Siamo stati noi.
Per giorni vi siete chiesti chi avesse invitato i giovani dello Zen a ribellarsi alla mafia. Chi avesse scritto e affisso quelle cartoline per sfidare i mafiosi scarcerati nei quartieri dove sono sempre stati abituati a spadroneggiare. La risposta è semplice: siamo stati noi.
Ogni sera ci davamo appuntamento da Ulisse, la pizzeria di Tommaso Natale che nei mesi scorsi ha subito intimidazioni mafiose. Mangiavamo una pizza e poi uscivamo con le nostre cartoline adesive. San Lorenzo-Resuttana, Uditore-Passo di Rigano, Acquasanta, Tommaso Natale-Sferracavallo, lo Zen. Strada dopo strada, palo dopo palo, muro dopo muro.
Non è stata una provocazione. È stato un messaggio. Ai boss, ma soprattutto ai cittadini. Per dire che i quartieri non appartengono ai mafiosi. Appartengono a chi li vive, li ama e non ha più intenzione di abbassare lo sguardo. Abbiamo vissuto gli anni in cui hanno occupato i nostri quartieri, non torneranno più. Adesso devono stare al loro posto.
È stata una bellissima esperienza. Perché la lotta alla mafia non si combatte soltanto nei tribunali o nelle caserme. Si combatte anche nello spazio pubblico, nelle parole, nei simboli, nella capacità di rompere l’indifferenza. Se una cartolina, un adesivo o un manifesto riescono a suscitare curiosità, a far discutere, a strappare una riflessione a un ragazzo o un sorriso di incoraggiamento a un commerciante, allora hanno già raggiunto il loro obiettivo. Loro sparano con i kalashnicov per fare paura. Noi affiggiamo cartoline per togliergliela.
Per questo non ci fermeremo. Continueremo con altre campagne di sensibilizzazione, con linguaggi nuovi, semplici, capaci di parlare a tutti. Perché la mafia teme soprattutto una cosa: una società che smette di considerarla normale.
Voglio ringraziare i volontari, i militanti di Italia Viva-Casa Riformista che, insieme a me, hanno dedicato il loro tempo, le loro energie e il loro entusiasmo a questa iniziativa.
E voglio ringraziare le donne e gli uomini delle forze dell’ordine e della magistratura. Ogni giorno, spesso nel silenzio, continuano a contrastare Cosa nostra con coraggio, professionalità e senso dello Stato.
Noi abbiamo attaccato degli adesivi. Loro difendono ogni giorno la nostra libertà di farlo.
La manifestazione di Napoli di ieri dimostra in modo evidente che il campo largo Pd/M5S/Avs non basta per vincere. Serve anche una componente riformista che dia equilibrio sul posizionamento internazionale e sulle misure economiche. Una componente presente in Parlamento e sui territori, non costruita a tavolino contro qualcuno.
Spostare sempre più a sinistra la coalizione non funziona: ci sarà sempre qualcuno più a sinistra, come dimostra Potere al Popolo. Come diceva Nenni: a forza di fare i puri si trova sempre quello più puro che ti epura. Il centrosinistra unito può vincere, il campo largo di ieri no. Mettiamoci al lavoro e andiamo a vincere nel 2027
Giorgia Meloni passa metà del tempo a spiegare che l’Europa è il problema e l’altra metà col cappello in mano a chiedere soldi all’Europa perché senza quei soldi il governo si ferma.
È una forma nuova di sovranismo: insultare il bancomat mentre si aspetta il bonifico.
Da un lato Bruxelles viene raccontata come una gabbia burocratica, un mostro tecnocratico, a volte anche a ragione. Dall’altro però ogni conferenza stampa finisce con la richiesta di una deroga, di una flessibilità, di una revisione del Patto, di una proroga, di un aiuto, di un fondo straordinario.
La verità è che questo governo ha trovato nell’Europa il capro espiatorio perfetto. Se i cantieri sono fermi è colpa dell’Europa. Se la burocrazia paralizza tutto è colpa dell’Europa. Se le tasse restano alte è colpa dell’Europa. Se i ministeri impiegano mesi per un decreto attuativo è colpa dell’Europa.
Solo che poi c’è un dettaglio fastidioso: governa Meloni. Da 4 anni. Con una maggioranza amplissima.
E soprattutto: molte delle regole che oggi vengono descritte come imposizioni europee sono state firmate dallo stesso governo Meloni che oggi finge indignazione. Prima votano i trattati, approvano le norme, sottoscrivono gli accordi. Poi tornano in Italia e spiegano che “ce lo impone Bruxelles”. È il sovranismo del piromane che denuncia l’incendio.
E il capolavoro è che Giorgia Meloni attacca continuamente un’Europa più forte mentre lavora perché resti debole e paralizzata. È contro l’elezione diretta del presidente della Commissione europea. È contro l’eliminazione del diritto di veto.
Che poi il paradosso finale è questo: la Meloni combatte l’Europa nei comizi ma senza Europa, pensiamo ad esempio al Pnrr, il suo governo durerebbe quanto un ombrellone ad Ostia durante una tromba d’aria.
A Tagadà ho detto una cosa semplice: basta parlare di legge elettorale e tatticismi. Parliamo di stipendi, tasse, bollette, sicurezza e sanità. Gli italiani stanno meglio o peggio di quattro anni fa? Questa è la domanda.
