I want to thank everyone for all the support we’re receiving. There really is an incredible amount of it.
For me, the sacrifice of the people depicted on the helmet means more than any medal ever could - because they gave the most precious thing they had.
And simple respect toward them is exactly what I want to give.
Still reeling that my four years covering the war in Ukraine for The Washington Post are up — right before the invasion anniversary. I plan to stay in Kyiv because this story is more important than ever. So please reach out with opportunities.
Dear Mr. @JeffBezos, can you please sell the @washingtonpost to someone or a group of investors who are interested in the news business? Thank you for your attention to this matter.
We are witnessing a murder at The Washington Post. This massacre will be the enduring legacy of Jeff Bezos and Will Lewis and the leadership who stood by.
But please read my love letter to the paper that felt like home, and will always be my “we.” ��️🩹https://t.co/b4zaDlCr3B
For nearly a century, @washingtonpost foreign correspondents have been on the frontlines of wars, pandemics, economic crises, civil uprisings and so much more. Washington needs us. The world needs us. If you read us and need us, please watch and share.
@JeffBezos#SaveThePost
@GuidoCrosetto E alla luce di tutto quello che, giustamente, ha scritto, non le pare che l’Europa dovrebbe assumere una posizione “terza” e più decisa, anche militarmente, sull’Ucraina? Considerando tutte le basi americane che i paesi europei ospitano, qualche leva l’abbiamo, no?
D’Angelo was one of a kind. As a pioneer in neo-soul, he inspired a generation of singers, and helped shape music today. Michelle and I are thinking of his family, and all those who loved and admired him. https://t.co/Y97bD9O0E2
In queste settimane stanno emergendo una serie di elementi che dovrebbero forse indurre a prendere in seria considerazione i timori delle intelligence di mezza Europa circa l’intenzione di Mosca di alzare il livello dello scontro.
Riporta Reuters che nei giorni scorsi Putin ha commentato la recessione tecnica nella quale la Russia è di fatto entrata a seguito della pubblicazione da parte della Banca Centrale di grafici che evidenziano il secondo calo trimestrale consecutivo del PIL, parlando di rallentamento voluto per contenere l’inflazione, la quale continua a rimanere a livelli elevatissimi, spinta in alto anche a causa dei colpi ucraini sulle raffinerie, che hanno fatto impennare i prezzi dei carburanti.
La verità è che la bolla di super-crescita fatta registrare dalla Russia in questi anni, drogata da colossali investimenti pubblici necessari per una rapida conversione dell’economia in economia di guerra si sta velocemente esaurendo e l’isolamento di fatto che le sanzioni occidentali (quelle che qualcuno ancora oggi afferma che non funzionino) hanno imposto stanno mettendo a rischio la stabilità finanziaria del paese.
Sempre stando ai dati raccolti da Reuters, il Cremlino starebbe valutando un incremento dell’aliquota IVA, che farebbe seguito al recente aumento delle tasse su persone fisiche e aziende. L’obiettivo è quello di contenere il deficit determinato dalle esagerate spese militari, fissato all’1,7%, ma che sarà impossibile mantenere, anche a causa del basso prezzo del petrolio e dello sconto che gli acquirenti del greggio sotto sanzioni pretendono da Mosca, per sobbarcarsi il rischio di ritorsioni da parte dei paesi occidentali.
Il Ministero dell’Economia non potrà quindi fare a meno di continuare ad attingere al fondo sovrano, le riserve finanziare accumulate dalla Russia in oltre un ventennio e già dilapidate per più della metà per pagare i conti salatissimi della guerra. Anche il debito pubblico, che è a livelli bassi se raffrontati con quelli dei grandi paesi europei, ha comunque costi esorbitanti legati all’ormai strutturale rischio di default, e alla valutazione che le agenzie di rating hanno sospeso dopo aver classificato i titoli russi come “spazzatura”, lasciando i possibili investitori al buio e rendendo nei fatti il ricorso al finanziamento molto oneroso.
A questo si aggiunge anche l’altissimo debito privato, del quale anche io ho scritto diverse volte e scoperto dall’economista Craig Kennedy. Vale a dire l’indebitamento delle aziende verso le banche, legato alla necessità di non far gravare ulteriormente sul bilancio dello Stato almeno una parte del sovvenzionamento dell’industria bellica. Questo sta determinando una situazione di crescente tensione finanziaria, legata alla quasi certezza che gran parte dei debiti contratti dalle imprese del settore militare saranno presto inesigibili, con il rischio molto serio di fallimenti a catena e di un collasso del sistema bancario. Questa è una delle ragioni per le quali la Banca Centrale appare molto restia rispetto ad un drastico abbassamento degli altissimi tassi, il quale pure favorirebbe la crescita. La riduzione degli interessi incentiverebbe la spesa privata, svuotando però i conti correnti e riducendo le riserve attraverso le quali le banche concorrono a finanziare la guerra, con conseguente serio pericolo di ingenerare una crisi del debito.
