“Sono tutti marxisti, i professori a Harvard,” dichiara Trump. Meno male che Harvard ha detto “No!” Harvard sta difendendo la libertà di espressione, la libertà di pensiero, la nostra Costituzione. In America i nostri diritti umani sono sotto assedio. https://t.co/54nkAe6Vdv
🚨🇺🇸 L'amministrazione Trump ha congelato 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni federali e 60 milioni in contratti pluriennali destinati all'università di Harvard dopo che quest'ultima ha rifiutato di adeguarsi alle modifiche richieste da Washington in fatto di programmi accademici, criteri di ammissione e assunzioni e molto altro. Il presidente di Harvard, Alan M. Garber, ha giudicato le richieste "senza precedenti" e chiarito che l'università "non rinuncerà alla sua indipendenza né ai suoi diritti costituzionali".
#BREAKING: Harvard will not comply with the Trump administration’s demands to dismantle its diversity programming and limit student protests in exchange for federal funding, University President Alan Garber announced.
@dhruvtkpatel & @graceunkyoon report.
https://t.co/oc1Xd7kTUp
Harvard says it won’t accept a deal with the White House after admin threatened to cut off $9B in federal funding: “We have informed the administration through our legal counsel that we will not accept their proposed agreement. The University will not negotiate over its independence or its constitutional rights.” https://t.co/MA0RQuE5as
The Trump-Musk administration has laid it out: It's billionaires versus kids, seniors, veterans, cancer researchers, and everyone who's trying to make this country better.
I will keep fighting back. Because this country doesn’t run just for billionaires, but for all Americans.
Intanto al Senato è stata approvata una risoluzione dei democratici per annullare i dazi contro il Canada. Il testo è passato grazie ai voti di quattro esponenti repubblicani. Un segnale potente, nel giorno in cui Trump ha dichiarato la sua guerra commerciale al mondo.
🚨🇺🇸 È stata una di quelle notti che solo la politica americana sa regalare.
Corse serrate, partecipazione contagiosa, spettacolo in scena. Abbiamo molte cose da dirci.
Iniziamo allora dalla notizia probabilmente più significativa della serata: la vittoria per il seggio - cruciale - della Corte Suprema del Wisconsin da parte di Susan Crawford, giudice di orientamento liberal, riuscita ad avere la meglio sul candidato sostenuto da Donald Trump e, soprattutto, da Elon Musk. Perché questa vittoria è così importante? Per tutta una serie di motivi. Intanto consentirà ai Democratici di mantenere una maggioranza di 4-3 nella Corte Suprema dello Stato: situazione di partenza particolarmente interessante quando i giudici si riuniranno per ridisegnare le nuove mappe dei distretti congressuali, correggendo i confini attualmente favorevoli ai repubblicani. Per capirci: la Corte potrebbe aiutare indirettamente i democratici a sconfiggere un paio di deputati repubblicani del Congresso (non vi scandalizzate: la pratica è consolidata, vale per tutti, ed è nota come gerrymandering). Il punto è particolarmente significativo visto che le attuali linee distrettuali sono state tracciate dalla legislatura statale a guida GOP. Risultato: sei degli otto seggi della Camera sono andati al Partito Repubblicano, nonostante si parli di uno Stato in bilico a livello nazionale, vinto da Donald Trump nel 2024 per il rotto della cuffia.
Ma le implicazioni di questa contesa erano politiche anche su tutto un altro piano. Quella in Wisconsin è stata soprattutto la campagna di Elon Musk. Tra soldi provenienti dal proprio portafogli e da gruppi a lui vicini, il CEO di Tesla ha investito circa 21 milioni di euro nella campagna, restando a mani vuote (solo politicamente parlando, s'intende). Non è un caso che nel suo discorso della vittoria la Crawford abbia commentato: "Da bambina, crescendo a Chippewa Falls, non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata ad affrontare l’uomo più ricco del mondo per difendere la giustizia in Wisconsin — e abbiamo vinto". Il Partito Democratico è stato lesto a giocare il coinvolgimento di Musk - non propriamente l'uomo più popolare degli Stati Uniti, di questi tempi - contro il diretto interessato. Personalizzando lo scontro, dipingendolo come un referendum su Musk e sulle politiche di Donald Trump, i dem sono riusciti a mobilitare la propria base, spuntandola nel concorso giudiziario più costoso nella storia degli Stati Uniti (oltre 90 milioni di dollari spesi in tutto) e chiudendo la partita per 55 a 45.
Per i Repubblicani, in ogni caso, non è stata una notte di soli dispiaceri, ma pure le due vittorie per i seggi vacanti della Camera messi in palio nello stato della Florida hanno lasciato un retrogusto amaro. Nel 1° distretto congressuale, quello sulla carta più sicuro per il GOP, il candidato repubblicano Jimmy Patronis ha battuto la democratica Gay Valimont 57 a 42. Una vittoria è sempre una vittoria, ma era dal 2001 che un repubblicano non scendeva sotto il 64% in questo distretto. Discorso simile nel 6° distretto congressuale, quello in cui i democratici speravano di poter compiere il colpaccio, ribaltando il seggio: il repubblicano Randy Fine alla fine ha retto, ma il +14 con cui si è imposto su Joshua Weil è anche meno della metà dei 33 punti di margine con cui Mike Waltz (oggi Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA in grossi guai) ha ottenuto il seggio soltanto a novembre. Di nuovo: una vittoria è sempre una vittoria, ma gli strateghi repubblicani hanno ben chiaro che i risultati provenienti dalla Florida - uno Stato profondamente trumpiano - rappresentino dei campanelli d'allarme molto seri. Il fatto di essere riusciti a sforbiciare il gap dal GOP (scusate il gioco di parole, ma era troppo invitante) in maniera così netta, a maggior ragione in luoghi sulla carta loro ostili, consentirà ai Democratici di presentarsi dai loro finanziatori e veicolare un messaggio simile: "Se siamo riusciti a guadagnare così tanto in distretti rosso rubino, allora immagina cosa possiamo fare - col tuo aiuto - in quelli veramente in bilico". In sintesi: nel breve periodo The Donald può tirare un sospiro di sollievo, puntellando la sua fragile maggioranza alla Camera, ma in vista delle elezioni midterm il Partito Repubblicano ha un problema. Quale? Che senza Trump sulla scheda elettorale non è la stessa cosa.
Chiusura dedicata a Cory Booker, il democratico del New Jersey che ha sfidato i limiti della fisica (e del fisico) restando in piedi a parlare per la bellezza di 25 ore e 4 minuti al Senato, battendo un record che resisteva da quasi 70 anni. Per quanto alcuni abbiano giudicato la sua performance come qualcosa di molto vicino ad una pagliacciata, la base democratica non ha reagito in questo modo. Al contrario: Booker ha lanciato questa maratona per contestare dalla A alla Z (e forse anche qualche altra lettera di cui non conoscevamo l'esistenza) le politiche di Donald Trump. È il tipo di impegno appassionato che un elettorato uscito con le ossa rotte dalle presidenziali di novembre vuole vedere dai suoi rappresentanti a Washington. E non si può dire che sia stato un flop: la sua impresa ha attirato le attenzioni di milioni e milioni di americani (e non solo), come dimostrato dalle visualizzazioni e dai like ottenuti sulle varie piattaforme. Non sarei sorpreso se nei prossimi mesi seguissero tentativi di emulazione. Nel video, qui sotto, il momento in cui Booker cede la parola, con la faccia e la brillantezza di uno che avrebbe potuto continuare ancora per ore.
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