C’è una nave da crociera che vaga nell’Atlantico con un focolaio di hantavirus a bordo, tre morti, decine di persone monitorate, protocolli internazionali attivati, governi che organizzano evacuazioni blindate, aeroporti militarizzati, quarantene e l’Organizzazione mondiale della sanità che coordina mezzo pianeta per evitare il panico.
E già qui ci sarebbe abbastanza materiale per ricordarsi una cosa semplice: le pandemie non sono fiction di Netflix. Esistono. Tornano. E quando arrivano, il mondo o coopera oppure si schianta.
Il focolaio esploso sulla nave salpata da Ushuaia è stato gestito proprio grazie a quella rete internazionale di collaborazione sanitaria che i sovranisti detestano.
La stessa Oms che Donald Trump ha trasformato nel bersaglio preferito della sua campagna permanente contro la realtà. La stessa Oms dalla quale gli Stati Uniti trumpiani hanno preso le distanze nel nome della “sovranità”. Quella parola magica che ormai serve a spiegare tutto.
E poi c’è Giorgia Meloni.
Che davanti all’accordo pandemico globale dell’Oms ha scelto la posizione più codarda disponibile: l’astensione. Non sì, non no. Il sovranismo col freno a mano. Una specie di trumpismo in modalità democristiana.
Il motivo ufficiale è meraviglioso: “difendere la sovranità nazionale nella gestione sanitaria”. Che detto mentre mezzo mondo coordina evacuazioni, controlli epidemiologici e protocolli comuni per evitare nuovi contagi, fa già abbastanza ridere così.
Perché i virus non si fermano davanti ai confini. Non chiedono il permesso al Viminale. Non controllano i decreti sicurezza. Fanno semplicemente quello che hanno sempre fatto: viaggiare.
E allora ecco il corto circuito meraviglioso del sovranismo contemporaneo.
Appena c’è un problema vero, globale, complesso, i patrioti della domenica scoprono improvvisamente che servono gli organismi internazionali, i dati condivisi, i protocolli comuni, gli epidemiologi, la ricerca scientifica, il coordinamento tra paesi. Tutte cose che fino al giorno prima prendevano in giro nei talk show.
Il risultato è che l’Italia si ritrova isolata insieme ai soliti paesi che quando sentono parlare di cooperazione internazionale mettono mano al santino della patria offesa. E fa impressione vedere il paese di Fermi e Rita Levi Montalcini ridotto a inseguire il populismo sanitario americano come un fan club provinciale del complottismo globale.
La verità è che il Covid non ha insegnato nulla a questa destra. Nulla.
Hanno visto ospedali esplodere, economie fermarsi, medici distrutti, milioni di morti. Eppure continuano a comportarsi come se la scienza fosse un’opinione e la cooperazione internazionale una specie di setta mondialista.
Poi però arriva una nave con un virus a bordo. E improvvisamente scoprono che la realtà esiste. Anche per i sovranisti.
C’è una domanda che racconta questo governo meglio di qualsiasi sondaggio: chi parla davvero per l’Italia in Europa? Giorgia Meloni o Antonio Tajani?
Oggi Tajani, intervistato da Il Messaggero, ha detto chiaramente che l’Europa dovrebbe superare il diritto di veto. Una posizione condivisa da molti: perché non è normale che 27 Paesi restino bloccati dagli interessi politici di uno solo. Il problema è che Meloni non la pensa allo stesso modo.
E quando il giornalista glielo fa notare, Tajani risponde: “Io parlo per me”.
Per me.
Una frase che può andare bene al bar, in tv o durante una discussione calcistica. Un po’ meno se sei il ministro degli Esteri di un Paese del G7.
Il risultato è surreale: ai tavoli europei l’Italia sembra parlare con tre voci diverse. Tajani europeista, Meloni sovranista, Salvini in costante campagna elettorale. Più che una linea diplomatica, una confusione permanente.
Nel frattempo il mondo accelera, le tensioni internazionali aumentano e l’Europa prova a decidere su Ucraina, sicurezza, economia e politica estera. Ma basta il veto di un leader come Viktor Orbán per paralizzare tutto. Ed è esattamente per questo che il tema non è tecnico: è politico.
Per anni la destra ha promesso “una leadership forte”, “una voce chiara”, “un’Italia rispettata”. Oggi invece assistiamo a un governo che si smentisce pubblicamente persino sui temi centrali del futuro europeo.
La verità è che non esiste una politica estera coerente. Esistono posizionamenti, convenienze, slogan che cambiano a seconda del momento. Sovranisti contro Bruxelles un giorno, europeisti responsabili il giorno dopo. Atlantisti, trumpiani, amici di Orbán ma non troppo. Un elastico geopolitico continuo.
E così l’Italia passa il tempo a spiegare agli altri europei chi rappresenti davvero il Paese questa settimana.
Spoiler: probabilmente non lo sanno nemmeno loro.
@CarloCalenda Ma. non è che andando in Ucraina a fare passerella sei convinto che sei l'unico a sostenere gli Ucraini?
Povero, riguardati sei stanco.
Noi di @ItaliaViva siamo sempre lì, e ogni tanto ti vediamo comparire.