Ma ciò che si sta rivelando il più grave dei problemi per Mosca è il crollo dei reclutamenti, scesi di gran lunga al di sotto della soglia che garantisce il rimpiazzo dei morti al fronte. Nel secondo trimestre di quest’anno i reclutati sarebbero stati 37.900, in calo del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nonostante bonus d’ingresso fantasmagorici e stipendi enormi.
Tutti questi elementi insieme delineano un quadro in cui nella guerra di logoramento è soprattutto la Russia a rischiare di essere logorata. Ma ancor più evidenzia che il fattore tempo non gioca più a favore del Cremlino, che presto potrebbe trovarsi nella condizione di non poter più sostenere la guerra né economicamente né militarmente, col rischio di far crescere il malcontento popolare per il prolungamento di una “operazione speciale” che sarebbe dovuta durare pochi giorni e che invece da tre anni e mezzo sta costando severi tagli alla spesa, tasse e prezzi fuori controllo senza che si intraveda all’orizzonte la propagandata sconfitta di Kyiv.
La retorica interna ha già da tempo arginato le critiche spiegando che la ragione della mancata vittoria risiedono nel fatto che quello che doveva essere un blitz per ricondurre alla ragione il popolo fratello ucraino si è trasformato in una guerra epocale voluta dall’Occidente contro la Russia. Il regime ha quindi già da tempo gettato le basi ideologiche per un’escalation, dando quasi per scontato che prima o poi lo scontro si trasferirà sul piano militare. Questa personalizzazione è ideologizzazione della guerra, lascia però a mio avviso ben poche opzioni a Putin, il quale al momento non ha praticamente nulla da poter rivendicare come vittoria, davanti ad un popolo al quale ha promesso gloria e impero.
Va detto anche che l’esperienza sovietica ha plasmato intere generazioni di russi, che oggi sarebbero in grado sopportare lunghi periodi di privazioni in caso di peggioramento delle condizioni di vita. Ma c’è un’intera fascia della popolazione, soprattutto nelle grandi città, cresciuta invece in un contesto di relativo agio che rischierebbe di non capire misure draconiane di austerity o di reclutamento forzato in una situazione di confronto bellico solo sui campi ucraini.
Tutto lascia ritenere possibile (secondo me addirittura probabile), dunque? che Putin abbia maturato la consapevolezza di non avere alternativa ad una seria escalation, da avviare in tempi assai più rapidi rispetto ai 4-5 anni previsti ad esempio dagli 007 tedeschi, anche per sfruttare le condizioni favorevoli determinate dalla presidenza Trump. Una guerra diretta contro un paese NATO giustificherebbe il reclutamento forzato di milioni di persone e leggi per la cooptazione di ulteriore forza lavoro, oltre al reindirizzamento di altri fondi verso l’industria militare.
Le precondizioni di un simile scenario - che va valutato con il metro di giudizio di un criminale avvezzo agli azzardi come Putin - sono diverse e non tutte di facile realizzazione. La prima è senza dubbio la compiacenza della Casa Bianca, ipotesi che non sembra così lontana dalla realtà, visto che subito dopo lo sconfinamento dei MIG in Estonia, il presidente USA ha annunciato non il rafforzamento bensì il depotenziamento del sostegno all’Europa. Va poi oliato e rafforzato il sistema di alleanze basato sull’asse Mosca-Pechino-Teheran-Pyongyang, in grado di assicurare sostegno finanziario ed approvvigionamenti di munizioni e componentistica, oltre ad una rete di acquirenti di combustibili russi che bypassi le sanzioni. Terzo, e questo ci riguarda direttamente, l'intensificazione della guerra ibrida che semini paura nell’opinione pubblica e si traduca in pressioni sui governi o addirittura in ingerenze nei processi elettorali. I metodi sono quello di sempre: dare vita a provocazioni come quelle in Polonia ed Estonia, con lo scopo di dividere la società, far discutere e creare fratture o intimorire, ma anche sfruttare al massimo i canali della disinformazione, incaricati di battere sul no al riarmo, sulle menzogne antiucraine e sulla negazione del rischio di attacco da parte della Russia, esattamente come nel 2022 avevano fatto con l’Ucraina (da noi @marcotravaglio, Lucio Caracciolo e @ale_dibattista lo avevano detto esplicitamente, ridicolizzando chi sosteneva il contrario).
La mia è ovviamente una valutazione personale. Se vogliamo, un pensiero ad alta voce fatto sulla base di elementi reali che ho provato a mettere a sistema. Di certo c’è che lo straordinario impegno che i soliti noti e gli asset che la Russia controlla anche all’interno dei nostri partiti, stanno profondendo nel delegittimare le istituzioni europee, denigrare l’alleanza atlantica, insultare i leader europei più vicini a Kyiv e giustificare o minimizzare qualunque crimine o provocazione di Mosca (al punto di negare l’evidenza, parlando di muri elettromagnetici, autoattacchi, incendi spontanei di palazzi governativi etc.) non mi aiuta a pensare di aver preso un abbaglio.