi italiani ogni volta che uno straniero commette un reato simile? Dieci volte tanti.
Sei solo un ridicolo ipocrita che scrive post farlocchi con l'IA...
Marco Travaglio è un individuo che ha costruito un'intera carriera distribuendo sentenze prima dei tribunali, coltivando il sospetto come metodo e il giustizialismo come spettacolo. Ora scopre improvvisamente il valore del contraddittorio. È successo dopo aver scritto una lettera aperta alla procuratrice generale di Milano, accusandola di aver ascoltato una sola versione dei fatti.
Detto da lui, sfiora il capolavoro involontario. Perché una procura non replica con lettere ai giornali, non partecipa ai talk show, né ingaggia duelli editoriali. Parla attraverso gli atti. Travaglio lo sa perfettamente. Sa che quella lettera non avrà risposta e che nessuno dall'altra parte potrà occupare la stessa pagina per replicare punto su punto. E proprio per questo l'ha scritta.
È il vecchio trucco del processo mediatico: si sceglie un imputato che non può difendersi, si costruisce l'arringa e poi si pretende che il pubblico la scambi per verità.
Se davvero ritiene di essere stato diffamato, faccia ciò che per anni ha suggerito agli altri: vada in tribunale. Denunci la Procuratrice. Citi in giudizio la Procura. Costringa chi lo avrebbe accusato a rispondere nelle sedi competenti. Lì non bastano gli editoriali indignati, le allusioni, le campagne di stampa, le gogne o le tifoserie. Lì contano i fatti, le prove.
Ma forse il problema è proprio questo. In un'aula di giustizia esiste il contraddittorio. In una lettera aperta sul proprio giornale, invece, esiste soltanto Marco Travaglio che interroga, accusa, giudica e assolve. Da anni è il ruolo che preferisce. Quello del pubblico ministero senza procura, del giudice senza toga, del moralista senza appello. E adesso pretende perfino di passare per vittima.
La nemesi, a volte, possiede un senso dell'umorismo straordinario.
@fawollo13@SandroRossi_x Non sembri uno che possa dare lezioni in tema di odio, intolleranza, discriminazione e simili...basta farsi un giro veloce sul tuo profilo e cmq, con quella bandierina, sei esplicitamente schierato a favore di una delle parti in guerra, quindi prenditi le tue responsabilità.
@soumi_ds Anche tu sei molto bravo a produrre la narrazione giusta, scrivi bene in italiano e usi le parole giuste al posto giusto. In realtà gli animi erano tesi, sono volati "mortacci tua" da parte dei tuoi compagni islamici, non è successo niente solo grazie a uno dei responsabili.
En Arabia Saudita las autopistas tienen un cartel en rojo indicando el camino para los NO MUSULMANES. En Arabia Saudita hay ciudades donde no podés entrar si no sos musulman (La Meca y Medina)
Pero ellos pueden invadir Europa y los reciben felices.
🔴 Ospedale: donne islamiche scortate dai mariti passano la fila perché non possono sedersi con uomini...
#remigrazione#remigration
🔴 “Un gruppo di ISLAMICHE VELATE, scortato dai mariti, è passato davanti a tutti tra la rassegnazione dei pazienti perché le loro donne non potevano sedersi in mezzo agli INFEDELI”...
Un episodio che grida vendetta e che fotografa perfettamente lo stato di sottomissione in cui versa l’Italia di fronte all’islamizzazione selvaggia
del nostro Paese...
🔴 In un ospedale pubblico italiano dovrebbe valere una sola regola: chi arriva prima viene prima servito. Invece, grazie all’immigrazione incontrollata e alla paura di “offendere” le minoranze, si sta creando un sistema parallelo in cui chi si presenta con il velo e il seguito maschile ottiene corsie preferenziali. Questo episodio richiama altri casi simili: richieste di medici donna per motivi religiosi, rifiuto di cure da parte di personale maschile, sale d’attesa “separate”. L’integrazione è fallita. Non siamo di fronte a una semplice diversità culturale, ma a un progetto di suprematismo islamico che sfrutta la nostra ospitalità e la nostra debolezza.
Basta sottomissione.
L’Italia non è terra di conquista.
L’islamizzazione delle nostre corsie ospedaliere deve fermarsi, prima che diventi irreversibile.
- Sandro Greco
@Frenkie_Woody Non conosco il suo skill professionale né politico…
Esteticamente si presenta molto bene, ma sappiamo anche che talvolta una bellissima copertina può accogliere il contenuto di un pessimo libro.
Tendenzialmente gli italiani sono molto istintivi e de panza. Spesso SBAGLIANDO.
Fortuna che c'è @luca_caputa che in un batter d'occhio ci dimostra che quello di #Modena non è stato un attentato terrostico di matrice islamica.
Altro che indagini, brutti fascisti.
La signora che ha perso le gambe la smetta di lamentarsi e si rivolga all'assicurazione.
“Il signore in questione non ha usato frasi che inneggiavano a problemi religiosi, fanatismo, assolutamente. Quando l’ho fermato a terra urlava e basta.
È inutile che il signor Ministro Salvini e l’onorevole Vannacci si mettano lì a dire: ah, qui è una questione di fanatismo religioso.
No, non è. Non è niente di tutto questo.
Buttiamo dell’acqua su questo fuoco perché accenderlo non porta da nessuna parte.
L’immagine di me con i ragazzi di altre nazionalità? L’unione fa la forza.
L’unica nazionalità è l’umanità”.
In poche parole Luca Signorelli ha completato demolito tutta la becera propaganda e l’odio discriminatorio di personaggi come Salvini e Vannacci.
Semplicemente grazie. ♥️
Il Presidente Mattarella ha ricevuto al Quirinale una rappresentanza della Società Italiana degli Autori ed Editori - SIAE in occasione del 145º anniversario di istituzione
Il video: https://t.co/u8JiJ6mpUH
#Sorrentino#Quirinale#PdR
Non mi capacito che un Premio Oscar, massimo riconoscimento internazionale del cinema, possa aver esternato una puttanata simile davanti al Presidente della Repubblica, la più alta carica dello stato italiano.
E lo applaudono pure...
PAOLO SORRENTINO
"Se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo ci sono anche gli altri."
NO COMMENT🤐
Video di LaPresse come indicato.
Prof, l'altro giorno un suo collega, non ricordo il nome, ha affermato in modo molto chiaro, in un servizio televisivo, che #hantavirus non comporta alcun rischio di epidemia. Quindi si informi, lo contatti e si faccia spiegare. Prima di insinuare allarmi sibillini come questo.
E’ scattata in Italia la sorveglianza su 4 passeggeri del volo KLM su cui aveva viaggiato una vittima dell’ #Hantavirus. Nessun allarme ma necessita di controlli serrati e tracciamento maniacale di tutti i contatti sotto la regia dell’OMS. Condivisione, collaborazione e prevenzione sono le uniche soluzioni per contenere una potenziale epidemia.
La sinistra pro Hamas attacca gli Alpini, Fiore all’occhiello delle Forze Armate italiane. Ubriaconi e molestatori, dicono armati di fischietti. Lo dice gente che difende occupazioni, delinquenti in fuga dall’Alt, rapinatori armati nelle ville e teocrati che uccidono in piazza gay e studenti